PATTO FORMATIVO DI CORRESPONSABILITÀ

“Caro mister, dopo aver studiato a dovere, abbiamo deciso di seguire la strada del paradigma fenomenologico-enattivo della Giocologia. 

Siccome le famiglie sono spesso abituate a vedere la classica scuola calcio “addestrativa” (file, cinesini, bambini che fanno la stessa finta a comando), abbiamo il timore che l’apparente caos di un allenamento basato sull’autorganizzazione può essere inizialmente frainteso.

Come possiamo spiegare questo cambio di paradigma ai genitori 

Grazie “

Ho suggerito di produrre un documento , una sorta di patto formativo di corresponsabilità 

IL MANIFESTO DELLE FAMIGLIE

La Giocologia: imparare il calcio attraverso il gioco

Una nuova idea di scuola calcio

Cari genitori,

dopo un attento percorso di studio e riflessione, abbiamo scelto di seguire nella nostra scuola calcio il paradigma fenomenologico-enattivo della Giocologia.

È una scelta precisa: significa considerare il bambino non come un semplice esecutore di gesti tecnici, ma come una persona che percepisce, decide, agisce, sbaglia, si adatta e impara attraverso il gioco.

Sappiamo però che questo approccio può, almeno inizialmente, apparire diverso da ciò a cui siamo abituati.

Una scuola calcio tradizionale può essere facilmente riconoscibile: file ordinate, cinesini, esercizi ripetuti, gesti tecnici eseguiti a comando, allenatore che corregge continuamente e bambini che eseguono.

Nella nostra scuola potreste vedere qualcosa di apparentemente meno ordinato.

Potreste vedere bambini che giocano, si muovono, provano soluzioni diverse, sbagliano, ricominciano, discutono, cambiano posizione e cercano autonomamente una soluzione.

Non è caos. È apprendimento.

È un modo diverso di organizzare il caos naturale del gioco affinché diventi un ambiente ricco di informazioni, decisioni e possibilità.

1. IL CALCIO NON È UNA COREOGRAFIA

Se vi aspettate di vedere i vostri figli fare lo slalom tra i cinesini o ripetere lo stesso identico movimento per un’ora, probabilmente rimarrete sorpresi.

Abbiamo scelto di ridurre al minimo i comandi artificiali per restituire ai bambini qualcosa di molto più importante: il gioco vero.

Il calcio non è una coreografia da imparare a memoria.

È un ambiente vivo nel quale, in ogni istante, cambiano:

- la posizione della palla;

- la posizione dei compagni;

- la posizione degli avversari;

- gli spazi disponibili;

- il tempo a disposizione;

- gli obiettivi;

- le opportunità.

Il bambino deve quindi imparare non soltanto come eseguire un gesto, ma soprattutto quando, dove, perché e per chi eseguirlo.

È questa la differenza fondamentale.

2. ALLENIAMO LA PERSONA, NON SOLTANTO I PIEDI

La tecnica è fondamentale.

La motricità è fondamentale.

Il controllo del corpo, la coordinazione, la capacità di correre, frenare, accelerare, cambiare direzione, orientarsi e manipolare la palla sono elementi irrinunciabili della formazione di un calciatore.

La Giocologia non trascura affatto questi aspetti. Li colloca semplicemente dentro una concezione diversa dell’apprendimento.

Le abilità motorie e tecniche saranno:

perseguite nel gioco,

emergenti dal gioco,

curate dopo il gioco

e orientate per il gioco.

Non significa quindi rinunciare alla tecnica.

Significa evitare che la tecnica venga appresa come un insieme di movimenti separati dal problema che il bambino dovrà poi risolvere in partita.

Un bambino può imparare a fare cento palleggi sul posto. Ma il vero problema calcistico sarà capire quando controllare, con quale superficie, verso quale spazio, sotto quale pressione e con quale intenzione.

La competenza non è soltanto il gesto.

È la capacità di utilizzare il gesto in modo efficace dentro una situazione reale.

Per questo alterneremo momenti di gioco, esplorazione, osservazione, riflessione e intervento specifico, secondo i principi dell’apprendimento intervallato e dell’allenamento capovolto: ciò che emerge dal gioco può essere successivamente isolato, curato, raffinato e poi immediatamente riportato dentro il gioco.

La tecnica, dunque, non scompare.

Diventa funzionale al gioco e torna continuamente al gioco.

3. I QUATTRO ATTRATTORI DEL GIOCO

Nelle nostre attività il bambino non sarà chiamato a eseguire un gesto nel vuoto.

Sarà immerso in un ambiente nel quale sono continuamente presenti i principali elementi che danno significato all’azione:

palla, compagni, avversari e porte/spazio-obiettivo.

Sono questi gli elementi che orientano continuamente la percezione e le decisioni del giocatore.

Il bambino impara così a leggere lo spazio e il tempo, a riconoscere opportunità, a prevedere ciò che può accadere e ad adattare la propria azione.

Per questo un esercizio apparentemente semplice può essere molto ricco di apprendimento: basta modificare lo spazio, il numero dei giocatori, le regole, le porte, i tempi o le possibilità d’azione per creare nuovi problemi da risolvere.

Non insegniamo una soluzione unica. Creiamo condizioni nelle quali possano emergere molte soluzioni.

4. IL CALCIO DI STRADA COME RADICE

C’è qualcosa che le vecchie generazioni conoscono molto bene: il calcio giocato per strada, nei cortili, nei campetti, nei giardini.

Poche regole.

Pochi adulti.

Squadre improvvisate.

Spazi sempre diversi.

Avversari di età e capacità differenti.

Partite che iniziavano e finivano quando decidevano i bambini.

E soprattutto una cosa: bisognava imparare giocando.

Il calcio di strada rappresenta per noi una preziosa radice pedagogica.

Non vogliamo però semplicemente riprodurre nostalgicamente quel modello.

Vogliamo recuperare i suoi principi migliori e innervarli con le moderne teorie pedagogiche, motorie e dell’apprendimento.

Autonomia, esplorazione, variabilità, adattamento, creatività, responsabilità, cooperazione, confronto e capacità di prendere decisioni vengono così sostenuti da una progettazione educativa consapevole.

In altre parole:

recuperiamo lo spirito del calcio di strada, ma lo sosteniamo con le conoscenze contemporanee sull’apprendimento.

5. L’ERRORE NON È UN FALLIMENTO

Questo è uno dei punti più importanti della nostra proposta.

L’errore, per noi, non è qualcosa da eliminare il più rapidamente possibile.

È un’informazione.

Quando un ragazzo sbaglia un passaggio, perde un pallone, sbaglia un controllo o prende una decisione inefficace, sta ricevendo informazioni che possono aiutarlo a costruire la soluzione successiva.

Se l’adulto interviene immediatamente dicendo:

“Dovevi passarla!”

“Tira!”

“Non dovevi andare lì!”

Rischia di sostituire il processo decisionale del bambino con il proprio.

Il nostro obiettivo non è impedire al bambino di sbagliare.

È creare un ambiente nel quale possa sbagliare senza paura, comprendere, adattarsi e riprovare.

Per questo chiediamo alle famiglie una vera alleanza educativa.

6. PERCHÉ L’ALLENATORE PARLA MENO

Un allenatore che urla continuamente può sembrare molto coinvolto.

Ma parlare molto non significa necessariamente insegnare molto.

Se il mister dice continuamente:

“Passa!”

“Tira!”

“Corri!”

“Vai lì!”

Il bambino può diventare progressivamente dipendente dalle indicazioni dell’adulto.

Noi vogliamo invece costruire giocatori capaci di vedere, interpretare e decidere.

Quando vedete l’allenatore osservare in silenzio, quindi, non pensate che non stia lavorando.

Sta osservando.

Sta cercando di capire:

- cosa vede il bambino;

- cosa non vede;

- quali informazioni utilizza;

- quali soluzioni sta esplorando;

- come reagisce all’errore;

- come interagisce con compagni e avversari.

E quando interviene, il suo compito non sarà necessariamente fornire la risposta.

Potrà modificare lo spazio, introdurre una nuova regola, cambiare un vincolo, porre una domanda o creare una nuova situazione.

Non telecomandare il giocatore, ma costruire le condizioni perché il giocatore impari a guidarsi da solo.


7. TECNICA E MOTRICITÀ: NIENTE VIENE LASCIATO AL CASO

È importante essere molto chiari su questo punto.

Giocare non significa semplicemente “lasciarli giocare”.

Dietro un ambiente di gioco ben progettato c’è una precisa intenzionalità educativa.

Le competenze motorie e tecniche vengono continuamente stimolate attraverso:

- variabilità delle situazioni;

- manipolazione della palla;

- cambi di direzione e velocità;

- equilibrio e coordinazione;

- orientamento spazio-temporale;

- conduzione e controllo;

- passaggio e ricezione;

- duelli;

- finalizzazione;

- cambi di ritmo;

- uso di diverse superfici corporee;

- relazione tra gesto tecnico e situazione tattica.

Quando necessario, una competenza può anche essere isolata e curata specificamente.

Ma l’isolamento non rappresenta il punto di arrivo.

È una parentesi funzionale che prepara il ritorno al gioco.

Questo è il senso dell’allenamento capovolto: il gioco ci mostra un bisogno; quel bisogno orienta l’intervento; l’intervento viene poi riportato nel gioco per verificare se la nuova competenza è diventata realmente funzionale.

Dal gioco alla competenza e dalla competenza nuovamente al gioco.

8. COSA VEDRETE

Potreste quindi vedere:

- piccoli giochi a numero ridotto;

- spazi modificati continuamente;

- porte di forme e dimensioni diverse;

- situazioni di superiorità e inferiorità numerica;

- regole che cambiano;

- bambini che sperimentano soluzioni diverse;

- momenti di apparente disordine;

- allenatori che osservano molto;

- domande invece di risposte immediate;

- errori;

- tentativi;

- discussioni;

- scoperte;

- improvvisi salti di qualità.

Quello che a un occhio abituato alla scuola calcio tradizionale può sembrare disordine, spesso è invece un ambiente progettato per generare apprendimento.

9. COSA NON CERCHIAMO

Non cerchiamo:

- file d’attesa interminabili;

- esercizi ripetuti meccanicamente;

- bambini che aspettano il proprio turno;

- gesti tecnici eseguiti senza contesto;

- schemi rigidi;

- comandi continui;

- allenatori che risolvono ogni problema;

- genitori che allenano dagli spalti.

Non perché file, cinesini o esercizi tecnici siano “il male”.

Uno strumento non è buono o cattivo in assoluto.

È la funzione che gli attribuiamo a renderlo pedagogicamente utile o inutile.

Possiamo quindi utilizzare anche strumenti analitici quando hanno un senso, ma senza trasformarli nel centro dell’esperienza.

Il centro rimane il giocatore dentro il gioco.

10. COSA VOGLIAMO COSTRUIRE

Vogliamo accompagnare i ragazzi verso quattro grandi competenze.

AUTONOMIA

Un giocatore che non aspetta continuamente l’indicazione dell’adulto, ma sa osservare, scegliere e assumersi la responsabilità della propria decisione.

CREATIVITÀ

Un giocatore capace di trovare soluzioni differenti, imprevedibili e personali.

ADATTAMENTO

Un giocatore capace di modificare il proprio comportamento quando cambia la situazione.

RESILIENZA

Un ragazzo che non interpreta l’errore come una bocciatura, ma come una parte naturale del percorso di apprendimento.

E queste competenze non appartengono soltanto al calcio.

Sono competenze della persona.

11. I TEMPI DELL’APPRENDIMENTO NON SONO LINEARI

Un’altra cosa che chiediamo alle famiglie è di non valutare il percorso di un bambino settimana per settimana.

L’apprendimento non procede sempre in linea retta.

Ci saranno periodi nei quali sembrerà che il bambino non stia migliorando.

Poi, improvvisamente, una competenza emergerà.

Ci saranno giornate nelle quali sembrerà confuso.

Altre nelle quali sorprenderà tutti.

Ci saranno regressioni apparenti, nuove difficoltà, nuove domande.

È normale.

Il nostro compito non è forzare continuamente il risultato.

È creare le condizioni affinché il bambino possa costruire competenze solide, personali e trasferibili.

Non stiamo preparando esecutori per vincere la partita di oggi.

Stiamo formando giocatori autonomi , responsabili, solidali per il loro domani.

IL PATTO CON LE FAMIGLIE

Perché questo percorso funzioni, abbiamo bisogno della vostra collaborazione.

Non vi chiediamo di essere esperti di metodologia.

Vi chiediamo qualcosa di molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più importante:

fiducia.

Le tre regole d’oro della Giocologia

1. OSSERVATE IN SILENZIO ED ELOGIATE L’INTENZIONE

Durante allenamenti e partite evitate di sostituirvi al pensiero dei ragazzi con indicazioni come:

“Passa!”

“Tira!”

“Vai!”

“Torna!”

Lasciate che siano loro a leggere la situazione e a trovare la soluzione.

Applaudite non soltanto il gol o la giocata riuscita.

Applaudite anche il coraggio di tentare.

2. CUSTODITE IL DIRITTO ALL’ERRORE

Quando vostro figlio perde un pallone o sbaglia un controllo, non è necessariamente accaduto qualcosa di negativo.

Sta imparando.

L’errore offre informazioni preziose e permette di adattare l’azione successiva.

Mostrare delusione, rimproverare o correggere continuamente può trasformare l’errore in paura.

Noi vogliamo invece che il bambino possa pensare:

“Ho sbagliato. Provo ancora.”

E non:

“Ho sbagliato. Ho deluso qualcuno.”

3. FIDATEVI DEI TEMPI INVISIBILI DEL GIOCO

L’apprendimento nel gioco, la complessità e l’enattivismo non producono risultati identici ogni settimana.

Ci saranno momenti di apparente stallo.

E momenti nei quali emergeranno improvvisamente competenze nuove.

Non chiediamo quindi perfezione immediata.

Chiediamo di rispettare il percorso.

Il risultato della partita è importante, ma non è il principale indicatore della qualità del percorso formativo.

INSIEME, PER UNA DIVERSA IDEA DI SCUOLA CALCIO

La nostra proposta non è:

“meno allenamento”.

È un altro modo di allenare.

Non è:

“meno tecnica”.

È una tecnica più connessa al gioco, alla percezione e alla decisione.

Non è:

“lasciamo fare tutto ai bambini”.

È progettare ambienti nei quali i bambini possano imparare a fare sempre più cose da soli.

Non è:

“facciamo confusione”.

È vivere la complessità del gioco come ambiente di apprendimento.

Non è:

“l’allenatore non insegna”.

È un allenatore che insegna anche attraverso la progettazione delle situazioni, l’osservazione, le domande, i vincoli e la manipolazione dell’ambiente.

E non è nemmeno un ritorno nostalgico al passato.

È il tentativo di recuperare la ricchezza del calcio di strada — libertà, creatività, adattamento, autonomia e piacere di giocare — mettendola in dialogo con le moderne teorie pedagogiche, motorie e dell’apprendimento.

Perché crediamo che un bambino non debba soltanto imparare a calciare meglio.

Debba imparare a vedere meglio, scegliere meglio, adattarsi meglio e giocare meglio.

E, soprattutto, debba continuare ad amare il gioco.

Il nostro obiettivo non è formare bambini che sappiano eseguire perfettamente ciò che l’adulto ha detto loro di fare.


Il nostro obiettivo è formare bambini capaci di capire cosa fare quando l’adulto non può più  suggerirlo



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