MANIFESTO DELLA GIOCAZIONE

 





Dall’allenamento alla GIOCAZIONE: quando il linguaggio cambia perché è cambiato il paradigma

Premessa epistemologica

Per la GIOCOLOGIA, a un certo punto, il termine “allenamento” non intercettava più il senso, il significato e, soprattutto, lo scopo di ciò che stavamo cercando di costruire.

Non si tratta di una semplice sostituzione lessicale.

Non abbiamo cambiato una parola perché ci piaceva di più un’altra.

Abbiamo cambiato parola perché era cambiato il modo di intendere il giocatore, il gioco, l’apprendimento e il ruolo del Giocologo.

La parola allenamento porta con sé una precisa eredità epistemologica: allenare qualcosa, sviluppare una capacità, ripetere un gesto, migliorare una prestazione, preparare un individuo a fare meglio ciò che dovrà fare successivamente.

Ma se il nostro oggetto di conoscenza è il gioco del calcio nella sua complessità reale, questa concezione diventa progressivamente insufficiente.

Il giocatore non è una macchina alla quale aggiungere capacità.

Il gioco non è il luogo nel quale applicare ciò che è stato precedentemente allenato.

L'apprendimento non avviene prima del gioco per essere successivamente trasferito al gioco.

L'apprendimento accade nel gioco, dal gioco e per trasformare il gioco.

Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce la necessità di parlare di GIOCAZIONE.


1. GIOCAZIONE: NON UN METODO, MA UN PARADIGMA

La prima affermazione del Manifesto è, forse, quella più importante:

LA GIOCAZIONE È UN PARADIGMA.

Non è una nuova metodologia da aggiungere alle tante già presenti nel panorama calcistico.

Non è una successione di esercitazioni.

Non è un ricettario.

Non è una nuova maniera di organizzare il cosiddetto “allenamento”.

È un modo differente di conoscere, interpretare e abitare il fenomeno gioco.

E qui sta la differenza epistemologica.

Il paradigma fenomenologico-enattivo dal quale nasce la GIOCOLOGIA ci porta a considerare il giocatore non come semplice esecutore di informazioni ricevute, ma come soggetto che costruisce conoscenza nell'interazione continua con il contesto.

Il giocatore percepisce, interpreta, decide, agisce.

E mentre agisce modifica il contesto.

Il contesto, a sua volta, modifica le possibilità successive.

È un processo circolare.

È enazione.

Per questo:

Tutto parte dal giocatore.

Tutto arriva al gioco.

Tutto ritorna al giocatore.


Non esiste un vero “prima” separato dal “durante” e dal “dopo”.

Esiste una ricorsività enattiva.


2. IL GIOCO NON È IL PREMIO FINALE: È L'AMBIENTE DI APPRENDIMENTO

Qui si produce una seconda rottura con una certa cultura tradizionale dell'allenamento.

Se il gioco viene considerato come il luogo nel quale verificare ciò che il giocatore ha imparato precedentemente, allora si costruiscono esercizi che preparano al gioco.

Nella GIOCOLOGIA il rapporto si capovolge.

Il gioco è già ambiente di apprendimento.

Il giocatore non deve uscire dalla realtà del gioco per imparare a giocare.

Deve essere immerso in esperienze che conservino le caratteristiche essenziali del fenomeno che vogliamo comprendere.

Avversari.

Compagni.

Palla.

Spazio.

Tempo.

Regole.

Vincoli.

Obiettivi.

Imprevisto.

Decisione.

Relazione.

Emozione.

È dentro questa complessità che emerge la competenza.

Per questo la GIOCOLOGIA privilegia le esperienze situate di apprendimento.

Non esercizi decontestualizzati per poi chiedere al giocatore di “trasferire” ciò che ha appreso.

Giocazione prima dell'insegnazione.


3. AL CENTRO C'È IL GIOCATORE

Il giocatore non è il destinatario passivo dell'intervento dell'allenatore.

È cellula generativa del sistema.

È competente, unico, irriducibile.

È protagonista del proprio processo di apprendimento.

Questo significa cambiare anche lo sguardo del Giocologo.

Non chiedersi continuamente:

“Cosa devo insegnargli?”

Ma:

“Quale esperienza posso generare affinché possa apprendere?”

Non imporre continuamente soluzioni.

Creare condizioni.

Non sostituirsi al giocatore nel processo decisionale.

Facilitare la possibilità che il giocatore percepisca, interpreti, scelga e agisca.

Il Giocologo, quindi, non è il padrone del sapere.

È un facilitatore di possibilità.

Accompagna.

Osserva.

Ascolta.

Interviene quando serve.

Lascia spazio quando serve.

E soprattutto riconosce che il giocatore può produrre conoscenza che non era stata prevista dall'adulto.


4. DALLA COOPETIZIONE ALLA RECIPROCITÀ

La GIOCAZIONE non può essere compresa attraverso una visione esclusivamente oppositiva del calcio.

Nel gioco esiste competizione, certamente.

Ma esiste contemporaneamente cooperazione.

Per superare l'avversario devo necessariamente entrare in relazione con i miei compagni.

E l'avversario, paradossalmente, è indispensabile alla mia possibilità di apprendere.

Da qui il concetto di:

COOPETIZIONE

Competere e cooperare contemporaneamente.

Ma anche:

RECIPROCITÀ

Le relazioni generano valore e significato condiviso.

REVERSIBILITÀ

Dal tutto alle parti e dalle parti al tutto.

RICORSIVITÀ

Ogni azione modifica il contesto che genererà l'azione successiva.

Questi non sono semplici slogan.

Sono principi organizzatori del paradigma.


5. LA RELAZIONALITÀ COME CONDIZIONE DEL GIOCO

Il giocatore non esiste tatticamente da solo.

Non esiste una tecnica isolata dalla situazione.

Non esiste una decisione indipendente dalle relazioni.

Ogni condotta emerge dall'accoppiamento tra:

giocatore – compagni – avversari – palla – spazio – tempo – obiettivo – contesto.

Per questo la GIOCOLOGIA parla di relazionalità.

Il gioco è una rete di relazioni.

E il giocatore apprende proprio entrando continuamente in questa rete.

Perciò non ci interessa semplicemente sapere che cosa fa il giocatore.

Ci interessa comprendere:

perché lo fa, con chi lo fa, contro chi lo fa, quando lo fa, dove lo fa e quali possibilità genera con ciò che fa.

È questa la differenza tra osservare un gesto e comprendere una condotta di gioco.


6. PERCEPIRE, DECIDERE, AGIRE, RIFLETTERE

Nel Manifesto compare un altro elemento fondamentale:

il ciclo enattivo continuo.

Il giocatore:

PERCEPISCE → DECIDE → AGISCE → PERCEPISCE NUOVAMENTE.

Ma attenzione: non è una sequenza meccanica.

Non sono quattro compartimenti separati.

Sono dimensioni continuamente intrecciate.

La percezione è già orientata all'azione.

La decisione nasce dalla relazione con il contesto.

L'azione modifica il contesto.

La nuova configurazione offre nuove possibilità percettive.

E il ciclo ricomincia.

Questa è una delle ragioni per cui la GIOCOLOGIA rifiuta una concezione lineare dell'apprendimento.

Il giocatore non accumula semplicemente informazioni. Si trasforma nella relazione con ciò che vive.

7. L'UNITÀ MINIMA GENERATIVA

Anche la cosiddetta “unità minima” assume, nella GIOCOLOGIA, un significato differente.

Il piccolo gioco non è una semplificazione del calcio.

Non è una versione povera del gioco vero.

È una generazione di complessità.

Da configurazioni come 4x4, 5x5 e altre forme rappresentative del gioco possono emergere comportamenti, relazioni, intenzioni e problemi che appartengono alla natura stessa del calcio.

La riduzione dimensionale non deve cancellare la natura del fenomeno.

Deve permettere al giocatore di incontrarne alcune proprietà in una configurazione sufficientemente densa di relazioni.


8. RIGORE SCIENTIFICO ED EPISTEMOLOGICO

La GIOCOLOGIA non vuole sostituire il sapere scientifico con opinioni personali.

Al contrario.

Più un paradigma ambisce a modificare il modo di intendere il gioco, maggiore deve essere il suo rigore epistemologico.

Neuroscienze.

Pedagogia.

Psicologia.

Sociologia.

Filosofia.

Scienze dell'educazione.

Biomeccanica.

Scienze motorie.

Non come discipline da mettere una accanto all'altra in modo ornamentale, ma come saperi capaci di dialogare attorno al fenomeno complesso del giocatore nel gioco.

La transdisciplinarità, quindi, non significa sapere un po' di tutto.

Significa mettere in relazione saperi differenti per cercare di comprendere ciò che una singola disciplina, da sola, non riesce a spiegare completamente.

E qui ritorna una distinzione fondamentale:

DOXA ≠ EPISTEME

L'opinione può essere legittima.

Ma non diventa conoscenza scientifica semplicemente perché viene pronunciata con sicurezza.

La GIOCOLOGIA, per questo, pretende:

osservazione, ricerca, verifica, confronto, revisione critica e responsabilità epistemologica.


9. COMPETENZA, METODO E VERIFICA

Dire “io lavoro così” non significa avere una teoria.

Dire “questo funziona” non significa averlo dimostrato.

La competenza nasce dall'incontro tra:

conoscenza + esperienza + riflessione + verifica.

E qui emerge un altro passaggio decisivo.

La GIOCOLOGIA non propone dogmi.

Propone un processo di ricerca permanente.

Si osserva.

Si progetta.

Si sperimenta.

Si verifica.

Si riflette.

Si riprogetta.

È un processo ricorsivo.

Non c'è una metodologia definitiva da applicare una volta per tutte.

C'è un paradigma che obbliga il Giocologo a continuare a interrogarsi.


10. L'ETICA DELLA GIOCAZIONE

Ma una trasformazione epistemologica che non produca una trasformazione etica rimarrebbe incompleta.

Se al centro c'è il giocatore, allora il giocatore non può essere trattato come un mezzo per raggiungere il risultato.

Prima viene la persona.

Rispetto.

Responsabilità.

Coraggio.

Umiltà.

Inclusione.

Ascolto.

Autonomia.

Sono valori che non stanno fuori dal gioco.

Fanno parte del gioco.

Perché educare a giocare significa anche educare a vivere relazioni, assumersi responsabilità, prendere decisioni, accettare l'errore, riconoscere l'altro.

Il calcio diventa così anche un dispositivo educativo.


11. IL LINGUAGGIO NON È NEUTRO

Ecco perché abbiamo dovuto cambiare anche le parole.

Le parole non sono semplici etichette.

Le parole costruiscono il modo con cui guardiamo il fenomeno.

Se chiamo il giocatore “esecutore”, probabilmente costruirò un certo tipo di relazione educativa.

Se lo considero protagonista, costruirò un'altra relazione.

Se considero il gioco come una verifica finale, progetterò un certo tipo di allenamento.

Se considero il gioco come ambiente di apprendimento, cambierà radicalmente la progettazione.

Ed è proprio per questo che:

allenamento → GIOCAZIONE

non rappresenta una semplice sostituzione terminologica.

È la conseguenza linguistica di una discontinuità epistemologica.


12. TEORIA, PRATICA, PROGRESSO

La GIOCOLOGIA non vuole rimanere nella teoria.

Ma nemmeno vuole cadere nel pragmatismo del:

 “Io lo faccio da anni, quindi funziona.”

La conoscenza procede attraverso un rapporto circolare:

OSSERVAZIONE E RICERCA → CONOSCENZA → TEORIA → PRATICA → NUOVA OSSERVAZIONE.

La pratica interroga la teoria.

La teoria orienta la pratica.

La pratica modifica la teoria.

E il ciclo ricomincia.

Questa è ricorsività.

Questa è ricerca.

Questa è, per noi, una cultura professionale autentica.


13. E ALLORA, CHE COS'È LA GIOCAZIONE?

La GIOCAZIONE è vivere il gioco per capire, per crescere, per cambiare.

È un paradigma nel quale:

il giocatore è soggetto;

il gioco è ambiente;

la relazione è generativa;

la complessità è costitutiva;

la decisione è parte dell'apprendimento;

l'errore è informazione;

il feedback è enattivo;

il Giocologo è facilitatore;

la scienza è riferimento;

l'etica è fondamento.

Per questo la GIOCAZIONE non è semplicemente un nuovo modo di allenare.

È un modo diverso di concepire l'uomo che gioca.


IL PRINCIPIO FONDANTE

Ed è forse qui che tutto il Manifesto può essere ricondotto a una sola frase:


LA GIOCAZIONE NON È SOLO ALLENAMENTO.

È CULTURA, È RELAZIONE, È VITA.

È IL NOSTRO MODO DI CAMBIARE IL GIOCO,

PER CAMBIARE IL GIOCATORE.


E, aggiungerei, proprio per questo:

 GIOCAZIONE È LA STRADA.

IL GIOCO È LA META.

IL GIOCATORE È IL FUTURO.

Perché tutto parte dal giocatore, tutto arriva al gioco e tutto ritorna al giocatore.


Questa non è una semplice dichiarazione programmatica.


È la ragione per cui, nella GIOCOLOGIA, abbiamo sentito la necessità di andare oltre l'allenamento.


Non per cambiare nome alle cose.


Ma perché avevamo cambiato il modo di comprenderle.

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