LA GIOCAZIONE E IL GIOCAT(T)ORE



Un pensiero che emerge giocando


Non sono arrivato alla Giocazione partendo da una teoria.


Ci sono arrivato, almeno per come la sento oggi, attraverso il tempo, attraverso il campo, attraverso le persone con cui ho lavorato e mi sono confrontato e soprattutto attraverso le domande che, a un certo punto, hanno cominciato a mettere in crisi alcune delle mie convinzioni.


Per molto tempo ho pensato al gioco come a qualcosa che si potesse progettare, proporre, insegnare. Preparavo una situazione, stabilivo delle regole, definivo degli obiettivi e immaginavo che, se le condizioni erano corrette, il gioco sarebbe comparso.


Oggi non lo penso più esattamente così.


Non perché quelle condizioni non siano importanti. Anzi, lo sono moltissimo. Ma perché nel tempo mi sono accorto che c'era qualcosa che sfuggiva a quella lettura.


Potevo preparare lo spazio, scegliere il numero dei giocatori, modificare le regole, inserire un vincolo, togliere una possibilità. Potevo osservare attentamente quello che accadeva e intervenire nuovamente.


Ma ciò che emergeva non era mai completamente ciò che avevo immaginato.


E questa cosa, inizialmente, poteva sembrare un problema.


Poi ho cominciato a pensare che forse era proprio lì che stava il punto.


Forse il gioco non era qualcosa che io dovevo riuscire a costruire perfettamente.


Forse dovevo imparare a costruire le condizioni perché qualcosa potesse emergere.


È una differenza apparentemente piccola, ma per me ha cambiato molto.


Perché se il gioco è qualcosa che posso consegnare, allora il mio compito è trasmetterlo.


Se invece il gioco emerge dalla relazione tra chi gioca e ciò che accade nell'ambiente, allora il mio compito diventa diverso.


Non devo più cercare di determinare completamente ciò che succederà.


Devo creare condizioni, perturbare, osservare, ascoltare ciò che sta emergendo e intervenire nuovamente.


E soprattutto devo accettare che la risposta non sia già contenuta nella mia proposta.


Questa consapevolezza non è arrivata tutta insieme.


È maturata lentamente, anche attraverso gli errori.


Più sperimentavo, più mi accorgevo che le situazioni che funzionavano meglio non erano necessariamente quelle nelle quali avevo previsto tutto. Spesso erano proprio quelle nelle quali avevo lasciato uno spazio sufficiente perché i giocatori potessero trovare qualcosa che io non avevo previsto.


Da qui è iniziato, per me, un altro modo di guardare al giocatore.


Perché chi gioca non è semplicemente qualcuno che entra dentro un gioco già fatto.


Il giocatore agisce.


E attraverso la sua azione qualcosa prende forma.


Uno spazio diventa improvvisamente uno spazio utile. Un compagno diventa una possibilità. Un avversario diventa un vincolo, ma anche un'informazione. Una traiettoria diventa percorribile. Una porta che prima non vedevo diventa improvvisamente evidente.


E allora mi sono chiesto:


ma dove nasce davvero il gioco?


Nasce nella mia testa?


È già nello spazio?


È nelle regole?


È nella consegna dell'allenatore?


Oppure prende forma proprio nella relazione tra tutte queste cose e ciò che il giocatore fa?


È qui che alcuni concetti che avevo incontrato nel tempo hanno iniziato a trovare, nella mia esperienza, un significato diverso.


L'enattivismo, l'embodied cognition, l'accoppiamento strutturale, la psicologia ecologica, le affordance, la dinamica dei sistemi, l'approccio ecologico-dinamico, la pedagogia non lineare: non sono concetti che considero miei, né penso di averli inventati.


Sono idee che esistono, sono state sviluppate da altri e hanno una loro storia.


Quello che nel tempo ho iniziato a fare è stato però provare a leggerle attraverso una domanda molto concreta:


che cosa succede quando qualcuno gioca?


Ed è proprio questa domanda che mi ha portato alla Giocazione.


Più ci penso, più mi sembra che la parola giocazione non debba indicare qualcosa che viene prima del gioco.


Questo per me è diventato importante.


Non c'è prima la Giocazione e poi il gioco.


Non c'è prima il giocatore, poi il GIOCAT(T)ORE e infine il gioco.


Una sequenza del genere rischierebbe di tradire proprio ciò che sto cercando di descrivere.


La Giocazione è il processo.


È ciò che accade mentre giocatore e gioco entrano continuamente in relazione.


Il giocatore agisce e, attraverso ciò che fa, contribuisce a far emergere un gioco. Ma quel gioco che emerge ritorna immediatamente sul giocatore, lo informa, lo modifica, lo costringe a cambiare qualcosa.


Il giocatore cambia.


La sua azione cambia.


Il gioco cambia nuovamente.


E così via.


Non è quindi un cerchio che torna esattamente al punto di partenza.


Forse è più corretto pensarlo come una spirale.


Ogni nuova azione nasce da ciò che è appena accaduto, ma non siamo più esattamente gli stessi di prima.


Quello che è successo ha lasciato una traccia.


Ed è proprio qui che, nel mio percorso, ha iniziato a prendere forma il GIOCAT(T)ORE.


All'inizio il termine mi sembrava quasi un gioco di parole.


GIOCATORE e ATTORE.


Ma più ci lavoravo, più mi rendevo conto che quella T poteva rappresentare qualcosa di molto più interessante.


La T è l'atto.


È l'azione che accade.


Ma è anche la traccia che quell'azione lascia.


Per questo il GIOCAT(T)ORE non è semplicemente un giocatore che, a un certo punto, diventa attore.


È il giocatore mentre agisce dentro la Giocazione.


È il soggetto che, attraverso il proprio agire, non si limita a partecipare al gioco, ma contribuisce a farlo emergere e, nello stesso tempo, viene trasformato da ciò che emerge.


La parola nasce quindi dalla necessità di nominare qualcosa che nella parola giocatore, da sola, non riuscivo più a vedere.


Il giocatore non è soltanto colui che gioca.


È colui che, giocando, produce una trasformazione.


E questa trasformazione non riguarda soltanto lui.


Riguarda il sistema nel suo insieme.


Penso, per esempio, a un gesto apparentemente semplice come un passaggio.


Per molto tempo abbiamo avuto l'abitudine di pensare: prima insegno il passaggio, poi metto il giocatore nella situazione in cui dovrà utilizzarlo.


Oggi questa separazione mi convince molto meno.


Il passaggio non è semplicemente un oggetto tecnico che esiste indipendentemente dalla situazione.


Diventa una possibilità quando il giocatore percepisce qualcosa: un compagno che si libera, uno spazio che si apre, un avversario che si avvicina, un tempo che diventa favorevole.


Quella possibilità non è soltanto “lì fuori”.


E non è nemmeno soltanto “dentro” il giocatore.


Prende forma nella relazione.


Il giocatore agisce su quella situazione e, agendo, modifica la situazione stessa.


E ciò che ha appena fatto modifica le sue possibilità successive.


Quindi sì, può imparare a passare.


Ma mentre impara, apprende anche qualcosa sullo spazio, sul tempo, sugli altri, sulle proprie possibilità di azione.


E la volta successiva non entra nella stessa situazione di prima.


Entra in una situazione con una storia.


Con una traccia.


Con un sistema percettivo-motorio che è stato modificato dall'esperienza precedente.


È qui che per me anche la distinzione tra imparare e apprendere diventa interessante.


Non li vedo più come due momenti separati.


Imparando, apprende.


E apprendere significa anche trasformare il campo delle possibilità future.


Quello che faccio oggi modifica ciò che potrò fare domani.


Questa idea ha avuto conseguenze anche sul modo in cui ho iniziato a guardare il ruolo di chi insegna, allena o progetta esperienze di gioco.


Se il gioco non è un oggetto che posso semplicemente consegnare, allora neppure il mio ruolo può essere quello di chi possiede tutte le risposte.


Il Giocologo, in questa prospettiva, non è colui che sa già quale gioco dovrà accadere.


È colui che sa costruire condizioni nelle quali un gioco possa emergere.


Può modificare lo spazio.


Può cambiare una regola.


Può introdurre un vincolo.


Può togliere una possibilità.


Può cambiare il numero dei giocatori.


Può modificare il rapporto tra compagni e avversari.


Può introdurre una perturbazione.


E, soprattutto, può porre una domanda senza necessariamente pronunciarla:


“E adesso cosa puoi fare?”


La risposta non dovrebbe arrivare necessariamente dalla spiegazione.


Dovrebbe poter arrivare dall'azione.


Da ciò che il giocatore scopre facendo.


E qui ritorna un'idea che per me è diventata centrale: non posso determinare completamente l'esito della perturbazione.


Posso progettare la condizione.


Posso orientare il campo delle possibilità.


Ma ciò che emergerà dipenderà dall'accoppiamento che si produrrà in quel momento.


E questo significa anche che il Giocologo deve essere disposto a cambiare idea.


Questa forse è una delle cose che l'esperienza mi ha insegnato di più.


Non posso chiedere al giocatore di adattarsi continuamente e pensare che il mio modo di progettare sia invece immutabile.


Se considero il sistema come dinamico, allora devo esserlo anch'io.


Devo osservare ciò che accade e lasciarmi perturbare da ciò che vedo.


In questo senso, anche il mio percorso verso la Giocologia è stato, inevitabilmente, una Giocazione.


Le idee con cui sono partito sono state perturbate dall'esperienza.


L'esperienza ha modificato le mie domande.


Le nuove domande mi hanno portato a cercare altri concetti.


Quei concetti mi hanno fatto rileggere ciò che avevo fatto.


E quella rilettura ha nuovamente modificato il mio modo di progettare e sperimentare.


Non mi sembra quindi di essere arrivato a una teoria definitiva.


Mi sembra piuttosto di essere dentro un processo che continua a trasformarsi.


Ed è forse proprio questo il motivo per cui oggi preferisco parlare di Giocologia.


Non come di una disciplina che pretende di spiegare definitivamente il gioco, ma come di un modo di interrogare ciò che accade nel gioco e attraverso il gioco.


La Giocazione diventa allora il cuore di questa ricerca.


Non un momento precedente.


Non una fase.


Non una tecnica.


Un processo dinamico nel quale giocatore e gioco entrano in accoppiamento strutturale e, attraverso l'azione, co-emergono e si trasformano reciprocamente.


Il giocatore produce il gioco mentre il gioco produce, continuamente, un giocatore diverso.


E forse è proprio qui che il GIOCAT(T)ORE trova il suo significato più profondo.


Non è un nuovo tipo di giocatore.


È il giocatore colto nel momento in cui la sua azione lascia una traccia.


Una traccia nel gioco.


Una traccia nell'ambiente.


Una traccia negli altri.


E soprattutto una traccia in se stesso.


Più lavoro su questo concetto, più mi accorgo che il gioco non è qualcosa che semplicemente facciamo.


È qualcosa che, mentre facciamo, ci fa.


Ed è forse da qui che voglio continuare la mia ricerca.

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