IL GIOCO NON HA PADRONI

 

"Possesso palla" "Controllo del gioco"

( Come sempre i vostri interventi, in questo caso di Francesco, sono sempre per me stimoli per riflettere. Per domani preparo e pubblico quello sulla multidirezionalità prima che la " scippano")

Due affermazioni che nel calcio sembrano non avere più bisogno di spiegazioni.


Le utilizziamo continuamente: parliamo di percentuale di possesso palla, di aumento del possesso palla, di gestione del possesso, di riconquista del possesso, di perdita del possesso.


Sono diventate parte del linguaggio ordinario del calcio al punto da non suscitare più alcuna domanda.


Ma cosa potrebbe esserci dietro un'affermazione divenuta talmente usuale da non provocare più alcuna riflessione su di essa?


Che cosa stiamo realmente dicendo quando diciamo “possesso palla”?


La domanda non riguarda la correttezza statistica del termine.


Riguarda ciò che il termine porta con sé.


Perché «possesso» non è una parola neutra.


Semanticamente richiama l'idea di proprietà, disponibilità esclusiva, controllo, appartenenza.


Possedere qualcosa significa averla.


E, soprattutto, significa poterla perdere.


Ed è proprio qui che il linguaggio comincia a rivelare una concezione implicita del gioco.


La palla diventa qualcosa di esterno che deve essere conquistato.


Una volta conquistata, deve essere mantenuta.


Una volta mantenuta, deve essere protetta.


E quando l'avversario la sottrae, diciamo che abbiamo «perso il possesso».


La struttura narrativa è sempre la stessa:


conquistare → mantenere → difendere → perdere → riconquistare.


Ma se seguiamo fino in fondo questa logica, ci accorgiamo che dietro l'espressione «possesso palla» compare una precisa idea di gioco:


il gioco come qualcosa che può essere posseduto.


L'idea di proprietà del gioco


Da qui il passo successivo è quasi inevitabile.


Se posso possedere la palla, posso anche pensare di poter possedere il gioco.


Ed infatti, nel linguaggio calcistico, essere «padroni del gioco» viene immediatamente dopo.


Una squadra ha il possesso della palla e, attraverso questo possesso, diventa padrona del gioco.


Ma cosa significa realmente essere padroni del gioco?


Il gioco è forse lì, davanti a noi, come un oggetto da conquistare?


È qualcosa di esterno che possiamo prendere, controllare e poi difendere affinché l'avversario non ce lo sottragga?


Oppure questa rappresentazione è il risultato di un'abitudine linguistica che abbiamo smesso di interrogare?


Qui è necessario fermarsi.


Perché la palla e il gioco non sono la stessa cosa.


La palla è un oggetto.


Il gioco no.


La palla può essere nelle mani, o meglio nei piedi, di qualcuno.


Può essere controllata, trasmessa, ricevuta, persa e recuperata.


Ma il gioco non può essere messo nella stessa categoria.


Il gioco non è qualcosa che abbiamo.


Il gioco accade.


Dalla proprietà alla disponibilità


È a questo punto che diventa necessario mettere in discussione il termine «possesso».


Non per negare il dato concreto che una squadra, in un determinato momento, abbia il controllo della palla.


Ma per descrivere quel dato senza trascinarci dietro l'idea di proprietà.


Possiamo allora parlare di disponibilità della palla.


La differenza sembra minima.


Concettualmente, invece, è enorme.


La disponibilità non implica proprietà.


Non dice «la palla è mia».


Dice:


in questo momento posso disporre della palla per agire.


È una condizione temporanea, situazionale, reversibile.


La palla è disponibile per un giocatore perché, in quel momento, esistono determinate condizioni che gli permettono di utilizzarla.


Ma quelle condizioni possono cambiare immediatamente.


L'avversario può intervenire.


Un compagno può modificare la situazione.


Lo spazio può aprirsi o chiudersi.


Una decisione può trasformare completamente le possibilità successive.


La disponibilità, quindi, non è uno stato di proprietà.


È una possibilità d'azione.


E questa distinzione ci permette di compiere un passaggio ulteriore.


La palla è disponibile. Il gioco emerge.


La palla può essere disponibile.


Il gioco no.


Perché il gioco non è un oggetto che si trova da qualche parte in attesa di essere conquistato.


Il gioco emerge dalle relazioni tra coloro che vi partecipano.


Questo significa che anche quando una squadra dispone della palla, non dispone del gioco.


Dispone di una possibilità.


E quella possibilità acquista significato soltanto in relazione alle altre possibilità presenti nella situazione.


Il compagno.


L'avversario.


Lo spazio.


Il tempo.


La palla.


Il corpo.


La percezione.


La decisione.


Tutto concorre alla costruzione di ciò che sta accadendo.


Il gioco, dunque, non è prodotto da un singolo elemento.


Emerge dalla relazione tra gli elementi.


La giocazione


È qui che entra in scena una parola che può aiutarci a cambiare prospettiva:


giocazione.


Giocazione non indica una cosa.


Indica un processo.


Non identifica un oggetto da possedere, ma il processo attraverso il quale il gioco continuamente prende forma.


La giocazione nasce dall'interazione tra i partecipanti.


Ogni azione modifica la situazione.


La situazione modificata genera nuove possibilità.


Le nuove possibilità producono nuove azioni.


E quelle azioni modificano nuovamente la situazione.


Non c'è un punto di arrivo definitivo.


C'è una continua trasformazione.


Per questo la giocazione contiene in sé almeno tre proprietà fondamentali:


reciprocità, reversibilità e ricorsività.


Reciprocità


Io agisco sull'altro e l'altro agisce su di me.


La mia azione modifica le sue possibilità.


La sua azione modifica le mie.


Il passaggio non è soltanto un gesto tecnico.


È una risposta a una situazione e, contemporaneamente, una sollecitazione verso il compagno e verso l'avversario.


Un movimento senza palla modifica la posizione dell'avversario.


La posizione dell'avversario modifica le possibilità del portatore.


La scelta del portatore modifica il comportamento dei compagni.


Il comportamento dei compagni modifica nuovamente le possibilità del portatore.


Il gioco non è quindi una successione di azioni individuali.


È una rete di azioni reciprocamente condizionanti.


Reversibilità


La giocazione è continuamente reversibile.


Chi attacca può diventare difendente.


Chi difende può diventare attaccante.


Chi dispone della palla può non disporne più.


Chi non ne dispone può trovarsi immediatamente nella condizione di poterla utilizzare.


Una situazione può rovesciarsi in una frazione di secondo.


La reversibilità non è un incidente del gioco.


È una delle sue condizioni costitutive.


Ricorsività


Ma c'è qualcosa di ancora più profondo.


Ogni azione nasce dalla situazione precedente e, nello stesso tempo, produce la situazione successiva.


La situazione produce l'azione.


L'azione modifica la situazione.


La situazione modificata produce una nuova azione.


E così continuamente.


La giocazione si costruisce attraverso ciò che essa stessa produce.


È questo il carattere ricorsivo del gioco.


Non esiste una sequenza completamente predeterminabile perché ogni evento modifica le condizioni dell'evento successivo.


Il gioco come fenomeno emergente


Se la giocazione è reciproca, reversibile e ricorsiva, allora il gioco non può essere considerato semplicemente come la somma delle azioni individuali.


Il gioco è un fenomeno emergente.


Emergente significa che ciò che accade tra i giocatori non è interamente contenuto nelle singole intenzioni dei giocatori.


Nessuno, da solo, produce il gioco.


Nemmeno la squadra.


Perché la squadra stessa è continuamente modificata dall'interazione con l'avversario.


L'avversario non è semplicemente colui che cerca di impedirci di fare ciò che vogliamo.


È parte del sistema che genera ciò che accade.


La sua azione modifica la nostra.


La nostra modifica la sua.


Ed è da questa relazione che emerge la situazione successiva.


Per questo nessuno può essere veramente padrone del gioco.


Si può orientare.


Si può condizionare.


Si possono creare condizioni favorevoli.


Si possono aumentare le probabilità che accadano determinate cose.


Ma non si può possedere ciò che emerge dalla relazione.


Il gioco non ha padroni


A questo punto possiamo tornare all'inizio.


«Possesso palla» sembrava una semplice espressione statistica.


Ma, interrogata fino in fondo, porta con sé un'idea di proprietà.


Da lì nasce l'idea di poter essere «padroni del gioco».


E da qui possiamo finalmente rovesciare la prospettiva.


La palla può essere disponibile.


Il gioco può essere giocato.


Ma il gioco non può essere posseduto.


La disponibilità della palla descrive una condizione temporanea che apre possibilità d'azione.


La giocazione descrive invece il processo relazionale attraverso cui quelle possibilità vengono continuamente trasformate.


La prima riguarda ciò di cui, in un determinato momento, possiamo disporre.


La seconda riguarda ciò che emerge dall'interazione tra tutti coloro che partecipano al gioco.


Per questo forse la domanda non dovrebbe essere:


«Quanto possesso palla abbiamo avuto?»


ma:


«Quanto tempo abbiamo avuto la palla disponibile per agire?»


E, soprattutto, non dovrebbe essere:


«Quanto siamo stati padroni del gioco?»


La domanda dovrebbe diventare:


«Che tipo di giocazione siamo riusciti a far emergere?»


È un cambiamento di linguaggio.


Ma, prima ancora, è un cambiamento di sguardo.


Perché quando smettiamo di pensare al gioco come qualcosa da possedere, possiamo finalmente cominciare a considerarlo per ciò che realmente è:


una realtà che nasce, si trasforma e continuamente si rigenera nella relazione.


Il gioco non si possiede.


Il gioco non si controlla.


Il gioco emerge.


E proprio perché emerge dalla relazione,


IL GIOCO NON HA PADRONI.

Fammi una immagine di tutto l'articolo e utilizza la mia foto e quella di Francesco che prendi da questa precedente

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