IL GIOCO EMERGE DAI GIOCATORI..E QUESTO VALE SOPRATTUTTO NELLA PRIMA FORMAZIONE
“Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose.”
Questa affermazione, tanto semplice quanto destabilizzante, ci obbliga a
guardare con onestà ciò che accade quotidianamente nei contesti di avviamento
al calcio. Se davvero desideriamo formare giocatori più intelligenti, più
creativi, più consapevoli, dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione
le pratiche consolidate che, da anni, strutturano la prima formazione.
Perché il punto è proprio questo:
possiamo aspettarci un gioco ricco, adattivo e significativo se continuiamo
a proporre esercizi poveri, ripetitivi e decontestualizzati?
La risposta, se siamo coerenti, è no.
Ed è qui che il principio “il gioco emerge dai giocatori” diventa una chiave
di volta. Non si tratta semplicemente di cambiare esercizi, ma di ripensare lo
scopo stesso della prima formazione:
non più insegnare il gioco come qualcosa di già definito,ma creare le
condizioni affinché il gioco possa emergere dall’esperienza viva dei bambini.
Continuare a scomporre, semplificare, isolare significa rimanere dentro un
paradigma che produce esattamente ciò che vediamo: giocatori esecutori,
dipendenti, poco adattivi.
Se vogliamo davvero “risultati diversi”, allora dobbiamo accettare una
conseguenza radicale:
la prima formazione non è il luogo della trasmissione, ma il luogo della scoperta.
E questo implica un cambio di prospettiva totale:
dall’esercizio al gioco, dal controllo all’emergenza,
dalla correzione alla progettazione di contesti,
dall’allenatore che spiega al bambino che esplora.
Solo così possiamo passare da un calcio insegnato a un calcio vissuto,
costruito, incarnato.
Le ricerche internazionali mostrano come gli ambienti educativi influenzino
profondamente i processi di apprendimento. Oramai è accertato che ambienti
rigidi e organizzati secondo schemi tradizionali che riproducono modalità
didattiche trasmissive, anche quando sono corredati da attrezzature di ogni
tipo soffocano creatività e fantasia, proprio le capacità di cui tutti
lamentano l’assenza.
Di questo, purtroppo, non tutte le
cosiddette scuola calcio sembrano averne coscienza. Continuano a essere soltanto luoghi di
trasmissione di conoscenze, invece del luogo privilegiato dove i bambini
esplorano e sperimentano il gioco.
È chiaro che questa svolta può avvenire solo se gli allenatori vengono
formati diversamente capaci di mettere al centro il gioco autentico e la
relazione con i giocatori.
In sintesi dei veri e propri GIOCOLOGI. Questo non significa affatto
trascurare le condotte per giocare sempre meglio.
Ma usciamo fuori da qualsiasi
equivoco. Quando parliamo di gioco del calcio della prima formazione non ci
riferiamo a quello degli adulti. È un gravissimo errore pensare di trasferire
quel calcio a questa età. Qui si deve consentire di esplorarlo e di
comprenderne la sua logica intrinseca e le funzioni che si possono svolgere in
coerenza con essa.
Abbiamo impiegato anni a osservare bambini giocare a calcio. Ebbene possiamo
dire senza ombra di dubbio che non è quello che si fa loro praticare. Se
applichiamo questo principio ai bambini che iniziano, il cambiamento è ancora
più profondo.
Nel modello tradizionale:
si semplifica il gioco,si scompone in esercizi,si insegna prima il gesto,
poi (forse) il gioco.
Nel paradigma enattivo:
il gioco viene prima di tutto.
Il bambino entra subito nella complessità significativa, non nella
semplificazione artificiale.
L’apprendimento è situato, nonastratto. Perché?
Perché il bambino non è un “adulto incompleto”, ma un soggetto che:
percepisce in modo globale, apprende attraverso l’azione, costruisce senso
solo dentro esperienze vive. Cosa bisogna favorire in questa fascia di età
Se il gioco emerge dai giocatori, allora l’obiettivo dell’allenatore non è
insegnare il gioco, ma creare le condizioni perché il gioco emerga.
Ricchezza di situazioni, non esercizi
Bisogna proporre contesti aperti, situazioni con incertezza.
Non:
file,ripetizioni analitiche,gesti isolati dal contesto.
Libertà intenzionale
Il bambino deve poter:
esplorare,sbagliare,inventare soluzioni, dove l’errore non è visto come
imperfezione.
Relazione con gli altri
Il gioco emerge sempre in relazione:
compagni, avversari, cooperazione e opposizione.
Quindi: gioco, anche facilitato con ricorsivi livelli di complessità. Centralità della percezione
Non si allena “il gesto”, ma, vedere,
anticipare,
orientarsi.
Perché azione e percezione sono un unico processo.
Coinvolgimento emotivo
Senza emozione non c’è significato:
gioco vero, sfida,
piacere, appartenenza.
Il bambino apprende ciò che lo coinvolge, non ciò che gli viene spiegato.
Non linearità
Lo sviluppo non segue:
esercizio → esercitazione → partita, ma, esperienza → adattamento → nuova
esperienza, con continui salti, regressioni, intuizioni improvvise.
In sintesi
Dire che il gioco emerge dai giocatori significa affermare che:
il sapere calcistico è costruito, non trasmesso, nasce nell’azione, non
nella spiegazione, è situato, incarnato, relazionale.
E nei bambini questo diventa un principio operativo decisivo:
non bisogna insegnare il gioco, ma progettare ambienti in cui i bambini
possano farlo emergere.
In definitiva, il compito della prima formazione non è
insegnare il calcio degli adulti, ma permettere ai bambini di scoprire il
proprio modo di giocare, di entrare in relazione con la logica del gioco e di
sviluppare, attraverso di essa, competenze autentiche.
Solo così sarà possibile formare giocatori non esecutori di
schemi, ma soggetti capaci di comprendere, interpretare e trasformare il gioco.
Commenti
Posta un commento