Quattro serie di ripetute da 50+50.
4 SERIE DI RIPETUTE DI 50+50. NIENTE DI MALE SE NON FOSSE CHE SI TRATTAVA DI BAMBINI DI 10 ANNI!!!
A prima vista potrebbe sembrare semplicemente un esercizio di allenamento.
Niente di male.
Se non fosse per un particolare tutt'altro che insignificante: a farle erano bambini di 10 anni.
Bambini.
Non atleti professionisti.
Non adulti.
Non ragazzi impegnati nella preparazione fisica di una stagione agonistica.
Bambini di una scuola calcio.
Ed è proprio qui che dovrebbe nascere una riflessione seria.
Perché abbiamo trasformato le scuole calcio in una sorta di anticamera dello sport agonistico esasperato?
A dieci anni un bambino dovrebbe andare al campo per giocare a calcio. Dovrebbe avere il pallone tra i piedi, imparare a controllarlo, passarla, dribblare, tirare, muoversi, collaborare con i compagni.
Dovrebbe divertirsi.
Dovrebbe tornare a casa stanco, magari, ma soprattutto felice di essere stato al campo.
Invece assistiamo sempre più spesso a una pericolosa confusione: quella tra allenare un bambino e preparare un atleta.
Sono due cose completamente diverse.
Un bambino di dieci anni non ha bisogno che ogni allenamento diventi una prova di resistenza. Non ha bisogno di sentirsi dimostrare quanto riesce a sopportare. Non ha bisogno che il calcio venga trasformato in una gara contro il cronometro.
Ha bisogno di imparare.
Ha bisogno di giocare.
Ha bisogno di divertirsi.
E soprattutto ha bisogno di innamorarsi dello sport.
Perché questo dovrebbe essere il vero obiettivo di una scuola calcio.
Non sfornare piccoli professionisti.
Non creare bambini che a dieci anni sappiano già allenarsi come adulti.
Ma far crescere persone che domani, a quindici, venti o trent'anni, abbiano ancora voglia di mettere le scarpe da calcio e scendere in campo.
E allora una domanda va fatta.
Che messaggio stiamo dando a questi bambini?
Che per essere bravi bisogna soffrire?
Che più corri, più sei forte?
Che un allenamento è riuscito bene soltanto se alla fine sei distrutto?
Perché se questa è la filosofia, allora abbiamo completamente perso di vista il significato di scuola calcio.
La parola fondamentale dovrebbe essere proprio quella: scuola.
Una scuola insegna.
Una scuola accompagna.
Una scuola educa.
Una scuola non dovrebbe spremere.
E sia chiaro: nessuno sostiene che un bambino non debba correre. Il calcio è movimento, è corsa, è intensità. Ma correre dentro il gioco è una cosa; trasformare bambini di dieci anni in piccoli corridori da preparazione atletica è un'altra.
La differenza non è sottile.
È enorme.
E riguarda il modo in cui concepiamo lo sport dei nostri figli.
Perché dietro ogni bambino che entra in campo c'è un adulto che ha una responsabilità.
L'allenatore ha la responsabilità di proporre attività adeguate all'età.
La società ha la responsabilità di scegliere e formare i propri tecnici.
E noi genitori abbiamo la responsabilità di porre domande quando qualcosa non ci convince.
Non dobbiamo accettare tutto in silenzio con la frase: “È allenamento, quindi farà bene.”
No.
Non tutto ciò che fa sudare è automaticamente educativo.
Non tutto ciò che stanca è automaticamente utile.
E soprattutto non tutto ciò che viene fatto con gli adulti può essere semplicemente trasferito sui bambini.
A dieci anni il calcio dovrebbe essere soprattutto pallone, gioco, entusiasmo, amicizia e apprendimento.
Il cronometro viene dopo.
La prestazione viene dopo.
L'agonismo esasperato viene dopo.
Molto dopo.
Perché c'è una cosa che dovrebbe contare più di qualsiasi risultato, di qualsiasi classifica e di qualsiasi prestazione:
che quel bambino continui ad amare il calcio.
E se per ottenere qualche minuto di corsa in più rischiamo di farglielo odiare, allora forse la domanda non è se quelle quattro serie di 50+50 siano state fatte bene.
La domanda è un'altra:
ma era davvero necessario farle a bambini di 10 anni?

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