ALTRO CHE PRIMA FORMARE IL GIOCATORE E POI INSERIRLO NEL GIOCO!
Gallese: «L’intelligenza umana è relazione».
E allora, da dove dobbiamo partire nella prima formazione calcistica?
Il neuroscienziato **Vittorio Gallese** ci invita a ripensare una convinzione che per molto tempo ha accompagnato il nostro modo di intendere l’intelligenza umana: l’idea che essa sia una facoltà individuale, che si sviluppa dentro il cervello e soltanto successivamente entra in relazione con il mondo.
Ma l’essere umano non si forma nell’isolamento. La relazione con gli altri non è un’aggiunta alla sua crescita: è una dimensione costitutiva della sua esperienza.
Già negli anni Settanta, lo psicologo Nicholas Humphrey aveva sottolineato il ruolo della complessità della vita sociale nell’evoluzione dell’intelligenza.
Queste riflessioni ci riguardano da vicino, anche quando parliamo di calcio. Anzi, credo che nella prima formazione possano aiutarci a mettere in discussione una delle convinzioni più radicate nella nostra cultura calcistica.
**Prima formiamo il giocatore, poi lo inseriamo nel gioco.**
Siamo davvero sicuri che sia questa la strada?
IL GIOCATORE NON SI FORMA LONTANO DAL GIOCO
Ancora molti immaginano la formazione calcistica come una sequenza: prima il gesto tecnico, poi l'abilità individuale, successivamente la collaborazione e, infine, il gioco.
Come se il bambino dovesse prima imparare a eseguire correttamente determinati gesti, per poterli utilizzare, soltanto in un secondo momento, nelle situazioni reali della partita.
Ma se l'intelligenza umana prende forma anche nella relazione, perché dovremmo continuare a separare il giocatore dalle relazioni attraverso le quali impara a giocare?
Il bambino non è un contenitore vuoto da riempire di abilità, né un adulto in miniatura da costruire attraverso una successione di acquisizioni.
Il bambino è già un giocatore.
È una persona che percepisce, sente, desidera, esplora, decide, sbaglia e cerca soluzioni.
E lo fa sempre dentro una situazione, in rapporto con ciò che lo circonda e con le persone che incontra.
Quando un bambino riceve la palla, non esegue semplicemente un gesto tecnico. Riconosce, più o meno consapevolmente, una situazione: un compagno disponibile, un avversario che si avvicina, uno spazio da attraversare, una porta da raggiungere.
La sua azione nasce dall'intreccio di queste relazioni.
Un passaggio non è soltanto un movimento corretto del piede. È una condotta intenzionale che acquista significato in rapporto a un compagno, alla posizione degli avversari, allo spazio disponibile e al momento in cui viene effettuata.
Ecco perché, nella prospettiva fenomenologico-enattiva della GIOCOLOGIA, non possiamo comprendere pienamente il giocatore separandolo dal gioco nel quale agisce.
LA RELAZIONE NON VIENE DOPO: È GIÀ PARTE DELL'APPRENDIMENTO
Pensiamo al compagno.
Non è semplicemente qualcuno a cui passare la palla dopo aver imparato a controllarla. È una presenza che può offrire sostegno, appoggio a destra o a sinistra, profondità e nuove possibilità di azione.
Pensiamo all'avversario.
Non è soltanto un ostacolo da superare una volta acquisita una buona tecnica individuale. È una presenza intenzionale che modifica la situazione, riduce alcune possibilità e ne rende riconoscibili altre.
Pensiamo allo spazio e al tempo.
Non sono elementi esterni che il bambino impara a utilizzare dopo aver acquisito le abilità necessarie. Sono dimensioni dell'esperienza che acquistano significato mentre il giocatore agisce, percepisce, anticipa e si relaziona.
**Il compagno, l'avversario, lo spazio, il tempo e la palla non sono elementi da aggiungere successivamente alla formazione: sono parte dell'ambiente nel quale il giocatore apprende.**
Questo non significa che qualsiasi esperienza ludica produca automaticamente apprendimento.
Significa, piuttosto, che dobbiamo smettere di considerare la separazione tra abilità e situazione come un passaggio obbligato della formazione.
Un intervento specifico può essere utile quando risponde a un'esigenza riconosciuta.
Ma deve mantenere il proprio significato in rapporto alla situazione di gioco: nel gioco, dal gioco, dopo il gioco e per il gioco.
Non è il dettaglio a essere sbagliato. È la sua separazione dal tutto, quando quella separazione diventa il principio organizzatore dell'intero percorso formativo.
Il gioco emerge dalla relazione continua, non dall'esecuzione coordinata di comportamenti che l'allenatore ha stabilito in anticipo.
Naturalmente, non tutte le possibilità emergono con la stessa frequenza. È responsabilità dell'allenatore riconoscere ciò che accade e riprogettare l'ambiente quando necessario, senza sostituirsi continuamente all'intelligenza dei bambini.
Il nostro compito non è decidere ogni volta quale soluzione debba essere eseguita. È creare le condizioni affinché i giocatori possano riconoscere possibilità, sperimentare alternative e trasformare le proprie condotte.
**Non alleniamo gesti. Alleniamo condotte intenzionali in situazione.**
Ecco il significato pedagogico che attribuisco alla GIOCAZIONE: non una semplice attività da svolgere, ma un'esperienza nella quale il giocatore apprende partecipando attivamente alle relazioni che generano il gioco.
NON SOLTANTO CALCIATORI, MA PERSONE CHE IMPARANO A STARE IN RELAZIONE
C'è poi una conseguenza educativa che considero fondamentale.
Nel gioco il bambino non sviluppa soltanto abilità motorie e competenze calcistiche. Impara a confrontarsi con gli altri, a riconoscere il compagno, ad accettare l'imprevedibilità, a reagire all'errore, a gestire le emozioni e a ricercare soluzioni senza dipendere continuamente dall'indicazione dell'adulto.
Impara che la propria iniziativa può trovare compimento nella collaborazione e che la collaborazione non richiede di rinunciare alla propria autonomia.
Sono esperienze che non si possono trasmettere soltanto attraverso spiegazioni o prescrizioni. Devono essere vissute nelle relazioni concrete.
E qui ritorna la riflessione iniziale di Gallese: se la relazione è fondamentale per comprendere l'intelligenza umana, la qualità delle relazioni che proponiamo ai bambini diventa una questione pedagogica centrale.
Un ambiente nel quale ogni scelta viene anticipata dall'allenatore può lasciare poco spazio all'iniziativa personale. Un ambiente nel quale i bambini possono esplorare, confrontarsi, sbagliare e riorganizzarsi può offrire maggiori opportunità per sviluppare autonomia e capacità decisionale.
Non è il caos a educare. È la possibilità di partecipare attivamente a un'esperienza significativa, dentro un ambiente progettato con intenzionalità e competenza.
L'allenatore, in questa prospettiva, non rinuncia alla propria responsabilità. La esercita diversamente: non pretendendo di controllare ogni risposta, ma progettando, osservando e trasformando le condizioni dell'apprendimento.
ALTRO CHE PRIMA IL GIOCATORE E POI IL GIOCO!
Partire dalla relazione significa rivedere alla radice il nostro modo di concepire la prima formazione.
Non abbiamo, da una parte, un giocatore da costruire e, dall'altra, un gioco nel quale inserirlo quando sarà pronto.
Abbiamo un giocatore che si trasforma continuamente attraverso le esperienze che vive, le relazioni che costruisce e le possibilità che impara a riconoscere.
Il giocatore cambia giocando. Il gioco cambia attraverso le condotte dei giocatori. Ogni esperienza può modificare le possibilità delle successive.
Non è una sequenza lineare. È una relazione ricorsiva, nella quale il giocatore e il gioco si trasformano reciprocamente.
È questa la direzione che riconosco nel **paradigma fenomenologico-enattivo della GIOCOLOGIA**.
Non partire da un giocatore astratto, separato dal contesto, per costruirlo pezzo dopo pezzo e restituirlo al gioco soltanto alla fine.
Partire dal bambino reale, dalle sue intenzioni, dalle sue possibilità e dalle sue relazioni, per progettare esperienze nelle quali possa continuare a diventare giocatore.
Perché il gioco non è il premio che concediamo quando il bambino ha imparato abbastanza.
**Il gioco è uno dei luoghi fondamentali nei quali il bambino impara, si trasforma e diventa giocatore.**
E allora, forse, la domanda da porci non è soltanto:
*Che cosa dobbiamo insegnare al bambino prima che possa giocare?*
Ma soprattutto:
*Quali esperienze dobbiamo progettare affinché, giocando con gli altri, possa apprendere, crescere e sviluppare la propria intelligenza?*
La differenza non è soltanto organizzativa. È pedagogica, culturale e, prima ancora, riguarda l'idea stessa di essere umano che mettiamo al centro della formazione.
**Tutto parte dal giocatore. Tutto arriva al gioco. Tutto ritorna al giocatore.**
Non per chiudere un percorso, ma per alimentare continuamente nuove possibilità di apprendimento.
E allora li dobbiamo lasciare solo giocare?
Più volte mi sento rispondere in questo modo, mistificando la realtà.
**Intanto, facciamoli giocare quanto più è possibile.**
E poi aiutiamoli a imparare **nel gioco, ad apprendere dal gioco e a diventare sempre più competenti per il gioco.**
Perché tra lasciare i bambini a sé stessi e pretendere di controllare ogni loro azione esiste una responsabilità pedagogica che non possiamo ignorare: progettare ambienti significativi, riconoscere ciò che emerge e intervenire quando serve, senza sottrarre ai giocatori la possibilità di essere protagonisti del proprio apprendimento.
È questa la differenza.
Non lasciare semplicemente giocare, ma **educare nel gioco, dentro il gioco e per il gioco.**
Questa è la sfida del
la GIOCOLOGIA.

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