COMPORTAMENTO E CONDOTTA: DIETRO DUE PAROLE C’È UN MONDO

 La discussione fatta ieri nel gruppo merita, secondo me, un approfondimento.


È questa la ragione per cui ci ritorno sopra.


Non per pedanteria, non per la necessità di sostituire una parola con un’altra e nemmeno per trasformare una questione terminologica in una questione di principio.


È, piuttosto, una riflessione che metto a disposizione di tutti, perché credo che dietro le parole comportamento e condotta ci sia molto più di una semplice differenza linguistica.


Le parole che utilizziamo, soprattutto quando parliamo di educazione e di allenamento, raccontano anche il modo in cui guardiamo la persona che abbiamo davanti.


E questo, alla fine, riguarda direttamente il modo in cui insegniamo, il modo in cui facciamo apprendere e il modo in cui costruiamo le nostre proposte di allenamento.


Comportamento o condotta?


La domanda che è emersa ieri è molto concreta e, dal punto di vista della pratica, assolutamente comprensibile:


«Perché parlare di condotta con un ragazzo di 13 o 14 anni, se probabilmente comprende molto meglio la parola comportamento?»


È una domanda che ha senso.


Se sono al campo e dico a un ragazzo:


««Arrivare puntuali è un comportamento».»


capisce perfettamente.


Se gli dico:


««Quando hai la palla, se il compagno è libero, devi passargliela».»


sto indicando un comportamento.


Se nella nostra metà campo stabilisco:


««Si gioca a due tocchi».»


sto definendo un comportamento.


Se dico:


««Quando il tuo compagno parla, non lo interrompi».»


anche questo è un comportamento.


Sono indicazioni concrete, semplici e necessarie.


E non c'è nulla di male nel partire da qui.


Anzi, chi educa deve saper parlare il linguaggio di chi ha davanti.


Un ragazzo non può utilizzare consapevolmente un concetto che ancora non conosce.


E allora, se a 13 o 14 anni non distingue ancora tra comportamento e condotta, non possiamo certo considerare questa mancanza un problema.


Possiamo semplicemente fornirgli gli strumenti per conoscere e, progressivamente, comprendere la differenza.


La questione, quindi, non è pretendere che il ragazzo utilizzi la parola giusta.


La questione è che l'allenatore sappia cosa sta facendo.


Perché dietro le due parole c'è un mondo


Dire comportamento o dire condotta non significa necessariamente parlare della stessa cosa utilizzando due parole diverse.


Nella prospettiva della Prassologia Motoria di Pierre Parlebas, la condotta motoria riguarda il modo in cui una persona agisce in una situazione, integrando ciò che fa con il significato che quell'azione assume per il soggetto.


Il comportamento può essere osservato.


La condotta, invece, ci porta a considerare la persona che sta agendo.


E questa differenza è enorme.


Perché dietro un gesto motorio non c'è soltanto un corpo che si muove.


C'è una persona che percepisce, interpreta, decide, prova emozioni, si relaziona con gli altri e modifica la propria azione in funzione di ciò che sta accadendo.


Nel calcio questo diventa evidente.


Un passaggio non è semplicemente un piede che colpisce una palla.


È una decisione che nasce dentro una situazione.


Il giocatore deve considerare lo spazio, la posizione dei compagni, la presenza degli avversari, la possibilità di avanzare, la pressione che sta ricevendo, il momento della partita.


E sulla base di tutto questo interpreta la situazione e costruisce la propria risposta.


Il giocatore non esegue soltanto: agisce


È qui che cambia la prospettiva.


Se considero il giocatore prevalentemente come un esecutore, il mio interesse sarà rivolto soprattutto alla qualità dell'esecuzione.


Quanto è preciso il passaggio?


Quanto è veloce lo scatto?


Com'è il gesto tecnico?


Ha eseguito correttamente ciò che gli avevo chiesto?


Sono domande legittime.


Ma non esauriscono ciò che accade nel gioco.


Posso avere un passaggio tecnicamente perfetto e, allo stesso tempo, completamente sbagliato rispetto alla situazione.


Posso avere un gesto tecnicamente imperfetto che, invece, rappresenta una risposta intelligente e adeguata a ciò che stava accadendo.


Ecco perché non possiamo separare completamente il gesto dalla situazione nella quale quel gesto prende significato.


Il giocatore non esegue semplicemente un movimento: agisce.


Il comportamento si può prescrivere. La condotta si costruisce nella situazione


Questo è un altro passaggio importante.


Posso dire a un ragazzo:


««Quando perdiamo palla, devi rientrare».»


È una richiesta comportamentale.


Posso ripeterla.


Posso correggerla.


Posso verificarla.


Posso costruire esercitazioni nelle quali quella risposta venga continuamente sollecitata.


E la ripetizione può certamente produrre una certa stabilità.


Lo stesso vale per moltissimi altri comportamenti:


««Arriva puntuale».»


««Saluta quando entri».»


««Ascolta quando parla un compagno».»


««Nella nostra metà campo giochiamo a due tocchi».»


««Quando ricevi, orienta il controllo».»


Sono comportamenti che possiamo insegnare, richiedere e consolidare.


E abbiamo bisogno anche di questo.


Ma il gioco non è fatto soltanto di situazioni già definite nelle quali esiste una risposta prestabilita.


Il gioco cambia continuamente.


E quando cambia la situazione, cambia anche ciò che può essere opportuno fare.


Dalla risposta prevista alla risposta possibile


Immaginiamo di dire a un ragazzo:


««Quando hai la palla, devi passarla al compagno più vicino».»


Abbiamo costruito un comportamento.


Ma cosa succede se il compagno più vicino è marcato?


E se il compagno più lontano è completamente libero?


E se davanti a lui c'è uno spazio che può attaccare?


E se l'avversario gli lascia la possibilità di condurre?


E se il passaggio al compagno più vicino crea una situazione peggiore?


A quel punto non possiamo più accontentarci di una risposta predefinita.


Dobbiamo mettere il ragazzo nella condizione di interpretare ciò che sta accadendo.


E quindi di scegliere.


La domanda non sarà più:


««Qual è il comportamento che devo ripetere?»»


ma:


««In questa situazione, quale azione ritengo più adeguata?»»


È qui che entra in gioco la condotta.


La condotta porta con sé autonomia e responsabilità


La condotta è il modo di agire e interagire in autonomia e responsabilità.


Questo non significa fare quello che si vuole.


È esattamente il contrario.


Essere autonomi nel gioco significa essere capaci di prendere decisioni dentro i vincoli del gioco.


Le regole rimangono.


I compagni rimangono.


Gli avversari rimangono.


Lo spazio rimane.


Gli obiettivi rimangono.


Ma dentro tutto questo il giocatore deve poter sviluppare la capacità di interpretare la situazione e scegliere la propria azione.


E qui emerge una differenza pedagogica fondamentale.


Un comportamento può essere imposto dall'esterno. Una condotta implica un soggetto che agisce.


I comportamenti producono uniformità. Le condotte aprono alla variabilità


Anche qui occorre fare attenzione a non creare contrapposizioni semplicistiche.


Non dobbiamo demonizzare la ripetizione.


Non dobbiamo pensare che allenare comportamenti sia sbagliato.


La ripetizione è indispensabile per acquisire competenze.


Il problema nasce quando pensiamo che apprendere significhi soltanto riprodurre correttamente una risposta.


Se alleno esclusivamente la ripetizione, tenderò a cercare uniformità.


Voglio che tutti facciano quella cosa nel modo previsto.


Se invece creo situazioni nelle quali il giocatore deve interpretare, decidere e adattarsi, introduco variabilità.


E la variabilità non è disordine.


È la possibilità di trovare soluzioni diverse a problemi diversi.


È lì che possono emergere creatività, autonomia e intenzionalità.


Non è soltanto una questione di tecnica


Questo discorso riguarda anche il modo in cui intendiamo l'apprendimento.


Se penso che il giocatore debba soprattutto acquisire una serie di risposte corrette, costruirò allenamenti nei quali quelle risposte vengono ripetute.


Se penso invece che il giocatore debba diventare progressivamente capace di affrontare situazioni nuove, dovrò costruire contesti nei quali sia costretto a interpretare, scegliere e adattarsi.


Sono due modi diversi di intendere l'apprendimento.


E, di conseguenza, sono anche due modi diversi di intendere l'allenamento.


Non cambia soltanto l'esercitazione.


Cambia la domanda che faccio al giocatore.


Da:


««Hai fatto quello che ti avevo detto?»»


a:


««Perché hai scelto di fare questo?»»


E ancora:


««Che cosa avevi percepito?»»


««Quali altre possibilità avevi?»»


««Cosa è cambiato nella situazione?»»


««Se quella situazione si ripresentasse, faresti ancora la stessa scelta?»»


Non stiamo semplicemente cercando un'esecuzione migliore.


Stiamo cercando di sviluppare un soggetto capace di agire.


Il linguaggio con i ragazzi può rimanere semplice


Ed è qui che ritorniamo alla discussione di ieri.


Io posso tranquillamente continuare a utilizzare la parola comportamento con un ragazzo di 13 o 14 anni.


Posso dirgli:


««Questo comportamento dobbiamo migliorarlo».»


Se quella parola gli permette di capire immediatamente ciò che gli sto chiedendo, perché non utilizzarla?


Il punto non è il termine che pronuncio.


Il punto è il significato che io, allenatore, attribuisco a ciò che sto facendo.


Posso usare la parola comportamento e, contemporaneamente, proporre situazioni nelle quali il ragazzo sviluppa condotte autonome.


Posso parlare in modo semplice e, dietro quel linguaggio semplice, avere una concezione molto articolata dell'apprendimento.


Anzi, forse questa è proprio la competenza dell'educatore:


non semplificare il pensiero, ma semplificare il modo di comunicarlo.


Prima il comportamento, poi la consapevolezza di ciò che c'è dietro


Non dobbiamo quindi avere paura del fatto che un ragazzo non conosca ancora la differenza.


Dobbiamo piuttosto preoccuparci se noi adulti non la conosciamo.


Perché il ragazzo può iniziare dicendo:


««Devo fare questo».»


Poi può arrivare a chiedersi:


««Perché devo fare questo?».»


E successivamente:


««In questa situazione è ancora questa la cosa più utile da fare?».»


Questo è un percorso di crescita.


Prima il comportamento può essere necessario per dare ordine e riferimenti.


Poi, progressivamente, possiamo aiutare il ragazzo a comprendere che non tutte le situazioni sono uguali e che agire significa anche saper scegliere.


Alla fine, quindi, non è una guerra tra parole


Non credo che la questione debba diventare:


comportamento sì, condotta no


oppure


condotta sì, comportamento no.


Sarebbe una semplificazione.


La questione vera è capire che dietro queste due parole ci sono visioni differenti della persona, dell'apprendimento e dell'allenamento.


Il comportamento ci permette di descrivere ciò che una persona fa.


La condotta ci porta a considerare quella persona nel momento in cui agisce, interpreta, decide e interagisce con una situazione.


E questa differenza, quando entriamo nel campo degli sport di situazione, diventa particolarmente importante.


Perché non vogliamo soltanto giocatori che sappiano ripetere.


Vogliamo giocatori che sappiano interpretare e agire.


Non vogliamo soltanto uniformità.


Vogliamo anche capacità di adattamento.


Non vogliamo soltanto esecutori.


Vogliamo persone capaci di assumersi progressivamente la responsabilità delle proprie scelte.


Allora perché preoccuparsi delle parole?


Qualcuno potrebbe ancora chiedere:


««Ma in fondo, cosa cambia? Possiamo continuare a chiamarlo comportamento».»


Certo che possiamo.


Ma cosa costa definire con il termine giusto ciò che intendiamo fare?


Non è pedanteria.


Non è una gara a chi conosce più termini.


È consapevolezza.


Perché quando un allenatore distingue tra un comportamento che vuole far ripetere e una condotta che vuole sollecitare, probabilmente cambia anche il modo in cui costruisce la proposta.


Quando distingue tra una risposta che vuole rendere uniforme e una situazione nella quale vuole favorire autonomia e creatività, cambia il modo in cui allena.


Quando smette di vedere il ragazzo soltanto come qualcuno che deve eseguire e comincia a considerarlo come un soggetto che interpreta, decide e agisce, cambia il modo in cui lo educa.


Ed è proprio per questo che la discussione di ieri meritava un approfondimento.


Non perché dobbiamo diventare schiavi delle parole.


Ma perché le parole possono aiutarci a essere più consapevoli di ciò che facciamo.


E se dietro una parola c'è un mondo, vale la pena almeno conoscerlo.


Poi, al campo, potremo continuare tranquillamente a dire a un ragazzo:


««Questo comportamento lo dobbiamo migliorare».»


Sapendo, però, che il nostro obiettivo non è semplicemente produrre un comportamento corretto.


È accompagnarlo, progressivamente, verso la capacità di interpretare una situazione, scegliere una risposta, agire e interagire in autonomia e responsabilità.


Perché tra un giocatore che sa cosa fare e un giocatore che sa cosa fare quando la situazione cambia, c'è tutto il senso della Giocologia

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