GIOCAZIONE MULTIDIREZIONALE

 Come al solito, confrontarsi con Francesco Quaranta è sempre foriero di idee.

È successo con la GIOCOLOGIA e sta accadendo qualcosa di molto simile anche intorno al concetto di multidirezionalità, del quale condividiamo  profondamente il significato e le implicazioni.

Ma proprio perché credo sia importante andare oltre le parole, vorrei fare una precisazione.

Questi giochi, come abbiamo espresso più volte, non hanno nulla a che vedere con ciò che comunemente viene definito “possesso palla”.

NON È POSSESSO. È DISPONIBILITÀ.

Ho spiegato che Il termine possesso palla, così come le numerose derive concettuali e metodologiche che nel tempo ne sono scaturite, non mi ha mai convinto dal punto di vista epistemologico.

Lo so, è un’espressione talmente radicata nel linguaggio calcistico da sembrare quasi naturale.

Ma proprio per questo, credo sia necessario interrogarla.

La palla, infatti, non si possiede come si possiede una proprietà.

Della palla si ha la disponibilità oppure non la si ha.

E non è una semplice questione terminologica.

Cambiare il modo di nominare un fenomeno significa anche mettere in discussione il modo attraverso il quale quel fenomeno viene pensato, interpretato e, di conseguenza, insegnato.

È anche da questa esigenza che nasce il concetto di GIOCAZIONE.

Avere la disponibilità della palla significa avere la possibilità di agire attraverso di essa per raggiungere uno scopo.

La disponibilità, quindi, non ha valore in sé.

Assume valore per le possibilità che, in quella determinata situazione, è capace di generare.

Ed è qui che il discorso diventa divergente .

Che cosa significa realmente avere la disponibilità della palla?

Quando possiamo dire che un giocatore è davvero “in disponibilità”?

Quali possibilità d’azione vengono generate?

Come cambia la relazione tra chi ha la palla, chi non ce l’ha, i compagni, gli avversari, lo spazio e lo scopo?

 

Sono domande che ci portano inevitabilmente molto oltre la semplice idea di tenere il pallone.

Di questo parleremo più approfonditamente in un prossimo articolo.

Qui, invece, voglio soffermarmi sulla GIOCAZIONE MULTIDIREZIONALE.

 

 

 

QUANDO NON ESISTE UN “DIREZIONE ” PRESTABILITA

La situazione rappresentata nella figura è un 4 contro 4 + 4 jolly esterni, all’interno di uno spazio di circa 40x30 metri, con quattro porticine collocate ai quattro angoli.

È proprio la struttura dello spazio a introdurre una condizione fondamentale: non esiste una sola direzione privilegiata.

I quattro giocatori blu e i quattro giocatori gialli sono dentro la disputa della palla.

I quattro giocatori rossi, invece, sono esterni e partecipano alla giocazione come jolly.

La squadra che, in quel momento, ha la disponibilità della palla può finalizzare in una qualsiasi delle quattro porticine.

C’è però una condizione: prima di poter finalizzare, deve aver creato una relazione con almeno uno dei giocatori rossi.

Il jolly chiamato in causa, rimette immediatamente la palla nella giocazione e rimane esterno. Non entra nella disputa e non può finalizzare.

È, appunto, pura disponibilità.

La finalizzazione è valida soltanto se la palla entra rasoterra nella porticina.

Si gioca per 3 tempi da 6 minuti.

Al termine di ogni tempo cambiano i jolly: i quattro rossi entrano nella disputa e quattro giocatori che erano dentro prendono il loro posto all’esterno.

In questo modo tutti sperimentano entrambe le condizioni:

essere nella disputa ed essere nella disponibilità.

Ed è proprio questa alternanza che rende l’esperienza particolarmente significativa.

 

LA MULTIDIREZIONALITÀ NON SI SPIEGA: SI VIVE

La  multidirezionalità non viene spiegata al giocatore.

Viene generata dalla situazione.

Quando un giocatore riceve la palla non ha davanti a sé un’unica direzione nella quale orientarsi.

Può andare avanti, indietro, lateralmente, diagonalmente.

Può giocare con un compagno, utilizzare un jolly, attaccare uno spazio, cambiare lato, cercare immediatamente una porticina.

Le possibilità sono molteplici e cambiano continuamente.

Per questo emerge una condotta fondamentale: l’orientamento e la presa di informazione a 360°.

Il giocatore non può limitarsi a guardare la palla.

Deve continuamente raccogliere informazioni sull’ambiente nel quale è immerso: dove sono i compagni? Dove sono gli avversari? Quale spazio è disponibile? Quale jolly può essere utilizzato? Quale porticina è attaccabile?

Non esiste una direzione stabilito prima della situazione,  emerge dalla relazione tra la palla, il giocatore, i compagni, gli avversari, lo spazio e lo scopo.

Ed è proprio questo che rende la giocazione multidirezionale diversa da un semplice esercizio di circolazione della palla.

 

IL JOLLY NON È UN APPOGGIO

C’è poi un altro aspetto che considero particolarmente interessante.

Il giocatore rosso non è semplicemente un “appoggio”.

È una possibilità disponibile.

La sua presenza modifica lo spazio e, contemporaneamente, viene modificata dalla scelta degli altri giocatori.

Se utilizzo il jolly sulla destra, posso creare condizioni differenti sulla sinistra.

Se un compagno diventa disponibile, un altro può liberare spazio.

Se un avversario viene attirato da una parte, può aprirsi una possibilità dall’altra.

E così la giocazione comincia a generare condotte di triangolazione, smarcamento e liberazione del terzo non perché qualcuno le abbia prescritte, ma perché sono rese necessarie dalla situazione.

È questa, per me, la differenza sostanziale.

Non si insegna al giocatore che cosa deve fare.

Si costruisce una situazione nella quale certe possibilità diventano percepibili e utilizzabili.

 

COSA EMERGE DALLA GIOCAZIONE

 Il valore dell’esperienza non è determinato dal numero dei passaggi effettuati.

Non è nemmeno da quanto tempo una squadra riesce a mantenere la palla.

La domanda interessante diventa un’altra:

quante possibilità riesce a generare quando ha la disponibilità della palla?

E soprattutto, riesce a rendere la palla disponibile a più giocatori e in più direzioni?

Perché potrebbe anche accadere che una squadra mantenga a lungo la disponibilità della palla, utilizzando sempre gli stessi giocatori e muovendosi sempre nelle stesse direzioni.

Si direbbe,  abbiamo fatto “possesso”.

Ma questo possesso quanta giocazione ha realmente generato?

 

E DOPO LA GIOCAZIONE?

Anche il momento della pausa può diventare parte dell’esperienza.

Non chiederei:

“Chi ha avuto più possesso?”

Chiederei piuttosto:

“Quando avevate la disponibilità della palla, quante porticine riuscivate a vedere?”

 

E ancora:

“Avete utilizzato tutti i giocatori che erano disponibili o avete cercato sempre lo stesso?”

Oppure:

“Quando una possibilità si chiudeva, quante altre riuscivate a riconoscere?”

 

In questo modo la riflessione non porta il giocatore a contare quanto ha tenuto la palla, ma a riconoscere che cosa è riuscito a fare attraverso la sua disponibilità.

COSA OSSERVA IL GIOCOLOGO?

Il Giocologo, in questa situazione, non è alla ricerca della corretta esecuzione di un gesto.

Osserva il modo in cui il giocatore vive la situazione.

Osserva chi rende disponibile la palla prima ancora di riceverla.

Osserva chi, quando è jolly, si rende realmente disponibile, muovendosi lungo il lato e modificando le possibilità degli altri.

Osserva chi, dopo aver perso la disponibilità della palla, reagisce immediatamente, cercando di ridurre le possibilità dell’avversario e magari chiudendo la porticina più vicina.

Osserva, soprattutto, chi riesce a passare rapidamente da una possibilità all’altra senza rimanere vincolato a una sola soluzione.

Perché nella multidirezionalità il problema non è trovare la soluzione.

È riconoscere, tra le tante possibilità che emergono, quella che in quel momento può generare più gioco.

Ed è qui che la GIOCAZIONE multidirezionale incontra pienamente la GIOCOLOGIA.

Non si tratta di conservare la palla.

Si tratta di generare possibilità attraverso la sua disponibilità.

Non possesso.

Disputa, disponibilità e finalizzazione.

E, soprattutto, un giocatore chiamato continuamente a percepire, scegliere e agire nella complessità reale del gioco.

BIDIREZIONALITÀ E MULTIDIREZIONALITÀ NELLA PRIMA FORMAZIONE

Se questi dispositivi di giocazione sono importanti per il giocatore, essi assumono un ruolo ancora più significativo nella prima formazione.

 

È proprio nei primi anni, infatti, che il bambino costruisce il proprio modo di stare dentro il gioco.

 

Prima ancora di apprendere un gesto tecnico, prima ancora di conoscere una determinata soluzione, il bambino impara progressivamente a guardare, a orientarsi, a riconoscere gli altri, a muoversi nello spazio, a comprendere dove può andare e, soprattutto, a scoprire che ciò che può fare dipende continuamente da ciò che accade intorno a lui.

 

Per questo motivo, proporre fin dall’inizio situazioni nelle quali esiste una sola direzione, una sola porta, una sola soluzione o una sequenza di azioni già stabilita significa inevitabilmente offrire al bambino una particolare rappresentazione del gioco.

 

Una rappresentazione nella quale giocare può diventare, molto presto, sinonimo di eseguire ciò che è stato previsto.

 

La giocazione bidirezionale e quella multidirezionale possono invece introdurre, fin dalla prima formazione, un’idea completamente diversa.

 

Quella di un gioco nel quale non esiste una direzione da conoscere prima, ma possibilità che devono essere continuamente riconosciute.

 

IL BAMBINO E LA SCOPERTA DELLE POSSIBILITÀ

 

Nella prima formazione questo aspetto assume un’importanza particolare.

 

Il bambino non deve essere necessariamente portato a conoscere in anticipo quale sia la soluzione corretta.

 

Deve poter sperimentare che una situazione può essere affrontata in modi differenti.

 

Può andare avanti oppure tornare indietro.

 

Può giocare da una parte oppure dall’altra.

 

Può avvicinarsi a un compagno oppure allontanarsi.

 

Può attaccare uno spazio oppure crearne uno per qualcun altro.

 

Può utilizzare una possibilità che aveva inizialmente ignorato.

 

È attraverso queste esperienze che il bambino comincia a comprendere una delle caratteristiche fondamentali del gioco:

 

non esiste sempre una sola cosa da fare.

 

Esistono possibilità.

 

E le possibilità cambiano.

 

LA BIDIREZIONALITÀ: SCOPRIRE CHE SI PUÒ CAMBIARE

 

La giocazione bidirezionale può assumere, nella prima formazione, un valore straordinario proprio per la sua semplicità.

 

Due direzioni sono sufficienti per introdurre un elemento che normalmente non appartiene alle esercitazioni più rigide: la necessità di scegliere.

 

Il bambino che può giocare soltanto verso una direzione può concentrarsi prevalentemente sull’esecuzione.

 

Il bambino che può giocare in due direzioni è invece continuamente sollecitato a chiedersi, anche senza formulare verbalmente la domanda:

 

“Dove posso andare adesso?”

 

Questa domanda nasce dal gioco, non dall’istruzione dell’adulto.

 

E questo è fondamentale.

 

Perché il bambino non sta imparando una regola astratta.

 

Sta facendo esperienza del fatto che una possibilità può chiudersi e che, contemporaneamente, un’altra può aprirsi.

 

Comincia a scoprire che se l’avversario arriva da una parte, può essere conveniente andare dall’altra.

 

Che se un compagno è disponibile davanti, può esserlo anche alle sue spalle.

 

Che se una direzione diventa difficile, non significa necessariamente che il gioco sia finito.

 

Può essere il momento di cambiare.

 

Questa esperienza, apparentemente semplice, rappresenta una base importante per la formazione dell’autonomia.

 

LA MULTIDIREZIONALITÀ: ALLARGARE LO SGUARDO

 

Se la bidirezionalità permette al bambino di scoprire l’esistenza di più possibilità, la multidirezionalità amplia ulteriormente il campo dell’esperienza.

 

Non c’è più soltanto “da una parte o dall’altra”.

 

Il bambino può orientarsi in avanti, indietro, lateralmente, diagonalmente.

 

Può utilizzare differenti compagni.

 

Può riconoscere differenti spazi.

 

Può modificare continuamente la propria posizione in funzione di ciò che accade.

 

Questo significa che, progressivamente, il bambino viene messo nella condizione di allargare il proprio sguardo.

 

Non guardare soltanto la palla.

 

Non guardare soltanto la porta.

 

Non guardare soltanto l’avversario che ha di fronte.

 

Ma imparare, attraverso l’esperienza, a percepire ciò che accade intorno a sé.

 

Dove sono i compagni?

 

Dove sono gli avversari?

 

Dove c’è spazio?

 

Quale spazio si è appena aperto?

 

Quale possibilità si è appena chiusa?

 

Dove posso rendermi disponibile?

 

Sono domande che il bambino non deve necessariamente saper esprimere a parole.

 

È il gioco stesso che gliele pone.

 

LA PRIMA FORMAZIONE NON DEVE SEMPLIFICARE IL GIOCO FINO A SVUOTARLO

 

Questo ci porta a una riflessione importante.

 

Quando parliamo di prima formazione, spesso pensiamo alla necessità di semplificare.

 

Ed è certamente necessario rendere le situazioni accessibili al bambino.

 

Ma semplificare non dovrebbe significare eliminare la complessità del gioco.

 

Dovrebbe significare renderla abitabile.

 

Il bambino non ha bisogno di un gioco privo di problemi.

 

Ha bisogno di problemi che possa affrontare.

 

Non ha bisogno che l’adulto elimini tutte le possibilità.

 

Ha bisogno di situazioni nelle quali possa progressivamente imparare a riconoscerle.

 

È una differenza sostanziale.

 

Una situazione può essere semplice nella sua struttura e, contemporaneamente, estremamente ricca dal punto di vista delle possibilità che genera.

 

È proprio questa una delle ragioni per cui la bidirezionalità e la multidirezionalità possono essere così importanti nella prima formazione.

 

NON INSEGNARE PRECOCEMENTE LA DIREZIONE

 

C’è poi un rischio che considero particolarmente importante evitare.

 

Quello di insegnare troppo presto al bambino dove deve andare.

 

Quando l’adulto stabilisce continuamente la direzione, il bambino può imparare a cercare la risposta nell’adulto anziché nella situazione.

 

“Vai avanti.”

 

“Apri a destra.”

 

“Gioca dall’altra parte.”

 

“Vai verso la porta.”

 

Indicazioni di questo tipo possono anche produrre comportamenti apparentemente efficaci nel breve periodo.

 

Ma rischiano di sottrarre al bambino una parte fondamentale dell’esperienza: la scoperta della possibilità.

 

Nella giocazione bidirezionale e multidirezionale, invece, la direzione può emergere dalla relazione con il gioco.

 

Il bambino non deve ricordare dove andare.

 

Deve imparare a capire dove può andare.

 

E questa capacità, nella prospettiva della prima formazione, assume un valore enorme.

 

IL BAMBINO CHE IMPARA A CAMBIARE IDEA

 

Forse uno degli apprendimenti più importanti che questi dispositivi possono favorire è proprio la capacità di cambiare idea.

 

Un bambino può iniziare un’azione pensando di andare da una parte e, un istante dopo, cambiare direzione.

 

Può prepararsi a giocare con un compagno e scegliere invece un altro.

 

Può attaccare uno spazio e poi abbandonarlo perché un avversario lo ha occupato.

 

Può perdere una possibilità e trovarne immediatamente un’altra.

 

Questo non dovrebbe essere interpretato come indecisione.

 

Al contrario.

 

In molte situazioni rappresenta una forma iniziale di adattamento.

 

Il bambino sta imparando che il gioco non è qualcosa che si decide una volta per tutte.

 

Il gioco cambia e, quando cambia il gioco, può cambiare anche la mia scelta.

 

È un principio formativo straordinariamente importante.

 

IL JOLLY COME POSSIBILITÀ NELLA PRIMA FORMAZIONE

 

Anche la presenza del jolly può assumere un significato particolare.

 

Nella prima formazione il jolly non dovrebbe essere considerato semplicemente come un giocatore in più al quale passare la palla.

 

Può diventare, per il bambino, una vera e propria possibilità da scoprire.

 

La sua posizione modifica la situazione.

 

La sua disponibilità può aprire una nuova relazione.

 

Il suo utilizzo può cambiare la direzione del gioco.

 

E, soprattutto, può aiutare il bambino a comprendere progressivamente che la palla non deve necessariamente essere giocata sempre verso chi è più vicino o verso chi appare immediatamente disponibile.

 

Esistono altre possibilità.

 

Bisogna imparare a vederle.

 

LA DISPONIBILITÀ COME ESPERIENZA FORMATIVA

 

Ed è qui che il concetto di disponibilità assume, nella prima formazione, un significato ancora più profondo.

 

Non si tratta soltanto di insegnare al bambino a “tenere” la palla.

 

Si tratta di fargli vivere la possibilità di utilizzarla per generare gioco.

 

La palla diventa così un elemento attraverso il quale il bambino può esplorare relazioni, spazi, direzioni e possibilità.

 

Avere la disponibilità significa poter agire.

 

Ma significa anche poter scegliere.

 

E poter scegliere significa, inevitabilmente, avere davanti a sé più di una possibilità.

 

Per questo bidirezionalità e multidirezionalità sono così importanti.

 

Perché costruiscono ambienti nei quali la scelta non è aggiunta dall’allenatore.

 

È incorporata nella situazione.

 

CHE COSA DOVREBBE OSSERVARE L’ADULTO?

 

Nella prima formazione cambia, di conseguenza, anche il modo di osservare.

 

Non dovrebbe interessare soltanto se il bambino ha eseguito correttamente un gesto.

 

Non dovrebbe interessare soltanto se ha effettuato il passaggio nella direzione prevista.

 

Dovremmo osservare altro.

 

Osservare se guarda prima di ricevere.

 

Se riconosce un compagno libero.

 

Se si accorge di uno spazio.

 

Se cambia direzione quando una possibilità si chiude.

 

Se riesce a utilizzare un giocatore esterno.

 

Se dopo aver perso la disponibilità della palla continua a partecipare alla situazione.

 

Se prova soluzioni differenti.

 

Se, progressivamente, amplia il proprio campo percettivo.

 

In altre parole, dovremmo osservare come il bambino sta imparando a stare dentro la complessità del gioco.

 

PRIMA FORMARE UN GIOCATORE, POI INSEGNARGLI A ESEGUIRE?

 

Forse la questione può essere posta ancora più radicalmente.

 

Che cosa vogliamo formare nei primi anni?

 

Un bambino capace di eseguire rapidamente ciò che l’adulto gli ha insegnato?

 

Oppure un bambino che, quando entra in una situazione di gioco, sia progressivamente capace di guardare, riconoscere, scegliere e agire?

 

La risposta a questa domanda cambia inevitabilmente anche il modo di progettare le situazioni.

 

Se vogliamo formare il secondo, allora dobbiamo costruire esperienze nelle quali il bambino possa realmente scegliere.

 

E la giocazione bidirezionale e multidirezionale può rappresentare uno dei dispositivi più interessanti proprio per questo.

 

Perché mette il bambino davanti a una condizione semplice ma fondamentale:

 

non tutto è già deciso.

 

Ci sono più direzioni.

 

Più compagni.

 

Più spazi.

 

Più possibilità.

 

E il bambino può imparare, progressivamente, a riconoscerle.

 

NON PREPARARE IL BAMBINO A UNA SOLUZIONE. PREPARARLO ALLE POSSIBILITÀ.

 

È probabilmente questa la ragione più profonda per cui la giocazione bidirezionale e multidirezionale può assumere un ruolo così significativo nella prima formazione.

 

Non perché renda gli esercizi più difficili.

 

Non perché aumenti il numero delle direzioni.

 

Non perché introduca una maggiore quantità di movimenti.

 

Ma perché offre al bambino qualcosa di molto più importante:

 

l’esperienza di un gioco nel quale può essere protagonista delle proprie scelte.

 

La bidirezionalità gli fa scoprire che una possibilità può averne un’altra.

 

La multidirezionalità gli permette di sperimentare che le possibilità possono essere molteplici e continuamente mutevoli.

 

Entrambe contribuiscono così a costruire un giocatore che non aspetta necessariamente di sapere cosa deve fare.

 

Un giocatore che impara a guardare.

 

A percepire.

 

A scegliere.

 

A cambiare.

 

A provare.

 

A inventare.

 

E forse è proprio questo che dovremmo chiedere alla prima formazione:

 

non di insegnare al bambino la soluzione al gioco, ma di offrirgli le condizioni per scoprire, ogni volta, le possibilità del gioco.

 

Perché un bambino che ha imparato a riconoscere le possibilità non ha soltanto imparato a giocare meglio.

 

Ha iniziato a costruire le condizioni per diventare un giocatore autonomo, adattabile e creativo.

 

E questa, forse, è una delle responsabilità più importanti della prima formazione.

 

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