IL MAESTRO DI TECNICA E IL COORDINATORE MOTORIO: IL PARADOSSO DELLE VOCALI E DELLE CONSONANTI
Stamattina, parlando con il direttore generale di una scuola calcio, mi sono sentito dire:
«Abbiamo inserito nello staff il maestro di tecnica e il coordinatore motorio».
Mi ha chiesto cosa ne pensassi.
Non ho risposto con una teoria.
Ho fatto una domanda:
«Immagineresti, in una scuola primaria, il maestro delle vocali e quello delle consonanti?»
Silenzio.
Perché la domanda, nella sua apparente semplicità, mette immediatamente a nudo un paradosso.
Nessuno immaginerebbe una scuola nella quale un insegnante si occupa delle A, E, I, O, U, mentre un altro è responsabile delle B, C, D, F, G...
Eppure, nel calcio giovanile, questa separazione ci appare perfettamente normale.
Da una parte il maestro di tecnica.
Dall'altra il coordinatore motorio.
Uno insegna il gesto.
L'altro sviluppa il movimento.
Uno lavora sulla palla.
L'altro sul corpo.
Uno sul piede.
L'altro sulle capacità coordinative.
Come se il giocatore fosse composto da pezzi che possono essere educati separatamente e poi, magicamente, ricomposti.
IL PROBLEMA NON SONO LE FIGURE. È L'IDEA DI APPRENDIMENTO CHE LE GIUSTIFICA
Sia chiaro: non sto mettendo in discussione la competenza delle persone.
Un professionista può essere preparatissimo.
Il problema è epistemologico e pedagogico.
È l'idea di fondo.
Perché se penso che il giocatore impari attraverso l'acquisizione progressiva di componenti separate, allora avrò necessariamente bisogno di specialisti delle componenti.
Tecnica.
Motricità.
Coordinazione.
Rapidità.
Equilibrio.
Percezione.
Decisione.
E poi, alla fine, il gioco.
Ma il gioco non è la somma di queste parti.
Il giocatore non apprende prima il movimento, poi la tecnica, poi la percezione, poi la decisione e infine il gioco.
Nel gioco, queste dimensioni emergono continuamente dalla relazione tra giocatore, compagni, avversari, palla, spazio, tempo, regole e contesto.
È qui che la prospettiva lineare e riduzionista entra inevitabilmente in difficoltà.
IL BAMBINO NON IMPARA LE CONSONANTI PER DIVENTARE CAPACE DI PARLARE
Proviamo a portare il paradosso fino in fondo.
Immaginiamo una scuola primaria nella quale il lunedì il bambino studia le vocali.
Martedì le consonanti.
Mercoledì la punteggiatura.
Giovedì la pronuncia.
Venerdì, finalmente, può provare a parlare.
Sarebbe assurdo.
Perché il linguaggio è un sistema nel quale le parti acquistano significato nella relazione reciproca e nell'uso situato.
Una lettera isolata non è una parola.
Una parola isolata non è una frase.
E una frase, per essere realmente linguaggio, deve entrare in una situazione comunicativa.
Esattamente come un gesto tecnico, fuori dalla situazione di gioco, non coincide con ciò che significa saper giocare.
IL PASSAGGIO CHE CONTINUIAMO A NON VEDERE
Il bambino non deve imparare a correre per poi imparare a giocare.
Non deve imparare a cambiare direzione per poi imparare a giocare.
Non deve imparare a calciare per poi imparare a giocare.
Non deve prima diventare "coordinato" e successivamente utilizzare la coordinazione nel gioco.
È giocando che il bambino costruisce, modifica e riorganizza continuamente il proprio modo di muoversi.
Corre perché deve arrivare.
Frena perché deve controllare.
Accelera perché deve superare.
Cambia direzione perché qualcosa è cambiato.
Si orienta perché deve trovare una soluzione.
Calcia perché deve trasformare una situazione.
Riceve perché qualcuno gli offre una possibilità.
Passa perché riconosce una relazione.
Si muove senza palla perché interpreta ciò che sta accadendo.
Il movimento non è un semplice prerequisito del gioco.
È parte costitutiva del gioco.
La tecnica non è un oggetto da depositare nel bambino.
È una possibilità d'azione che prende forma nella situazione.
IL PARADOSSO DIVENTA INVISIBILE SE SI GUARDA IL GIOCO CON UNA VISIONE RIDUZIONISTA
Ed è proprio qui che il paradosso delle vocali e delle consonanti smette di sembrare un paradosso.
Per chi considera l'apprendimento come una sequenza lineare:
prima il corpo → poi la tecnica → poi la tattica → infine il gioco
la distinzione tra maestro di tecnica e coordinatore motorio appare perfettamente logica.
Ma quella logica funziona soltanto se accettiamo il presupposto che il gioco possa essere scomposto senza perdere ciò che lo rende gioco.
Ed è questo il punto che contesto.
Perché quando scomponiamo e isoliamo, spesso non stiamo semplicemente semplificando il gioco.
Stiamo costruendo un altro fenomeno.
Possiamo certamente esercitare un gesto.
Possiamo certamente lavorare su una componente motoria.
Possiamo certamente facilitare una determinata esperienza.
Ma non dobbiamo confondere l'esercitazione sulla parte con l'apprendimento del fenomeno nella sua interezza.
GLI SPECIALISTI POSSONO SERVIRE. MA NON DEVONO GOVERNARE IL GIOCO
Attenzione, però.
La critica alla separazione non significa affatto che non possano esistere competenze specialistiche.
Anzi.
Un maestro di tecnica può essere una risorsa preziosa.
Un esperto di sviluppo motorio può esserlo altrettanto.
Il problema nasce quando queste competenze diventano territori autonomi di insegnamento, scollegati dal fenomeno che dovrebbero contribuire a comprendere: il gioco.
Ed è qui che possiamo trovare una soluzione molto più interessante.
Questi professionisti potrebbero entrare in una relazione di sinergia con l'allenatore, intervenendo quando, dall'osservazione del gioco, emerge la necessità di approfondire analiticamente una determinata dimensione.
Non prima del gioco.
Non al posto del gioco.
Non come percorso parallelo al gioco.
Ma dal gioco e per il gioco.
L'allenatore osserva.
Il gioco pone un problema.
Quel problema può richiedere, in alcuni momenti, un'analisi più specifica.
Ed è allora che la competenza specialistica può diventare una risorsa straordinaria.
Il tecnico può aiutare ad approfondire una particolare possibilità di relazione con la palla.
L'esperto di sviluppo motorio può contribuire a comprendere e facilitare una determinata organizzazione del movimento.
Ma entrambi devono poi ritornare al gioco.
Perché il punto di partenza e il punto di arrivo non sono la tecnica né la motricità.
È la relazione tra giocatore, gioco e contesto.
Questa relazione deve orientare tutto.
È il gioco che suggerisce cosa osservare.
È il giocatore che ci mostra cosa sta apprendendo.
È il contesto che determina il significato di ciò che accade.
È la situazione che stabilisce se quella competenza specialistica sia realmente necessaria.
In questa prospettiva, quindi, non abbiamo più tanti specialisti che lavorano sul bambino.
Abbiamo diverse competenze professionali che lavorano insieme per il giocatore, dentro la sua esperienza di gioco.
E cambia completamente la prospettiva.
Lo specialista non diventa il proprietario di una porzione del bambino.
Diventa una risorsa del sistema.
L'allenatore non deve sapere fare tutto.
Deve però sapere perché, quando e per cosa coinvolgere una competenza specialistica.
Questa è una differenza enorme.
Perché la domanda non dovrebbe essere:
«Quale esercitazione devo fare per migliorare questa componente?»
Dovrebbe essere:
«Che cosa sta chiedendo il gioco a questo giocatore, in questo contesto, in questo momento?»
E solo dopo:
«Quale competenza può aiutarmi a facilitare questa esperienza?»
NON ELIMINARE GLI SPECIALISTI. RICOLLOCARLI.
È questo, a mio avviso, il salto culturale.
Non eliminare gli specialisti.
Ricollocarli.
Non separarli dal gioco.
Riconnetterli al gioco.
Non lasciare che siano le singole competenze a determinare il percorso.
Fare in modo che sia la relazione giocatore–gioco–contesto a orientare le competenze.
Perché una scuola calcio non dovrebbe essere un luogo nel quale il bambino viene diviso tra specialisti.
Dovrebbe essere un ambiente nel quale diverse competenze si incontrano attorno a un unico fenomeno: il bambino che gioca e, giocando, apprende.
E qui arriviamo al punto decisivo.
La questione non è se analizzare.
La questione è come analizzare.
Possiamo analizzare senza perdere l'intero.
Possiamo isolare temporaneamente una dimensione senza trasformarla in un'entità autonoma.
Possiamo intervenire analiticamente senza diventare analitici nella nostra concezione del giocatore.
L'analisi può essere uno strumento. Non deve diventare il paradigma.
Perché una cosa è isolare per comprendere.
Un'altra è isolare per insegnare, pensando che poi le parti si ricomporranno automaticamente.
È qui che passa la differenza tra una visione complessa, fenomenologica ed enattiva e una visione lineare e riduzionista dell'apprendimento.
E ALLORA TORNIAMO ALLE VOCALI E ALLE CONSONANTI
Le vocali e le consonanti possono certamente essere studiate analiticamente.
Ma il linguaggio nasce dalla loro relazione.
Allo stesso modo, tecnica e motricità possono essere analizzate.
Ma il giocatore apprende nel gioco, attraverso la relazione tra ciò che percepisce, ciò che decide, ciò che fa e ciò che il contesto gli permette di fare.
Analizzare, quindi, non significa necessariamente separare.
La vera analisi è quella che, dopo aver osservato una parte, sa ritornare all'intero.
E il nostro intero, nella Giocologia, ha un nome preciso:
GIOCATORE – GIOCO – CONTESTO
Non le vocali contro le consonanti.
Non la tecnica contro la motricità.
Non il corpo contro la mente.
Non la parte contro il tutto.
La relazione.
Perché è nella relazione che il giocatore emerge.
È nella relazione che il gioco prende forma.
Ed è nella relazione che l'apprendimento diventa possibile.
Forse, allora, la domanda che avevo posto ieri al direttore generale non era poi così provocatoria.
Era semplicemente una domanda che ci costringe a scegliere:
vogliamo continuare a insegnare le vocali e le consonanti separatamente?
Oppure vogliamo finalmente mettere il bambino nella condizione di parlare attraverso il linguaggio vivo del gioco?
Io, personalmente, non ho dubbi.
Il bambino non deve imparare a giocare per applicare ciò che ha imparato.
È giocando che deve poter imparare.
E tutto ciò che facciamo — tecnica, motricità, esercitazioni, interventi specialistici — deve essere al servizio di questa relazione.
GIOCATORE. GIOCO. CONTESTO.
Il resto sono strumenti.
E gli strumenti, per quanto importanti, non possono diventare il fine.

Commenti
Posta un commento