FATE COME CAxxO VOLETE: Carlo Ancelotti

 Abstract

Il presente contributo in continuità con quelli dei giorni scorsi, esplora il passaggio dalla prescrizione all’autonomia nella formazione calcistica, attraverso il paradigma fenomenologico-enattivo della Giocologia. Prendendo spunto dall’episodio attribuito a Carlo Ancelotti, sintetizzato nell’espressione «Fate come volete», si propone una riflessione sul significato pedagogico della fiducia, intesa non come rinuncia alla guida dell’allenatore, ma come riconoscimento di una competenza costruita nel tempo.


In questa prospettiva, il giocatore non è un semplice esecutore di soluzioni predefinite, bensì un soggetto attivo che percepisce, interpreta e genera possibilità d’azione attraverso la relazione con compagni, avversari, spazio, tempo e ambiente. L’autonomia non coincide, quindi, con il semplice lasciare giocare, ma rappresenta l’esito di un processo formativo che promuove capacità decisionale, responsabilità, adattamento e disponibilità ad abitare l’incertezza.


Il ruolo dell’allenatore si ridefinisce: da prescrittore di comportamenti a progettista di ambienti di apprendimento capaci di stimolare esplorazione, scelta e riflessione sull’esperienza. L’errore diventa parte integrante del processo educativo, mentre la fiducia emerge come risultato di una cultura relazionale che sostiene l’autonomia individuale e l’intelligenza collettiva.


Il contributo approfondisce, infine, la distinzione tra Giocrazia e Giocologia, contrapponendo la costruzione di un gioco prefigurato alla formazione di giocatori capaci di generare il proprio gioco nella complessità delle situazioni. L’obiettivo della formazione non è preparare il giocatore a riprodurre ciò che l’allenatore ha immaginato, ma sviluppare le condizioni affinché possa affrontare ciò che è imprevedibile, costruendo significati e soluzioni originali. In questa prospettiva, il compito più alto dell’allenatore consiste nel promuovere un’autonomia progressiva, affinché il giocatore possa diventare sempre più autore del proprio agire e co-costruttore del gioco.

Ti propongo un titolo che mantenga la stessa tensione concettuale dell’articolo precedente e che faccia da contrappunto alla Giocrazia: “IL GIOCATORE AL CENTRO: DALLA PRESCRIZIONE ALL’AUTONOMIA”.


IL GIOCATORE AL CENTRO: DALLA PRESCRIZIONE ALL’AUTONOMIA


La frase di Carlo Ancelotti — «Fate come c***o volete» — l’ho sempre trovata molto più interessante di quanto possa sembrare.


A prima vista potrebbe apparire come una rinuncia.


Un allenatore che, prima di una partita, smette di dare indicazioni e lascia che siano i giocatori a decidere.


Ma se la guardiamo attraverso il paradigma fenomenologico-enattivo della Giocologia, quella frase può assumere un significato completamente diverso.


Non è una rinuncia.


È una scelta precisa.


È un atto di fiducia.


E, soprattutto, è il risultato di un processo.


Perché prima di poter dire a un giocatore:


«Fai come vuoi»


bisogna averlo educato a poterlo fare.


Ed è qui che, secondo me, il discorso diventa interessante.


CERTO, È FACILE CON QUEI GIOCATORI


Qualcuno potrebbe obiettare:


«Certo. È facile dire “fate come volete” quando hai Maldini, Cafu, Pirlo, Seedorf, Gattuso, Kaká e Shevchenko.»


Ed è vero.


È difficile immaginare una condizione più favorevole.


Ma proprio questo rende l’episodio pedagogicamente interessante.


Perché il problema non è chiedersi:


«Possiamo fidarci di giocatori di quel livello?»


La domanda dovrebbe essere:


«Come formiamo giocatori capaci di meritare e sostenere quella fiducia?»


E qui cambia completamente la prospettiva.


Perché l’autonomia non dovrebbe essere un privilegio dei campioni.


Dovrebbe essere l'esito naturale di un percorso formativo.


Non dovremmo aspettare che il giocatore diventi adulto calcisticamente per chiedergli di assumersi la responsabilità del gioco.


Dovremmo cominciare a costruire questa responsabilità fin dalla prima formazione.


L’AUTONOMIA NON SI INSEGNA: SI COSTRUISCE


Credo che uno degli equivoci più grandi nella formazione calcistica sia quello di pensare che autonomia significhi semplicemente:


«Lasciar giocare.»


Ma lasciare giocare non significa necessariamente educare all’autonomia.


Posso lasciare un bambino libero di giocare e, contemporaneamente, continuare a costruire un contesto nel quale aspetta che qualcuno gli dica cosa fare.


L’autonomia è qualcosa di molto più profondo.


Significa mettere il giocatore nelle condizioni di dialogare con il gioco.


Di percepirlo.


Di interpretarlo.


Di attribuirgli un significato.


Di riconoscere possibilità di azione.


Di scegliere.


Di agire.


E, soprattutto, di assumersi la responsabilità di quella scelta.


Per questo l'obiettivo della formazione non dovrebbe essere costruire giocatori capaci di ricordare molte soluzioni.


Dovrebbe essere costruire giocatori capaci di generare soluzioni.


DAL «COSA DEVO FARE?» AL «COSA POSSO FARE?»


Questa, per me, è una delle differenze fondamentali.


Il giocatore formato dentro una logica prescrittiva tende a rivolgere implicitamente una domanda all'esterno:


«Cosa devo fare?»


Il giocatore educato all'autonomia impara progressivamente a rivolgere la domanda alla situazione:


«Cosa posso fare qui, adesso?»


Sembra una differenza linguistica.


In realtà è una differenza antropologica.


Nel primo caso il giocatore cerca una risposta già disponibile.


Nel secondo cerca una possibilità.


E la possibilità non è scritta soltanto nella sua testa.


Emergere dalla relazione tra lui e il contesto.


Tra lui e i compagni.


Tra lui e gli avversari.


Tra lui e lo spazio.


Tra lui e il tempo.


Tra ciò che percepisce e ciò che intenziona.


Tra ciò che intenziona e ciò che riesce concretamente a fare.


Il gioco, ancora una volta, non è dentro il giocatore.


Non è nemmeno fuori dal giocatore.


Il gioco emerge nella relazione.


IL GIOCATORE NON DEVE IMPARARE IL GIOCO


Questa affermazione potrebbe sembrare provocatoria.


Ma provo a spiegarla.


Il giocatore deve certamente conoscere il calcio.


Deve acquisire competenze tecniche, tattiche, percettive, coordinative, relazionali.


Ma non possiamo pensare che il gioco sia un oggetto già confezionato che trasferiamo nella sua testa.


Se facciamo questo, rischiamo di trasformare il giocatore nel destinatario di un sapere prodotto da qualcun altro.


E allora torniamo alla questione della Giocrazia.


Il gioco viene pensato.


La situazione viene costruita.


La soluzione viene individuata.


Il giocatore viene messo nelle condizioni di riconoscerla e realizzarla.


Il processo sembra dinamico.


Ma il punto di arrivo è già stato deciso.


Nella prospettiva enattiva, invece, vogliamo qualcosa di diverso.


Vogliamo che il giocatore impari a stare nella complessità senza avere necessariamente una risposta già pronta.


Perché è proprio lì che nasce la competenza.


FORMARSI ALL’IMPREVEDIBILITÀ


Pensiamo a un bambino di sei, sette, otto anni.


Se gli insegniamo continuamente:


«Quando succede questo, fai questo.»


stiamo costruendo una memoria di risposte.


Potrà essere utile.


Ma non basta.


Perché prima o poi il gioco presenterà qualcosa che non abbiamo previsto.


L’avversario farà una cosa diversa.


Il compagno si muoverà in un'altra direzione.


Lo spazio disponibile sarà differente.


Il pallone arriverà con una velocità inattesa.


Il tempo per decidere sarà più breve.


La situazione emotiva sarà diversa.


E allora?


Se il giocatore ha imparato soprattutto a riconoscere la risposta corretta, rischia di cercare una soluzione che non esiste più.


Se invece ha imparato a leggere e interpretare, potrà generare una nuova possibilità.


È questa la differenza tra un giocatore che esegue e un giocatore che gioca.


LA RESPONSABILITÀ COME COMPETENZA


E qui entra in gioco una parola che considero fondamentale:


responsabilità.


Responsabilità non significa colpevolizzare il giocatore quando sbaglia.


Significa riconoscergli la possibilità di essere autore delle proprie decisioni.


Se vogliamo giocatori autonomi, dobbiamo necessariamente accettare che possano sbagliare autonomamente.


È una conseguenza inevitabile.


Non possiamo dire:


«Voglio giocatori responsabili»


e contemporaneamente correggere ogni loro decisione prima ancora che abbiano la possibilità di prenderla.


Non possiamo chiedere autonomia e poi punire sistematicamente l'errore che nasce da una scelta autonoma.


Non possiamo educare alla responsabilità togliendo continuamente responsabilità.


La formazione dell’autonomia passa necessariamente attraverso una certa esposizione all’incertezza.


E quindi anche all’errore.


L’ALLENATORE NON DEVE SCOMPARIRE


Questo, però, non significa che l'allenatore debba semplicemente fare un passo indietro.


Anzi.


Forse deve fare un passo avanti.


Ma in un'altra direzione.


Il suo compito non è più soltanto decidere cosa devono fare i giocatori.


È creare le condizioni affinché imparino a decidere.


Questa è una responsabilità enorme.


Perché progettare un ambiente di apprendimento situato è molto più complesso che progettare una sequenza di comportamenti.


Non significa:


«Non do indicazioni.»


Significa chiedersi:


«Quali condizioni posso creare perché il giocatore sia costretto a percepire, interpretare, scegliere e adattarsi?»


Non significa eliminare la guida.


Significa cambiare la natura della guida.


DALLA SOLUZIONE ALLA DOMANDA


Forse il passaggio pedagogico più importante è questo.


L'allenatore può smettere progressivamente di essere colui che fornisce risposte e diventare colui che costruisce domande.


Non:


«Devi passare qui.»


Ma:


«Dove hai visto la possibilità?»


Non:


«Dovevi andare lì.»


Ma:


«Cosa hai percepito in quella situazione?»


Non:


«Hai sbagliato.»


Ma:


«Quale informazione ti ha portato a quella decisione?»


Non si tratta di trasformare ogni allenamento in una seduta filosofica.


Si tratta di educare progressivamente il giocatore a diventare consapevole del proprio rapporto con il gioco.


Perché il vero apprendimento non è soltanto sapere cosa fare.


È imparare a riconoscere perché una determinata azione diventa possibile in una determinata situazione.


DALLA DIPENDENZA ALL’AUTONOMIA


E allora possiamo immaginare la formazione come un lungo percorso.


All'inizio il bambino ha bisogno dell'adulto.


L'allenatore orienta.


Propone.


Organizza.


Protegge.


Aiuta a distinguere.


Progressivamente, però, il giocatore deve conquistare spazi di autonomia.


Deve poter esplorare.


Provare.


Sbagliare.


Riconoscere.


Decidere.


Adattarsi.


Confrontarsi.


E, soprattutto, deve poter sperimentare che le proprie decisioni hanno conseguenze sul gioco.


È così che nasce la responsabilità.


Non attraverso una predica.


Attraverso l'esperienza.


LA FIDUCIA NON È L’INIZIO: È IL RISULTATO


E allora torniamo ad Ancelotti.


Quando dice:


«Fate come co volete»*


non sta semplicemente concedendo libertà.


Sta riconoscendo una competenza.


Sta dicendo, in qualche modo:


«Mi fido della vostra capacità di leggere ciò che accadrà.»


Quella fiducia, però, non nasce nello spogliatoio.


Nasce prima.


Nasce negli allenamenti.


Nelle relazioni.


Nella cultura della squadra.


Nella storia condivisa.


Nella capacità dei giocatori di riconoscersi reciprocamente.


Nella possibilità di sapere che, anche quando qualcosa non va come previsto, esiste una capacità collettiva di adattarsi.


E questo è fondamentale.


Perché l’autonomia individuale non significa individualismo.


Al contrario.


L’autonomia cresce dentro la relazione.


Un giocatore diventa autonomo anche perché impara a fidarsi dei compagni e a essere degno della loro fiducia.


DALL’IO AL NOI


È qui che la prospettiva enattiva diventa particolarmente potente.


Il giocatore autonomo non è quello che fa ciò che vuole indipendentemente dagli altri.


È quello che sa costruire le proprie decisioni insieme agli altri.


La sua libertà non è separazione.


È partecipazione.


Io percepisco.


Il compagno si muove.


L'avversario reagisce.


Io modifico la mia intenzione.


Il compagno modifica la propria.


Lo spazio cambia.


Noi cambiamo.


E il gioco emerge.


Non esiste più un soggetto che controlla tutto.


Esiste una rete di soggetti che si influenzano reciprocamente.


È qui che possiamo parlare di intelligenza collettiva.


Non come somma delle intelligenze individuali.


Ma come qualcosa che emerge dalle loro relazioni.


E ALLORA COSA DOBBIAMO FORMARE?


Forse la domanda fondamentale della formazione non dovrebbe essere:


«Quale giocatore vogliamo ottenere?»


Ma:


«Quale rapporto vogliamo che quel giocatore abbia con il gioco?»


Vogliamo un giocatore che aspetti istruzioni?


Oppure un giocatore che sappia interrogare la situazione?


Vogliamo un giocatore che riconosca la soluzione insegnata?


Oppure un giocatore capace di generare una soluzione nuova?


Vogliamo un giocatore che esegua?


Oppure un giocatore che interpreti?


Vogliamo un giocatore che abbia paura di sbagliare?


Oppure un giocatore che sappia assumersi la responsabilità di una decisione?


Sono domande pedagogiche prima ancora che metodologiche.


Perché riguardano l'idea di persona che vogliamo contribuire a formare attraverso il calcio.


DALLA GIOCRAZIA ALLA GIOCOLOGIA


Ed è qui che, per me, il discorso si collega direttamente a quanto scritto sulla Giocrazia.


La Giocrazia cerca di costruire il gioco che vuole ottenere.


La Giocologia cerca di costruire il giocatore che possa generare il proprio gioco.


La differenza è enorme.


Nella prima prospettiva:


gioco → situazione → comportamento → giocatore.


Nella seconda:


giocatore → giocazione → relazione → gioco.


Non significa che l'allenatore non abbia più idee.


Non significa che non esistano principi.


Non significa che tutto debba essere lasciato al caso.


Significa che i principi non devono diventare risposte preconfezionate.


Devono diventare strumenti attraverso i quali il giocatore possa orientarsi nella complessità.


IL VERO OBIETTIVO DELL’ALLENAMENTO


Forse allora il vero obiettivo dell'allenamento non è preparare il giocatore a ripetere ciò che abbiamo immaginato.


È prepararlo a ciò che non possiamo immaginare.


Perché la partita non è la realizzazione del nostro allenamento.


La partita è un nuovo accoppiamento tra giocatori, avversari, ambiente, tempo, spazio, emozioni e intenzioni.


E ogni accoppiamento produce qualcosa di nuovo.


Per questo dobbiamo formare giocatori che sappiano vivere l'imprevisto.


Non eliminare l'incertezza.


Ma abitarla.


Non cercare sempre la risposta.


Ma saper generare domande.


Non aspettare continuamente l'allenatore.


Ma imparare progressivamente a dialogare con il gioco.


QUANDO L’ALLENATORE PUÒ DIRE «FATE COME VOLETE»


E allora quella frase di Ancelotti assume, per me, un valore pedagogico molto più ampio.


«Fate come volete» può essere pronunciato davvero soltanto quando abbiamo costruito persone capaci di scegliere.


Non prima.


L'autonomia non può essere improvvisata.


Non può essere concessa all'improvviso.


Non può comparire magicamente quando il giocatore arriva in prima squadra.


Deve essere coltivata fin dai primi anni.


Deve diventare una cultura della formazione.


Un bambino che impara a decidere oggi sarà un giocatore che saprà assumersi responsabilità domani.


Un bambino al quale viene sempre detto cosa fare imparerà, molto probabilmente, a cercare qualcuno che glielo dica.


E allora forse la vera domanda che dovremmo porci fin dalla prima formazione è molto semplice:


Stiamo formando giocatori che hanno bisogno di noi per giocare o giocatori che, grazie a noi, imparano a giocare senza di noi?


IL PARADOSSO DELL’ALLENATORE


Ed è forse questo il grande paradosso.


Il buon allenatore lavora per diventare, progressivamente, meno necessario.


Non perché perda valore.


Al contrario.


Perché il suo valore si misura anche nella capacità di trasferire responsabilità.


All'inizio il bambino guarda l'allenatore.


Poi guarda il compagno.


Poi guarda l'avversario.


Poi guarda lo spazio.


Poi impara a guardare tutto contemporaneamente.


E a un certo punto smette di cercare continuamente qualcuno che gli dica cosa fare.


Comincia a dialogare direttamente con il gioco.


È lì che, secondo me, comincia veramente a giocare.


DAL GIOCO PRESCRITTO AL GIOCO VISSUTO


E allora torno alla frase iniziale.


«Fate come c***o volete.»


Non è una frase contro l'allenamento.


È una frase che può diventare il risultato più alto dell'allenamento.


Perché significa:


«Ora tocca a voi.»


Ma quel «tocca a voi» non è abbandono.


È responsabilità.


È fiducia.


È autonomia.


È relazione.


È competenza.


È la possibilità di entrare nel gioco senza avere bisogno che qualcuno, da fuori, ne determini continuamente il significato.


Ed è forse proprio qui che la Giocologia trova uno dei suoi punti fondamentali:


non formare giocatori capaci di eseguire il gioco che abbiamo pensato, ma giocatori capaci di generare il gioco che ancora non abbiamo pensato.


Perché il vero salto pedagogico non è passare dal gesto alla situazione.


Non è passare dall'esercizio al gioco.


Non è nemmeno Passare dalla prescrizione alla libertà.


È passare dalla dipendenza alla capacità di generare senso e azione dentro la situazione.


E allora, forse, tutto parte davvero dal giocatore.


Il giocatore entra nella giocazione.


La giocazione genera il gioco.


Il gioco trasforma il giocatore.


E il giocatore, trasformato, torna a giocare in modo nuovo.


Tutto parte dal giocatore.

Tutto arriva al gioco.

Tutto ritorna al giocatore.


E forse il compito più alto dell'allenatore è proprio questo:


creare le condizioni perché, un giorno, possa guardare i propri giocatori entrare in campo e dirgli semplicemente:


«Fate come co volete.»*

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