Dalla tabella di Martin al paradigma fenomenologico-enattivo: una rilettura delle finestre sensibili
Per oltre quarant’anni la programmazione dell’allenamento giovanile è stata profondamente influenzata dalla cosiddetta tabella di Martin, uno dei riferimenti metodologici più diffusi nella formazione degli allenatori e nella pianificazione dello sviluppo delle capacità motorie.
Elaborata sulla base delle conoscenze biologiche e neurofisiologiche disponibili tra gli anni Settanta e Ottanta, essa individuava specifici periodi dello sviluppo ritenuti particolarmente favorevoli all’allenamento delle diverse capacità motorie, introducendo il concetto delle cosiddette finestre sensibili.
Questo modello ha rappresentato un progresso fondamentale nella metodologia dell’allenamento. Per la prima volta veniva riconosciuto che il bambino non è un “piccolo adulto” e che lo sviluppo delle sue competenze deve rispettare i ritmi della maturazione biologica. La tabella di Martin ha contribuito a superare programmi standardizzati e ha offerto agli allenatori un criterio scientifico per organizzare il lavoro nelle diverse età evolutive.
Oggi, tuttavia, le profonde trasformazioni intervenute nelle neuroscienze, nella psicologia ecologica e nell’approccio fenomenologico-enattivo invitano a una rilettura di questo modello. Non perché le intuizioni di Martin siano state smentite, ma perché il paradigma scientifico entro il quale esse sono state formulate si è evoluto, offrendo una visione più ampia e integrata dell’apprendimento motorio
La logica della tabella di Martin
La proposta di Martin si fonda su un principio semplice ma estremamente influente: durante la crescita esistono periodi nei quali alcune capacità motorie risultano particolarmente allenabili.
Secondo questa impostazione, l’allenatore dovrebbe organizzare la programmazione privilegiando, nelle diverse fasce d’età, lo sviluppo della coordinazione, della rapidità, della forza o della resistenza, sfruttando i momenti di maggiore sensibilità biologica.
Dal punto di vista fisiologico, questa impostazione conserva ancora oggi una solida validità. La maturazione del sistema nervoso, dell’apparato muscolare e del sistema endocrino non procede in modo uniforme, e alcuni processi mostrano effettivamente periodi di maggiore plasticità.
Il limite non risiede quindi nel riconoscimento delle finestre sensibili, bensì nell’interpretazione metodologica che ne è derivata.
Nel tempo, infatti, il concetto di finestra sensibile è stato spesso tradotto nella convinzione che ogni capacità dovesse essere allenata separatamente nel proprio momento privilegiato, favorendo una programmazione frammentata e una visione analitica dello sviluppo motorio.
Dal paradigma delle capacità al paradigma dell’adattamento
L’approccio fenomenologico-enattivo propone un cambiamento di prospettiva.
Le moderne neuroscienze mostrano che il cervello non sviluppa funzioni isolate, ma costruisce continuamente reti integrate attraverso l’esperienza. La scoperta dei neuroni specchio, gli studi sulla neuroplasticità e le ricerche sull’embodied cognition dimostrano che ogni esperienza coinvolge simultaneamente processi percettivi, motori, cognitivi, emotivi e relazionali.
Non si sviluppa prima la coordinazione, poi la rapidità e successivamente la forza.
Si sviluppa un organismo che impara progressivamente a relazionarsi con il proprio ambiente.
L’apprendimento non consiste nell’accumulare capacità indipendenti, ma nel costruire modalità sempre più efficaci di adattamento alle richieste del contesto.
Questa prospettiva modifica radicalmente il significato delle finestre sensibili.
Esse non rappresentano più periodi privilegiati per allenare singole capacità, ma momenti nei quali il sistema organismo-ambiente manifesta differenti possibilità di sviluppo.
Dalle finestre sensibili alle opportunità enattive
Nel paradigma fenomenologico-enattivo l’attenzione si sposta dalle capacità all’esperienza.
Non è sufficiente chiedersi quale capacità allenare in una determinata età.
Occorre chiedersi quali esperienze favoriscano lo sviluppo dell’intelligenza motoria.
Il bambino piccolo ha bisogno di esplorare.
Il preadolescente ha bisogno di confrontarsi con situazioni variabili.
L’adolescente necessita di contesti che richiedano decisioni sempre più complesse e adattamenti continui.
In tutte le fasi dello sviluppo, ciò che cambia non è l’importanza della forza, della velocità o della coordinazione, ma il modo in cui queste risorse vengono integrate nell’azione.
L’allenamento diventa quindi progettazione di ambienti ricchi di significato, nei quali il giovane atleta costruisce progressivamente il proprio rapporto con il gioco.
La reinterpretazione dello sviluppo motorio
L’approccio fenomenologico-enattivo suggerisce una diversa lettura dell’età evolutiva.
Lo sviluppo non procede attraverso una successione di capacità da acquisire, ma attraverso una progressiva organizzazione dell’intelligenza motoria.
Nelle prime fasi prevale l’esplorazione dell’ambiente.
Successivamente emergono la capacità di riconoscere regolarità, di anticipare gli eventi e di coordinare le proprie azioni con quelle degli altri.
Con l’aumento dell’esperienza il giovane atleta impara a influenzare il contesto di gioco e, infine, a riorientare continuamente il proprio comportamento in funzione dell’evoluzione della situazione.
La crescita riguarda quindi il sistema nella sua globalità.
Corpo, percezione, decisione, emozione e relazione si sviluppano contemporaneamente, alimentandosi reciprocamente.
Dalle capacità alle competenze enattive
In questa prospettiva, le tradizionali capacità motorie non perdono la loro importanza, ma vengono reinterpretate.
Forza, velocità, resistenza e coordinazione rappresentano le risorse biologiche dell’azione.
Esse costituiscono il substrato che rende possibile il comportamento motorio, ma acquistano significato solo quando vengono organizzate all’interno di un’azione intenzionale.
L’obiettivo dell’allenamento non è più lo sviluppo separato delle capacità, bensì la crescita di competenze adattive che consentono al giocatore di affrontare efficacemente la complessità del gioco.
Queste competenze possono essere sintetizzate in quattro grandi dimensioni.
Adattabilità, intesa come capacità di modificare continuamente il proprio comportamento in funzione delle trasformazioni dell’ambiente.
Anticipazione probabilistica, cioè la capacità di cogliere le informazioni rilevanti e prevedere gli sviluppi più probabili dell’azione.
Proattività, che permette al giocatore non solo di reagire agli eventi, ma di influenzarli attraverso le proprie decisioni.
Riorientamento intenzionale delle condotte, ovvero la capacità di modificare rapidamente strategie e comportamenti mentre l’azione è ancora in corso.
Queste competenze non si sviluppano in successione, ma crescono progressivamente e si integrano durante tutto il percorso evolutivo.
Una nuova prospettiva per la formazione giovanile
Alla luce di queste considerazioni, la tabella di Martin può essere reinterpretata senza rinnegare il valore storico che ha avuto.
Le finestre sensibili non devono più essere considerate come periodi dedicati all’allenamento di capacità isolate, bensì come finestre di opportunità, nelle quali l’organismo manifesta differenti possibilità di costruzione dell’esperienza motoria.
La programmazione dell’allenamento non dovrebbe quindi essere organizzata attorno alle capacità, ma attorno alla progressiva complessità delle situazioni di apprendimento.
La programmazione dell’allenamento non dovrebbe quindi essere organizzata attorno alle capacità, ma attorno alla progressiva complessità delle situazioni di apprendimento.
L’allenatore diventa un progettista di ambienti.
Il suo compito non consiste principalmente nel trasmettere esercizi, ma nel creare contesti nei quali il giovane giocatore possa percepire, decidere, agire e adattarsi continuamente.
Nei giochi di invasione questo principio assume un’importanza decisiva. Le capacità fisiche non vengono allenate in modo astratto, ma emergono naturalmente dalla partecipazione a situazioni rappresentative del gioco, nelle quali ogni gesto tecnico è inseparabile dalla lettura del contesto, dalla decisione e dalla relazione con compagni e avversari.
Conclusione
La rilettura della tabella di Martin proposta dal paradigma fenomenologico-enattivo non rappresenta una negazione del passato, ma un’evoluzione coerente delle conoscenze sull’apprendimento motorio.
Martin ha avuto il merito di richiamare l’attenzione sull’importanza della maturazione biologica e di introdurre il concetto di finestre sensibili in un’epoca nella quale la metodologia dell’allenamento disponeva di strumenti interpretativi molto diversi da quelli attuali.
Oggi, le neuroscienze e l’approccio fenomenologico-enattivo consentono di compiere un ulteriore passo avanti.
Le finestre sensibili possono essere reinterpretate come opportunità evolutive, nelle quali ciò che conta non è l’allenamento di una singola capacità, ma la qualità delle esperienze che il giovane atleta vive all’interno di ambienti ricchi di relazioni, variabilità e significato.
In questa prospettiva, il giovane calciatore non cresce sviluppando prima la coordinazione, poi la velocità, quindi la forza e infine la resistenza. Cresce imparando progressivamente ad adattarsi, ad anticipare, ad agire intenzionalmente e a riorientare il proprio comportamento all’interno di situazioni sempre più complesse.
È proprio questo passaggio, dalla logica delle capacità alla logica delle competenze adattive, che rappresenta uno dei contributi più significativi del paradigma fenomenologico-enattivo alla moderna teoria dell’allenamento nei giochi di invasione.


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