DA CREATORE DI ESERCIZI A GIOCOLOGO

 Una trasformazione urgente e necessaria: da un approccio prescrittivo, centrato sull’esercizio, e lo schema da riprodurre, a una prospettiva ecologica e situata, centrata sulla relazione coevolutiva tra gioco e giocatore 

PREMESSA ONTOLOGICA 

Ancora oggi, basta girare per molte scuole calcio, nonostante evidenze scientifiche incontrovertibili, la prima formazione è il regno della prescrizione: esercizi da eseguire, schemi da memorizzare, soluzioni da replicare. Un modello rassicurante, lineare, apparentemente efficace. Ma il gioco, nella sua natura più autentica, non è mai stato questo. Il gioco non appartiene all’allenatore, né può essere ridotto a un insieme di istruzioni da impartire. Il gioco emerge dai giocatori: dalle loro percezioni, dalle loro decisioni, dalle interazioni continue con compagni, avversari e ambiente.Se accettiamo questa premessa ontologica, cambia radicalmente il ruolo di chi forma. L’allenatore non è più colui che trasferisce conoscenze preconfezionate, ma diventa un facilitatore di scoperta. Non impone principi: crea le condizioni perché essi emergano. Non semplifica la complessità del gioco riducendola, ma la rende accessibile accompagnando i giocatori dentro la sua non linearità, aiutandoli a orientarsi senza perdere ricchezza.In questo scenario prende forma una figura nuova: il Giocologo. Un allenatore che osserva, interpreta, progetta contesti significativi, che costruisce proposte coerenti, realistiche e aperte, capaci di stimolare esplorazione e adattamento. Nella prima formazione, questo passaggio è decisivo: è qui che si instaura il primo rapporto tra il giocatore e il gioco stesso.

Purtroppo, nei settori giovanili, e ancora più grave nella prima formazione,la figura dell’allenatore viene spesso associata a quella di un tecnico focalizzato esclusivamente a spiegare, dimostrare e correggere. Un “prescrittore della corretta esecuzione dell'esercizio”, appunto. Una figura spesso dedita esclusivamente alla presentazione di esercitazioni originali, della progressione lineare, e alla ricerca di un’organizzazione rigida e facilmente riproducibile in ogni luogo e tempo. Questo modello per certi versi riguarda anche molti che parlano di gioco, presenta tre criticità principali: Il gioco come oggetto da riprodurre 

L’allenatore "indica" i suoi principi di gioco, spesso presi dal calcio professionistico, e pretende che siano " correttamente " applicati. Intanto, dimentico del fatto che il bambino non è un adulto in miniatura e soprattutto ignorando che il bambino deve imparare a giocare esplorando il gioco e l'allenatore lo deve aiutare in questo singolare viaggio. Allenamento meccanico e rigido

Le sedute si basano su ripetizioni ossessive: coni, cinesini, percorsi predefiniti. Il gioco viene relegato a partitella finale. L'apprendimento viene svuotato del suo contesto reale. Si impara “come fare” un gesto, ma non “quando”, “perché”, " con chi", " contro chi " usarlo. Focus sul successo personale. 

Frequenti sono i casi dove l’allenatore utilizza il bambino, spesso quello in anticipo biologico rispetto agli altri, per ottenere risultati immediati o per affermare il proprio ego professionale. Il processo educativo passa in secondo piano soffocando fantasia e creatività. Il “giocologo”: una nuova figura educativa

Sul lato opposto emerge una figura completamente diversa: il giocologo. Un professionista che mette al centro il gioco nel processo di apprendimento. Qui la missione non è più costruire esercizi perfetti, ma creare contesti significativi.

I principi del giocologo

Il giocatore come protagonista

Il bambino non è un esecutore, ma un giocat(t)ore. Viene stimolato a scegliere, interpretare, sbagliare e riprovare. L’autonomia diventa parte integrante dell’apprendimento. L’errore come risorsa 

Nel modello tradizionale l’errore viene corretto subito, quasi “stigmatizzato ”. Nel paradigma del giocologo, invece, l’errore è una risorsa. Utilizza l’errore per conoscere e sviluppare consapevolezza e autonomia. Formazione per la vita

Il giocologo va oltre la dimensione sportiva. Diventa guida, mentore, punto di riferimento emotivo. L’obiettivo non è solo formare giocatori, ma persone capaci di affrontare la complessità. Dal controllo al contesto: il vero cambio di paradigma

Il cuore di questa trasformazione sta nel passaggio dal controllo al contesto.

Il “creatore di esercizi” cerca di controllare ogni variabile: spazi, movimenti, tempi.

Il “giocologo”, invece, costruisce ambienti di apprendimento ricchi, dove il gioco stesso genera situazioni imprevedibili e autentiche. Perché questo cambiamento è urgente

Nel calcio moderno (e nello sport giovanile in generale), continuare a proporre modelli rigidi significa perdere un’enorme opportunità educativa.

I bambini di oggi hanno bisogno di:

contesti stimolanti, non istruzioni rigide

possibilità di esplorare, non solo di eseguire

adulti di riferimento, non solo istruttori tecnici. Il giocologo risponde a queste esigenze perché comprende che il gioco è il linguaggio naturale dell’apprendimento. Diventare giocologo non significa rinunciare alla competenza tecnica, ma darle un senso più profondo. Significa spostare l’attenzione dal “cosa far fare” al “come far emergere ”.

È un cambio di prospettiva che richiede studio, consapevolezza e anche molto coraggio. Ma è anche l’unica strada per rendere lo sport davvero educativo.

Perché alla fine, il vero successo non è formare esecutori …

ma aiutare ogni bambino a far emergere la migliore versione del giocatore che è dentro di lui

Commenti

Post popolari in questo blog

Quattro serie di ripetute da 50+50.

UN PATTO FORMATIVO DI CORRESPONSABILITÀ PER UNA DIVERSA IDEA DI SCUOLA CALCIO