IL PESO DEI MINUTI CHE NON SI VEDONO

 



In questi giorni sto ricevendo numerosi messaggi da diverse parti d’Italia. Allenatori di prime squadre, della scuola calcio e del settore agonistico. Esperienze differenti, contesti diversi, ma un elemento che ritorna con insistenza: chi ha iniziato a sperimentare il paradigma fenomenologico-enattivo della Giocologia racconta di aver visto qualcosa cambiare.

C’è chi mi parla di bambini che non vorrebbero mai smettere di giocare, chi di ragazzi che iniziano a guardare prima di ricevere, chi di squadre che riescono a conservare il possesso della palla senza aver trascorso la seduta in fila davanti ai coni. Non significa che tutto accada per magia, né che basti cambiare un esercizio per trasformare una squadra. Significa, però, che quando si modifica il modo in cui si concepisce l’allenamento, cambiano anche le possibilità che vengono offerte ai giocatori.

E proprio questi messaggi mi hanno portato a fare un conto. Un conto semplice, quasi banale, che tuttavia nasconde una questione molto più profonda: **quanto tempo concediamo davvero ai nostri ragazzi per imparare a giocare a calcio?**

Il tempo che concediamo al gioco

Per anni abbiamo considerato la partita finale come una sorta di premio. Prima le esercitazioni tecniche, le file, i percorsi, i passaggi a coppie, le ripetizioni del gesto. Poi, se tutto è andato bene, arrivano gli ultimi venti minuti: finalmente si gioca.

Venti minuti di partita, come se il gioco fosse il dessert dopo aver consumato il pasto dell’allenamento.

Ma se il nostro obiettivo è formare calciatori competenti, capaci di leggere le situazioni, prendere decisioni, adattarsi agli avversari e trovare soluzioni in contesti imprevedibili, dobbiamo porci una domanda: perché relegare proprio il gioco, cioè il contesto nel quale tutte queste competenze prendono forma, a una porzione marginale della seduta?

La Giocologia propone un cambio di prospettiva: ottanta minuti di giocazione, non come semplice partita conclusiva, ma come tempo dedicato al gioco nelle sue diverse configurazioni.

Non si tratta di fare sempre la stessa partita, né di lasciare i bambini liberi di fare qualsiasi cosa senza una direzione. Si tratta di costruire esperienze nelle quali il giocatore debba continuamente percepire, interpretare, decidere e agire, confrontandosi con problemi reali del calcio.

Perché una cosa è eseguire un passaggio senza avversari, con una traiettoria già prevista e una soluzione conosciuta. Un’altra è riconoscere quando, dove e perché passare, mentre un avversario chiude una linea, un compagno si smarca e lo spazio cambia continuamente.

Il gesto tecnico può essere simile. La competenza necessaria per realizzarlo, però, è profondamente diversa.




 Facciamo i conti: venti contro ottanta

Immaginiamo una squadra che si alleni quattro volte alla settimana.

Nel modello che riserva venti minuti alla partita finale, avremo 80 minuti settimanali di gioco, considerando esclusivamente quei venti minuti per ciascuna seduta.

Con ottanta minuti di giocazione per allenamento, arriviamo invece a 320 minuti settimanali.

Quattro volte tanto.

In un mese convenzionale di quattro settimane, il confronto diventa di 320 minuti contro 1.280. La differenza è di 960 minuti: sedici ore in più trascorse nel gioco.

In un anno di 52 settimane, mantenendo costante questa frequenza, il divario teorico raggiunge 12.480 minuti, cioè 208 ore.

E se immaginiamo un percorso di dieci anni, con la stessa frequenza e senza considerare pause, periodi di inattività o variazioni nel programma, arriviamo a 124.800 minuti: oltre 2.000 ore di differenza.

Sono numeri teorici, certo. La frequenza degli allenamenti varia, le stagioni sportive non coincidono sempre con 52 settimane di attività e non tutti i minuti di gioco producono automaticamente lo stesso apprendimento. Ma il dato resta significativo: **la quantità di tempo che un allenatore dedica al gioco può cambiare radicalmente le opportunità di esperienza offerte ai propri calciatori.**

E non stiamo parlando semplicemente di accumulare minuti. Stiamo parlando di moltiplicare le occasioni per confrontarsi con avversari, leggere gli spazi, gestire la pressione, sbagliare, correggersi, cooperare, competere e trovare soluzioni.

Minuti nei quali la palla non è soltanto un oggetto da controllare, ma qualcosa attorno a cui si organizza una relazione continua tra il giocatore, i compagni, gli avversari e l’ambiente.

Minuti nei quali il calcio viene vissuto nella sua interezza.

Non si trascura nulla. Si cambia il modo di allenarlo.

A questo punto è necessario chiarire un aspetto fondamentale, perché parlare di ottanta minuti di giocazione può generare un equivoco.

Qualcuno potrebbe pensare che, in questo modo, si rinunci alla tecnica, alla preparazione motoria e fisica oppure alla dimensione emotiva e affettiva. Come se scegliere il gioco significasse rinunciare ad allenare tutto il resto.

È esattamente il contrario.

La tecnica non scompare. Il corpo non scompare. La forza, la coordinazione, la velocità, la percezione, l’attenzione, la gestione delle emozioni e la relazione con gli altri non scompaiono.

Cambiano il contesto e il modo in cui queste dimensioni vengono sollecitate, sviluppate e messe in relazione.

Nel paradigma fenomenologico-enattivo della Giocologia, l’obiettivo non è allenare il calciatore come se fosse la somma di componenti indipendenti da assemblare successivamente. L’obiettivo è favorire lo sviluppo di una competenza che prenda forma nell’interazione tra il giocatore e le situazioni di gioco.

Questo non significa che ogni forma di lavoro analitico sia inutile o che non possano esistere interventi specifici. Significa che, quando si sceglie di utilizzarli, occorre interrogarsi sulla loro funzione e sulla loro relazione con il gioco.

Una proposta tecnica dovrebbe avere senso rispetto ai problemi che il giocatore incontra o incontrerà giocando. Un'attività motoria dovrebbe contribuire alle possibilità di azione del calciatore. Un intervento dell'allenatore dovrebbe arricchire l'esperienza, non allontanarla inutilmente dal suo obiettivo.

La domanda, dunque, non è se allenare la tecnica o allenare il gioco. La domanda è: **come può la tecnica diventare una risorsa per giocare meglio?**

E ancora: come può il lavoro fisico contribuire alla capacità di agire efficacemente nelle situazioni reali? Come possiamo aiutare un ragazzo a riconoscere uno spazio, a orientare il corpo, a scegliere il momento giusto, a gestire la pressione di un avversario?

La competenza non è soltanto saper eseguire un gesto. È saperlo utilizzare, adattare e trasformare in relazione a ciò che accade.

Per questo si diventa competenti *nel* gioco e *per* il gioco: vivendo esperienze significative nel presente, che ampliano le possibilità di affrontare le situazioni future.

«Ci hanno devastati»: quando il campo mette in discussione le nostre certezze

Tra i messaggi ricevuti ce n’è uno che, più di altri, merita una riflessione.

Un allenatore mi scrive:

“Ciao mister, ieri abbiamo giocato contro… il cui mister ha sposato il paradigma e per come la vedo io ci hanno devastati… d’altronde non poteva essere altrimenti, dato che noi facciamo tecnica e forza. Primo tempo mai vista palla. I nostri ragazzi non ci capivano nulla nonostante avessimo le individualità migliori”

La mia risposta è stata ironica: «Probabilmente, se aveste giocato al tiro alla fune, avreste prevalso, ahahahah».

Una battuta, naturalmente. Ma dietro l’ironia si nasconde una questione che merita di essere presa sul serio.

Se una squadra che dedica una parte consistente del proprio allenamento alla tecnica e alla forza viene messa in difficoltà da una squadra che lavora attraverso il gioco, forse dovremmo fermarci a riflettere su che cosa stiamo effettivamente allenando e su come valutiamo il nostro lavoro.

Attenzione, però: una singola partita non dimostra la superiorità assoluta di un paradigma. Il risultato dipende da numerosi fattori: qualità dei giocatori, età, esperienza, organizzazione, condizioni della gara e tante altre variabili. Sarebbe scorretto utilizzare una sola partita come prova definitiva.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare ciò che quella partita potrebbe averci mostrato.

Se gli avversari arrivano prima sulla palla, riconoscono gli spazi, trovano linee di passaggio, si sostengono reciprocamente e riescono a prendere decisioni efficaci sotto pressione, dobbiamo domandarci da dove provengano quelle competenze.

Forse non è soltanto una questione di tecnica individuale. Forse non è soltanto una questione di forza. Forse conta anche il modo in cui i giocatori hanno imparato a mettere insieme ciò che sanno fare, ciò che percepiscono e ciò che decidono in un ambiente che cambia continuamente.

Un giocatore può possedere un gesto tecnico eccellente durante un'esercitazione e non riuscire a riconoscere il momento in cui utilizzarlo in partita. Può essere fisicamente preparato e non riuscire a sfruttare le proprie risorse perché legge in ritardo la situazione. Può conoscere la soluzione corretta sulla lavagna e non trovarla quando il tempo e lo spazio si riducono.

Il calcio non aspetta che il giocatore completi il ragionamento. Il calcio accade.

Ecco perché il tempo trascorso nel gioco ha un valore così importante: consente al calciatore di confrontarsi ripetutamente con la complessità per la quale dovrebbe essere preparato.

La risposta al problema non è necessariamente aggiungere un'altra esercitazione. A volte è necessario ripensare il modo in cui costruiamo le esperienze di allenamento.

E forse, prima di concludere che una squadra è stata semplicemente più forte, dovremmo chiederci se sia stata anche più competente nel gioco.

Il gioco non è il premio. È il luogo dell'apprendimento.

C'è una differenza sostanziale tra utilizzare il gioco come ricompensa e riconoscerlo come ambiente fondamentale nel quale si sviluppano le competenze calcistiche.

Nel primo caso, il bambino deve attraversare una serie di attività prima di meritarsi il momento che desidera davvero: giocare.

Nel secondo, il gioco non è un'aggiunta finale. È il riferimento attorno al quale si organizzano le esperienze, le proposte e gli interventi dell'allenatore.

Questo non significa rinunciare alla progettazione. Al contrario, richiede una progettazione attenta: scegliere gli spazi, modificare i vincoli, regolare il numero dei giocatori, individuare obiettivi, osservare ciò che accade e intervenire quando serve.

Significa anche comprendere che non tutti i giochi sono uguali e che non basta mettere una palla in campo per garantire un'esperienza formativa.

Il compito dell'allenatore è creare condizioni che permettano ai giocatori di incontrare problemi significativi, sperimentare soluzioni, adattarsi e ampliare progressivamente le proprie possibilità di azione.

Il gioco, in questa prospettiva, non è assenza di metodo. È il contesto nel quale il metodo trova il proprio senso.

Ed è proprio qui che la Giocologia propone una scelta culturale prima ancora che organizzativa: smettere di considerare il calcio come un insieme di frammenti da allenare separatamente e riconoscere il valore dell'esperienza vissuta dal giocatore nella sua interezza.

I minuti che non si vedono

Quando parliamo di 80 minuti contro 20, il rischio è quello di fermarci al calcolo. Ma i minuti, da soli, non spiegano tutto.

Dentro quei minuti ci sono un bambino che prova a ricevere orientandosi verso il campo, un ragazzo che scopre di poter superare una pressione con un passaggio anziché con un dribbling, due compagni che imparano a coordinarsi senza che qualcuno debba dire loro ogni volta che cosa fare.

Ci sono errori che diventano informazioni, tentativi che aprono nuove possibilità, decisioni che maturano attraverso l'esperienza.

Ci sono emozioni, relazioni, conflitti da gestire, successi da condividere e insuccessi da attraversare.

C'è il piacere di sentirsi parte di qualcosa e la possibilità di diventare progressivamente più autonomi.

Non possiamo garantire che ogni minuto produca un miglioramento misurabile, né attribuire al solo tempo di gioco ogni differenza nelle competenze di un calciatore. Possiamo, però, riconoscere che togliere sistematicamente tempo al gioco significa ridurre le occasioni nelle quali il giocatore può imparare a confrontarsi con ciò che il calcio realmente gli chiede.

E allora quei minuti non sono più soltanto una quantità da inserire nella programmazione settimanale.

Diventano una scelta su come intendiamo educare, allenare e accompagnare la crescita dei nostri ragazzi.

I messaggi che ricevo non dimostrano che un metodo abbia sempre ragione e tutti gli altri sempre torto. Mi ricordano, piuttosto, che vale la pena osservare ciò che accade quando restituiamo al gioco un ruolo centrale e prendiamo sul serio le competenze che vogliamo sviluppare.

Perché i bambini non hanno bisogno soltanto di sapere come si esegue un gesto. Hanno bisogno di incontrare situazioni nelle quali quel gesto acquisti un significato.

Hanno bisogno di giocare per imparare a giocare.

E noi allenatori abbiamo il dovere di domandarci se il tempo che dedichiamo alle nostre proposte sia davvero coerente con ciò che diciamo di voler ottenere.

Ottanta minuti di giocazione non sono una formula magica. Non sono una garanzia automatica di successo e non rappresentano, da soli, una misura assoluta della qualità di un allenamento.

Sono una presa di posizione: scegliere di dare al gioco il tempo, lo spazio e la dignità che merita nel percorso di formazione di un calciatore.

Perché la tecnica senza il contesto rischia di restare un gesto in attesa di significato. La forza senza una situazione nella quale esprimersi rischia di restare una risorsa inutilizzata. E l'allenamento senza una relazione chiara con il gioco rischia di diventare un'attività che prepara a qualcosa senza permettere di viverla abbastanza.

Alla fine, la questione non è soltanto quanti minuti facciamo giocare i nostri ragazzi.

La questione è che cosa vogliamo che imparino, attraverso quali esperienze e quale idea di calcio vogliamo aiutarli a costruire.

Ottanta minuti non sono semplicemente una scelta metodologica. Sono una scelta educativa, culturale e, in un certo senso, etica.

Perché ogni minuto che dedichiamo al gioco è un'opportunità. E ogni opportunità che decidiamo di offrire, o di togliere, contribuisce a disegnare il percorso di crescita dei nostri calciatori.

La domanda, allora, resta aperta.

Vogliamo allenare i ragazzi a eseguire esercizi oppure vogliamo aiutarli a diventare competenti nel gioco e per il gioco?

Vogliamo che imparino a fare bene le cose quando tutto è prevedibile, oppure vogliamo offrire loro occasioni per imparare ad agire quando il calcio diventa imprevedibile?

E quando una squadra ci mette in difficoltà, vogliamo rifugiarci nelle nostre certezze o trovare il coraggio di interrogarci su ciò che possiamo migliorare?

Perché, a volte, la partita che perdiamo non ci dice soltanto qualcosa sugli avversari. Ci dice qualcosa anche sul nostro modo di allenare.

E quei minuti che sembrano non vedersi, alla fine, potrebbero essere proprio quelli che fanno la differenza.

Da che parte vogliamo stare?



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