Dalla valutazione sommativa alla valutazione formativa: osservare la prestazione del giocatore dentro il gioco autentico
L’articolo che segue e le due immagini allegate sono nati a seguito di questa domanda: Mister, seguo con molto interesse ciò che scrive e trovo molto interessante la prospettiva con cui affronta il tema della valutazione nel calcio.
Le pongo però una domanda, che credo sia legittima e che
nasce proprio dal paradigma che lei richiama: lei valuta solo l’emergere del
gioco oppure valuta anche il giocatore che quel gioco lo rende possibile?
La domanda non nasce da una contrapposizione tra prestazione
e persona, perché credo che proprio questo sia il punto centrale della
questione.
Il paradigma fenomenologico-enattivo non invita a spostare
l’attenzione dalla prestazione al soggetto, ma a comprendere la prestazione in
modo più complesso: come il risultato di una relazione continua tra giocatore,
ambiente, compagni, avversari e situazione di gioco.
Il gioco non è qualcosa che esiste indipendentemente dal
giocatore.
E allo stesso tempo il giocatore non può essere compreso
fuori dal gioco.
È una relazione dinamica: il giocatore interpreta il
contesto, attribuisce significati alle informazioni che riceve, prende
decisioni e attraverso le proprie azioni modifica il contesto stesso.
Per questo anche la valutazione non può essere considerata
un atto esterno e neutrale.
Anche la valutazione vive un accoppiamento strutturale:
l’osservatore entra in relazione con ciò che osserva.
L’allenatore non guarda semplicemente un fenomeno già
definito, ma costruisce una osservazione insieme al giocatore e all’ambiente in
cui quella condotta emerge.
Se osserviamo solo il gioco che appare, rischiamo di vedere
esclusivamente il risultato dell’azione: una palla persa, un passaggio
riuscito, un movimento efficace o inefficace.
Ma dietro ogni agito c’è un processo: cosa ha percepito il
giocatore?
Quali informazioni ha raccolto?
Quale soluzione ha riconosciuto?
Quali possibilità non è riuscito ancora a cogliere?
La valutazione formativa quindi non elimina la prestazione,
ma la approfondisce.
Non chiede soltanto “quanto è efficace questa soluzione?”,
ma cerca di comprendere “come questo giocatore arriva a quella soluzione e come
può ampliare le proprie possibilità di gioco?”.
Un giocatore competente non è semplicemente colui che ripete
correttamente un gesto, perché il calcio non presenta mai situazioni identiche.
La competenza emerge dalla capacità di adattarsi: avvertire
una pressione diversa, riconoscere uno spazio nuovo, modificare una scelta in
funzione dei compagni e degli avversari.
Da questo punto di vista anche l’errore cambia significato.
Non è solo una mancanza da correggere, ma un’informazione
sul rapporto tra giocatore e situazione.
Se un giocatore perde
palla sotto pressione, la domanda non è soltanto “perché ha sbagliato?”, ma
“quale informazione non è riuscito ancora a percepire?
Quale soluzione non ha ancora incarnato?”.
Per questo credo che la vera questione sia: quando
valutiamo, stiamo osservando non solo il gioco che emerge, ma stiamo cercando
di comprendere il giocatore attraverso il modo in cui quel gioco emerge.
Perché il gioco è espressione del giocatore, ma anche il
giocatore viene trasformato dal gioco.
La valutazione formativa nasce proprio dentro questa
relazione: non separa il giocatore dal contesto e non separa la prestazione dal
processo che la genera.
La differenza non è quindi scegliere tra valutare il gioco o
valutare il giocatore. La differenza è comprendere che il giocatore esiste nel
gioco e che il gioco prende forma attraverso il giocatore.
Veniamo all’articolo la valutazione sommativa e la valutazione
formativa: osservare la prestazione del giocatore dentro il gioco autentico
Nel percorso di formazione del giocatore, il modo in cui
valutiamo determina il modo in cui osserviamo, alleniamo e accompagniamo la
crescita del giocatore.
Per molto tempo la
valutazione è stata principalmente sommativa: un momento in cui si misurava il
livello raggiunto, si classificava una prestazione e si attribuiva un giudizio.
Questo approccio ha avuto e continua ad avere una sua
utilità: la prestazione tecnica, tattica, fisica e il risultato dell’azione
rimangono elementi fondamentali nel calcio.
Tuttavia, il limite di una valutazione esclusivamente
sommativa è quello di rischiare di fotografare il giocatore solo attraverso ciò
che appare alla fine dell’azione, senza comprendere il processo che ha portato
a quella scelta.
Il calcio, però, non è una successione di gesti isolati. È
un ambiente dinamico, imprevedibile, dove il giocatore deve continuamente
leggere informazioni, adattarsi, prendere decisioni e trovare soluzioni.
Per questo nasce la necessità di una valutazione diversa:
una valutazione formativa, capace non solo di misurare ciò che il giocatore fa,
ma di comprendere come apprende, come si adatta e come evolve nel gioco.
Il paradigma fenomenologico-enattivo: non meno prestazione,
ma una prestazione osservata diversamente
Un possibile fraintendimento del paradigma
fenomenologico-enattivo è pensare che esso metta in secondo piano la
prestazione del giocatore, privilegiando aspetti emotivi, relazionali o
personali.
In realtà è esattamente il contrario.
Questo approccio non trascura la prestazione: la osserva con
uno sguardo più completo.
La prestazione rimane centrale, ma non viene considerata
come un gesto fine a sé stesso, separato dal contesto.
Viene analizzata nella sua relazione con il gioco autentico.
La domanda non è soltanto:
“Ha eseguito bene questo gesto?”
Ma diventa:
“Questa azione rappresenta una soluzione efficace rispetto
al problema che il gioco gli ha presentato?”
Un passaggio tecnicamente perfetto può essere una scelta
inefficace se non permette alla squadra di avanzare.
Un controllo non esteticamente pulito può invece essere
funzionale se consente di superare una pressione e creare un vantaggio.
Il valore della prestazione nasce quindi dal rapporto tra
gesto, intenzione e situazione.
Dalla valutazione del gesto alla valutazione della
competenza
La valutazione tradizionale tende spesso a osservare
elementi separati:
qualità del controllo;
precisione del passaggio;
velocità d’esecuzione;
capacità nel duello;
numero di errori.
Sono aspetti importanti, ma da soli non spiegano
completamente la competenza di un giocatore.
Le schede di osservazione enattiva spostano il focus sulla
capacità del giocatore di risolvere problemi.
Non si osserva soltanto se un giocatore controlla la palla,
ma:
se guarda prima di ricevere;
se orienta il corpo;
se percepisce lo spazio;
se riconosce le opportunità;
se adatta la condotta alla situazione.
La tecnica non perde valore: acquisisce significato.
Il gesto tecnico diventa uno strumento al servizio della
decisione.
Dalla ripetizione alla capacità di adattarsi
Nel modello tradizionale spesso il giocatore bravo è quello
che ripete correttamente un comportamento.
Ma il gioco reale non presenta mai situazioni identiche.
Ogni azione cambia in relazione a:
posizione degli avversari;
movimento dei compagni;
spazio disponibile;
tempo a disposizione;
pressione ricevuta.
Per questo la valutazione formativa osserva la variabilità
adattiva.
Un giocatore competente non è quello che utilizza sempre la
stessa soluzione, ma quello che possiede più possibilità e sa scegliere quella
più efficace.
La domanda diventa:
“Sa cambiare soluzione quando cambia il problema?”
Questa è una competenza centrale nel calcio.
Dall’allenatore giudice all’allenatore osservatore
La valutazione sommativa porta spesso l’allenatore nel ruolo
di giudice:
correggere l’errore;
indicare cosa fare;
stabilire chi è avanti e chi è indietro.
La valutazione formativa modifica questa prospettiva.
L’allenatore diventa un osservatore del processo:
cerca condotte ricorrenti;
individua ciò che limita il giocatore;
comprende quali situazioni creare in allenamento;
utilizza l’errore come informazione.
L’errore non è semplicemente qualcosa da eliminare, ma un
dato che permette di capire quale problema il giocatore deve ancora imparare a
risolvere.
Se un giocatore perde palla sotto pressione, la domanda non
è solo:
“Perché sbaglia?”
Ma:
“Quale informazione non riesce ancora a leggere? Quale
soluzione non riesce ancora a costruire?”
Il giocatore come sistema: emotivo, sociale e motorio
La seconda scheda amplia ulteriormente la prospettiva,
osservando il giocatore sul piano emotivo, socio-affettivo e motorio.
Il giocatore non è solo una tecnica da perfezionare.
È una persona che gioca, sente, comunica, reagisce e
costruisce relazioni.
Vengono osservati aspetti come:
Piano emotivo
Gestione della frustrazione;
risposta alla pressione;
motivazione;
capacità di mantenere lucidità.
Piano socio-affettivo
Comunicazione;
collaborazione;
capacità di sostenere i compagni;
gestione del conflitto.
Queste dimensioni non sono separate dalla prestazione: fanno
parte della prestazione stessa.
Un giocatore che perde controllo emotivo dopo un errore, che
non comunica con i compagni o che non riesce ad adattare il proprio corpo alla
situazione sta incontrando un problema di gioco, non semplicemente un problema
“extra”.
La valutazione formativa non sostituisce il giudizio:
costruisce crescita
Passare dalla valutazione sommativa alla valutazione
formativa non significa smettere di valutare.
Significa valutare meglio.
La valutazione sommativa chiede:
“Quanto è bravo questo giocatore oggi?”
La valutazione formativa chiede:
“Come agisce questo
giocatore nel gioco e come possiamo aiutarlo a diventare più competente?”
La prima produce una fotografia.
La seconda costruisce un percorso.
Dal risultato alla comprensione del processo
Il paradigma fenomenologico-enattivo porta quindi un
cambiamento culturale importante:
non si guarda più solo il gesto, ma la relazione tra
giocatore e ambiente;
non si osserva solo il risultato, ma il processo
decisionale;
non si cerca soltanto chi riesce meglio oggi, ma come ogni
giocatore può evolvere.
La prestazione resta il cuore del calcio, ma viene compresa
nella sua dimensione autentica: quella di un giocatore che deve percepire,
decidere, adattarsi e agire dentro un gioco complesso.
La vera differenza non è passare dalla prestazione alla
persona.
È passare da una prestazione vista come semplice esecuzione
a una prestazione analizzata come espressione della competenza del giocatore.

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