L' AORISTO, OVVERO TUTTO RICONDOTTO AL GIOCO DEL CALCIO. ANCHE LA CORREZIONE DI UNA VERSIONE DAL GRECO
Ieri ero presente quando mia figlia correggeva una versione dal greco all’italiano.
Lei insegna al liceo. Aveva davanti una pila di compiti di seconda, quelli che sembrano non finire mai, con le traduzioni, le cancellature, le incertezze e le parole che non vogliono saperne di stare al loro posto.
A un certo punto si è fermata su un verbo.
Un ragazzo aveva tradotto un aoristo con un passato prossimo italiano: «ha fatto».
Mia figlia ha preso la penna rossa, ma poi non ha corretto. È rimasta qualche secondo con la punta sospesa sul foglio.
Poi ha detto:
«Non è sbagliato, ma non è proprio giusto. L’aoristo non è semplicemente un passato».
Da lì è partita una discussione in cucina che, a un certo punto, non c’entrava più nulla con la scuola.
O forse c’entrava con tutto.
Perché l’aoristo greco, da *aóristos*, significa ciò che non è definito, delimitato, circoscritto. Nella grammatica greca è soprattutto una forma aspettuale: presenta l’evento nella sua globalità, senza soffermarsi sul suo svolgimento interno. Nell’indicativo, normalmente, lo colloca anche nel passato. Ma non è il tempo verbale, da solo, a esaurirne il significato.
L’aoristo non racconta necessariamente quanto sia durata un’azione. Non ci invita a seguirla passo dopo passo. La presenta come un evento nella sua interezza.
Non il suo svolgersi, ma il suo accadere.
E mentre mia figlia cercava di spiegare questa differenza a un ragazzo che probabilmente pensava soltanto al voto, mi sono ritrovato a pensare che quella distinzione contenesse una domanda fondamentale anche per chi insegna calcio.
Possiamo imparare a giocare allenando soltanto ciò che accade prima del gioco?
O, ancora più radicalmente:
Possiamo comprendere il gesto separandolo dal mondo nel quale acquista significato?
È da qui che vorrei partire per raccontare la giocologia fenomenologico-enattiva.
1. Il tempo dell’allenamento e il tempo del gioco
L’allenamento tradizionale, quando viene organizzato come una successione di gesti decontestualizzati, vive spesso proiettato nel futuro.
Fai questo adesso, così sarai più bravo dopo.
Ripeti questo controllo, così in partita saprai controllare.
Esegui questo passaggio, così durante la gara prenderai la decisione corretta.
È una logica che possiede una sua plausibilità. Alcune abilità possono certamente essere affinate attraverso la ripetizione. Il problema nasce quando si presume che l’acquisizione di un gesto, separato dal contesto, produca automaticamente la capacità di utilizzarlo nel gioco.
Il futuro diventa così la giustificazione del presente.
L’esercizio viene eseguito oggi in nome di una partita che verrà domani.
È il tempo lineare di Cronos: prima percepisco, poi decido, infine agisco. Tre momenti distinti, ordinati, quasi fossero tre stazioni di una catena di montaggio.
Ma il gioco reale funziona davvero così?
Un bambino riceve la palla, un avversario gli chiude la linea di passaggio, un compagno si muove alle sue spalle, lo spazio davanti si apre e si richiude. Il bambino orienta il corpo, modifica l’appoggio, protegge la palla o la lascia scorrere. Forse passa. Forse conduce. Forse perde il pallone.
Dove finisce la percezione e dove comincia la decisione?
Dove termina la decisione e dove inizia l’azione?
Nel gioco, queste separazioni sono molto meno nette di quanto suggerisca una rappresentazione lineare dell’apprendimento.
La percezione è già orientata all’azione. Il movimento modifica ciò che il giocatore può percepire. L’azione apre alcune possibilità e ne chiude altre. Ogni risposta modifica il contesto nel quale nascerà la risposta successiva.
Il gioco non è una somma di operazioni indipendenti.
È una continuità di relazioni che si trasformano.
La giocologia non nega il tempo dell’allenamento. Contesta l’idea che il gioco possa essere compreso soltanto scomponendolo in gesti da preparare per un futuro utilizzo.
E qui l’aoristo diventa una metafora potente.
Non perché il gioco sia grammaticalmente un aoristo, ma perché ci aiuta a rivolgere lo sguardo verso l’evento: quel momento irripetibile nel quale percezione, movimento, intenzione e ambiente prendono forma insieme.
2. Il mondo non è uno sfondo: è ciò che il giocatore abita
Husserl parlava di *Lebenswelt*, il mondo della vita: il mondo vissuto, quello nel quale siamo già immersi prima ancora di trasformarlo in un oggetto di analisi.
Merleau-Ponty ci ha insegnato a pensare il corpo non come un semplice strumento comandato dalla mente, ma come il nostro modo concreto di essere al mondo. Il corpo non occupa soltanto uno spazio: lo vive, lo percepisce, lo attraversa, gli attribuisce possibilità.
Varela, insieme a Thompson e Rosch, ha contribuito a sviluppare la prospettiva enattiva della cognizione: conoscere non significa soltanto ricevere informazioni da un mondo già dato, ma partecipare attivamente alla costruzione di un mondo significativo attraverso l’azione incarnata.
Questi pensieri non sono equivalenti, e non vanno confusi. Ma si incontrano in una domanda che per il calcio è decisiva:
Che cosa percepisce un giocatore quando entra in campo?
Per un osservatore esterno, il campo è un rettangolo delimitato da linee bianche. Per un allenatore, è una superficie sulla quale organizzare spazi, distanze, riferimenti e compiti. Per un bambino, invece, quel campo è un mondo di possibilità.
Uno spazio può diventare una via di fuga.
Un compagno può diventare una soluzione.
Un avversario può chiudere una possibilità e aprirne un’altra.
Una porta può rappresentare un obiettivo immediato oppure una direzione da raggiungere attraverso una serie di relazioni.
Il campo fisico è lo stesso, ma il campo vissuto non coincide necessariamente da giocatore a giocatore.
Ecco perché, nella prospettiva fenomenologico-enattiva, non basta chiedersi quale gesto il bambino abbia eseguito. Bisogna chiedersi quale mondo abbia percepito, quali possibilità abbia riconosciuto e come le sue azioni abbiano modificato quelle possibilità.
Il giocatore non è una macchina che riceve informazioni, le elabora e restituisce una risposta.
È un organismo incarnato che agisce in un ambiente, e che, agendo, modifica continuamente il rapporto con quell’ambiente.
Il suo apprendimento prende forma dentro questo rapporto.
3. La prima fase: 8 contro 8 più due portieri
Immaginiamo la prima fase dell’ Unità di Apprendimento presentata ieri
Sedici bambini giocano in 8 contro 8, con due portieri, su un campo di 80 per 60 metri.
La palla circola con difficoltà. Molti bambini si avvicinano contemporaneamente al pallone. Le distanze si accorciano. Le linee di passaggio si chiudono. Alcuni rincorrono l’azione, altri rimangono ai margini. Qualche volta il possesso si perde in pochi secondi.
Dall’esterno, il quadro può sembrare disordinato.
L’allenatore potrebbe interrompere il gioco, sistemare le posizioni e spiegare che bisogna allargarsi, occupare gli spazi, cercare la profondità.
Potrebbe anche pensare che prima di giocare davvero sia necessario insegnare ai bambini i gesti tecnici corretti.
Ma la giocologia pone una domanda diversa.
Che cosa sta accadendo, in questo momento, tra questi bambini e questo ambiente?
Quel gruppo che si addensa intorno alla palla è soltanto un errore da correggere? Oppure è anche la manifestazione delle possibilità che i giocatori riescono attualmente a riconoscere, delle loro abitudini, delle loro paure, delle loro intenzioni e delle relazioni che stanno imparando a costruire?
Il loro comportamento non è privo di significato soltanto perché non corrisponde a ciò che l’allenatore desidera vedere.
È il loro modo, ancora incompleto, di abitare il gioco.
Questo non significa romanticizzare il disordine. Non significa sostenere che ogni comportamento sia efficace o che l’allenatore debba rinunciare a intervenire.
Significa distinguere tra un comportamento che non produce la soluzione desiderata e un comportamento che non ha nulla da insegnarci.
La prima fase serve anche a questo: osservare il gioco prima di decidere come modificarlo.
Dove si perdono i palloni?
Quando il bambino riceve, quali informazioni riesce a utilizzare?
Quali possibilità rimangono invisibili?
Quando un compagno si smarca, il portatore riesce a riconoscerlo?
Il problema nasce dalla qualità del controllo, dall’orientamento corporeo, dalla pressione avversaria, dalla mancanza di sostegni o dalla difficoltà di coordinarsi con gli altri?
Non sempre la risposta è una sola.
Il comportamento emerge dall’interazione di molti vincoli: le capacità del giocatore, le caratteristiche dei compagni e degli avversari, la disposizione degli spazi, gli obiettivi e le regole del compito.
La partita iniziale non è quindi soltanto una verifica. È un’occasione per incontrare il problema nella sua forma viva.
È il primo aoristo dell’Unità di Apprendimento: l’evento globale nel quale il problema si manifesta, prima che l’allenatore provi a comprenderlo e a costruire condizioni differenti per esplorarlo.
4. Il gioco non si corregge: si trasforma
A questo punto, la domanda non è più come eliminare il disordine.
La domanda è come trasformare le condizioni che lo producono, affinché emergano possibilità d’azione nuove e più funzionali.
Supponiamo che, osservando la partita, emerga una difficoltà ricorrente: il bambino riceve spesso con il corpo orientato verso la propria porta, non riconosce il compagno libero sul lato opposto e perde il possesso quando l’avversario interviene.
Potremmo spiegargli di controllare con il piede lontano, orientarsi in avanti e guardarsi intorno prima di ricevere.
Ma sapere che cosa fare non equivale necessariamente a riuscire a farlo quando il gioco lo richiede.
Perché il bambino dovrebbe scansionare visivamente l’ambiente se, nell’esercizio che gli proponiamo, non ha alcun motivo per farlo?
Perché dovrebbe imparare a orientare il corpo se la palla arriva sempre nello stesso modo, alla stessa velocità e senza alcuna pressione?
Perché dovrebbe riconoscere una linea di passaggio se quella linea è già stata stabilita dall’allenatore?
Il problema non è soltanto la qualità del gesto.
È il rapporto tra il gesto, le informazioni disponibili e le conseguenze dell’azione.
Per questo la progressione didattica non dovrebbe partire dalla scomposizione del gesto, ma dalla comprensione del problema di gioco.
Non si tratta di riprodurre in piccolo la partita grande. Si tratta di conservare, in una situazione più accessibile, le relazioni che rendono significativo il problema.
5. La seconda fase: 4 contro 4 più otto sponde, quattro porte, 30 per 30 metri
Passiamo alla situazione di 4 contro 4, con otto sponde esterne e quattro porte, in uno spazio di 30 per 30 metri.
Il numero dei giocatori coinvolti direttamente diminuisce. Le sponde offrono riferimenti esterni. Le quattro porte introducono differenti direzioni di attacco e nuove possibilità di scelta.
Il gioco cambia.
Ma non deve perdere il suo significato.
Il bambino continua a dover percepire la pressione, riconoscere i compagni, proteggere il possesso, orientare il corpo e scegliere quando giocare in avanti, lateralmente o all’indietro.
La sponda non è semplicemente un bersaglio immobile.
Può diventare un riferimento per uscire dalla pressione, cambiare lato, conservare il possesso o preparare una nuova azione.
Le quattro porte non sono soltanto quattro oggetti da colpire. Generano direzioni differenti e costringono i giocatori a riconoscere che il gioco non procede necessariamente lungo un unico asse.
Il bambino non ripete una soluzione già conosciuta: deve cercarla.
La presenza degli avversari mantiene viva l’incertezza. La loro azione modifica continuamente le possibilità del portatore. Le sponde ampliano le relazioni disponibili. Gli obiettivi rendono le scelte concrete.
Il giocatore può sbagliare. Può orientarsi male, ignorare una soluzione, perdere il pallone.
Ma l’errore non è soltanto una risposta da correggere verbalmente. È anche un evento che produce conseguenze e modifica il comportamento successivo.
Se ricevo male, l’avversario può sottrarmi il pallone.
Se riconosco una sponda libera, posso superare la pressione.
Se mi oriento prima che arrivi il pallone, potrei disporre di più soluzioni.
L’ambiente restituisce informazioni attraverso ciò che accade.
Il bambino non deve necessariamente conoscere verbalmente tutti questi principi per cominciare a esplorarli.
Può imparare a riconoscere possibilità che prima non vedeva, a sentire il momento opportuno per agire e a coordinare il proprio movimento con quello degli altri.
Naturalmente, nessuna struttura garantisce da sola questo risultato. Dimensioni, regole, comportamento delle sponde e criteri di riuscita devono essere coerenti con il problema individuato nella prima fase.
La situazione ridotta è utile non perché è più semplice in assoluto, ma perché modifica il problema in modo che alcune possibilità diventino più accessibili, senza eliminare l’incertezza che rende necessario imparare.
6. La terza fase: l’analitico situato nei quattro quadrati
E poi arriviamo all’analitico.
Perché anche il gesto ha bisogno di attenzione, di tempo, di esplorazione e di affinamento.
Il problema non è l’analitico in sé.
Il problema è l’analitico che dimentica il gioco dal quale dovrebbe nascere e al quale dovrebbe ritornare.
Immaginiamo quattro quadrati di 15 per 15 metri. In ciascuno, tre azzurri e un rosso all’interno, con quattro sponde esterne.
Qui possiamo concentrare l’attenzione su un problema più specifico: la ricezione orientata, la capacità di percepire ciò che accade prima del controllo, il rapporto con il difendente, la scelta di utilizzare una sponda e la possibilità di giocare verso una nuova direzione.
Lo spazio più contenuto rende alcune relazioni più leggibili. Il problema si ripresenta con una frequenza maggiore. Il bambino ha più occasioni per esplorare le conseguenze delle proprie azioni.
Ma il gesto non viene estratto dal mondo.
Il controllo continua a essere una risposta alla traiettoria della palla, alla posizione dell’avversario, alla disponibilità di un compagno e alla possibilità di raggiungere un obiettivo.
La ricezione orientata non è una forma da riprodurre perfettamente davanti a un allenatore.
È un modo di organizzare il corpo per mantenere o ampliare le possibilità d’azione.
E questo cambia radicalmente il significato dell’analitico.
Nel lavoro decontestualizzato, il bambino può imparare a eseguire un controllo corretto senza imparare quando quel controllo sia utile, perché lo sia o quali informazioni debba utilizzare per realizzarlo.
Nell’analitico situato, invece, la qualità del gesto rimane legata al problema che lo rende necessario.
Il bambino riceve, ma il difendente può intervenire.
La sponda è disponibile, ma non sempre rappresenta la soluzione migliore.
L’orientamento del corpo apre alcune possibilità e ne chiude altre.
La scelta produce conseguenze.
Il gesto diventa così un’organizzazione sensomotoria che prende forma in relazione a un ambiente significativo, non una risposta isolata da trasferire in seguito alla partita.
Ecco la cura dell’aoristo.
Non si congela il gioco per sostituirlo con un movimento perfetto. Si modifica temporaneamente la situazione per rendere più accessibile un aspetto dell’esperienza, permettere nuove esplorazioni e aumentare la possibilità di riconoscere relazioni prima trascurate.
Non si elimina il mondo: lo si rende, per certi aspetti, più leggibile.
E poi bisogna restituire al gesto la sua incertezza, perché nessuna ricezione può essere considerata appresa fino in fondo se funziona soltanto quando l’ambiente si comporta come previsto.
7. Il ritorno: di nuovo 8 contro 8 più due portieri
Infine, la quarta fase.
Si torna al campo di 80 per 60 metri, all’8 contro 8 più due portieri.
Apparentemente è la stessa partita dell’inizio.
Stesso spazio. Stesso numero di giocatori. Stesse porte.
Ma la situazione non è mai identica, perché il gioco non è soltanto la configurazione geometrica del campo. È una relazione dinamica tra giocatori, ambiente, storia delle interazioni e possibilità d’azione.
I bambini hanno attraversato nuove esperienze.
Hanno incontrato problemi, esplorato soluzioni, sperimentato orientamenti differenti, modificato il rapporto con le sponde e con gli avversari.
Non possiamo dare per scontato che tutto ciò produca automaticamente un miglioramento. È proprio per questo che il ritorno alla partita grande è fondamentale: permette di osservare se e come le nuove possibilità emergano in un ambiente più complesso.
E allora potremmo vedere qualcosa di diverso.
Un bambino che, prima di ricevere, orienta lo sguardo verso il lato opposto.
Un altro che non si avvicina immediatamente al portatore, ma occupa uno spazio che può diventare utile qualche istante dopo.
Un terzo che, sotto pressione, riconosce la sponda come una possibilità e non come un ripiego.
Magari un bambino che continua a perdere il pallone, ma lo fa in condizioni differenti, perché comincia a tentare soluzioni che prima non prendeva neppure in considerazione.
Non sono necessariamente comportamenti nuovi in assoluto. E non è detto che compaiano tutti, subito, o che siano sempre efficaci.
Il punto è osservare se il gioco offra nuove risposte, nuove relazioni e una maggiore capacità di adattamento alle condizioni che cambiano.
La scansione visiva, per esempio, non dovrebbe essere considerata un gesto da eseguire obbligatoriamente prima di ogni ricezione. Ha senso quando permette di raccogliere informazioni utili, in relazione alla situazione e al tempo disponibile.
Allo stesso modo, l’ampiezza non è un valore assoluto, né la profondità è sempre la scelta migliore.
Il loro significato dipende dal contesto.
Il bambino non deve applicare una regola meccanica. Deve imparare a riconoscere quando una determinata possibilità diventa significativa.
Se questo accade, non abbiamo semplicemente migliorato una ricezione.
Abbiamo contribuito a trasformare il modo in cui il giocatore entra in relazione con il gioco.
Il campo è lo stesso.
Il mondo che il bambino riesce ad abitare, forse, è diventato più ampio.
8. L’apprendimento non è il trasferimento di un gesto: è una trasformazione della relazione
C’è un punto sul quale vale la pena soffermarsi.
Dire che una soluzione emerge non significa sostenere che il bambino impari senza insegnamento, senza guida o senza intenzionalità pedagogica.
L’allenatore non scompare.
Cambia il suo compito.
Non è soltanto colui che mostra una soluzione corretta e chiede di riprodurla. È anche colui che osserva, formula ipotesi, costruisce situazioni, modifica vincoli e cerca di rendere possibili esperienze che il giocatore, da solo, faticherebbe a incontrare.
L’allenatore progetta condizioni di apprendimento.
Decide quali problemi proporre, quali relazioni conservare, quali difficoltà rendere più accessibili e quali informazioni lasciare emergere dall’interazione.
Può intervenire con una domanda, una regola, una modifica dello spazio, un diverso rapporto numerico o una variazione delle possibilità di segnare.
Può anche mostrare un gesto, quando ciò è utile.
Ma non deve confondere la spiegazione della soluzione con l’acquisizione della capacità di riconoscerla e realizzarla nel gioco.
La conoscenza calcistica non coincide con il possesso di una collezione di gesti corretti.
Comprende la capacità di percepire possibilità d’azione, adattarsi ai vincoli, coordinarsi con gli altri e trasformare il comportamento quando la situazione cambia.
È qui che la prospettiva fenomenologico-enattiva incontra il valore dell’esperienza.
Il bambino non impara soltanto perché riceve una spiegazione. Impara anche perché agisce, incontra conseguenze, esplora alternative, modifica le proprie aspettative e costruisce nuove forme di coordinazione con l’ambiente.
Non è un processo magico.
Non ogni esperienza insegna qualcosa di utile. Non ogni vincolo produce il comportamento desiderato. Non ogni partita genera automaticamente apprendimento.
Servono intenzionalità didattica, osservazione, riprogettazione e verifica.
Ma serve anche riconoscere che il gioco possiede una complessità che nessuna spiegazione può sostituire completamente.
L’apprendimento non è soltanto qualcosa che prepariamo prima della partita.
È anche qualcosa che accade nella relazione tra il giocatore e il mondo che sta imparando ad abitare.
9. L’aoristo non è una ricetta. È un modo di guardare.
Torniamo alla cucina.
Mia figlia aveva davanti un verbo greco. Un ragazzo aveva scritto «ha fatto». Lei sapeva che quella traduzione poteva essere accettabile in italiano, ma che il significato dell’aoristo non si esauriva nella scelta di un tempo verbale italiano.
Per tradurre bene, bisognava comprendere che cosa quella forma grammaticale facesse vedere dell’evento.
Mi è sembrato un buon modo per riflettere anche sul calcio.
Quando osserviamo un bambino che controlla male, vediamo un gesto imperfetto. Ma se ci fermiamo lì, rischiamo di perdere il fenomeno che lo ha generato.
Che cosa aveva percepito?
Quale possibilità aveva riconosciuto?
Come si muoveva l’avversario?
Quale informazione gli mancava, o quale informazione non era riuscito a utilizzare?
Che cosa ha reso quella soluzione possibile, impossibile o semplicemente difficile?
La domanda pedagogica cambia quando smettiamo di osservare il gesto come un oggetto isolato e cominciamo a considerarlo un evento incarnato, situato, relazionale.
L’aoristo ci offre allora un’immagine per pensare questo evento nella sua interezza.
Non ci dice che il gioco sia fuori dal tempo cronologico. Non cancella il passato, l’esperienza accumulata o il futuro verso cui si orienta l’azione.
Ci invita, piuttosto, a non ridurre ciò che accade alla somma delle fasi che immaginiamo lo precedano.
Perché nel momento in cui il bambino riceve la palla, il suo passato è già presente nelle sue abitudini corporee, nelle esperienze vissute e nelle possibilità che riesce a riconoscere. Il futuro è già presente nelle intenzioni, nelle anticipazioni e nelle direzioni verso cui si orienta.
Eppure, nessuna di queste dimensioni determina completamente ciò che accadrà.
Il gioco conserva una sua apertura.
Un avversario cambia direzione. Un compagno si smarca. La palla rimbalza diversamente. Una possibilità scompare e un’altra emerge.
Il giocatore deve agire in questo mondo che si trasforma, non in quello che aveva immaginato qualche secondo prima.
È lì che l’apprendimento incontra la vita concreta del gioco.
10. Il tempo del gioco
Forse, allora, la giocologia fenomenologico-enattiva non allena semplicemente gesti nel tempo.
Allena la capacità di abitare il tempo del gioco attraverso il gesto.
Non insegna soltanto a controllare una palla.
Cerca di creare le condizioni perché il bambino impari a riconoscere quando, dove e come quel controllo possa aprire una possibilità.
Non insegna soltanto a passare.
Cerca di rendere il passaggio una risposta significativa a una relazione che il giocatore ha imparato a percepire.
Non insegna soltanto a guardare prima di ricevere.
Cerca di costruire situazioni nelle quali guardare diventi utile, necessario, possibile e progressivamente più funzionale.
E quando, in mezzo a tre compagni e un avversario, in un quadrato di quindici metri, un bambino si orienta con l’esterno verso la sponda libera, non possiamo sapere con certezza quanto di quell’azione fosse già disponibile nelle sue competenze e quanto sia emerso dalle condizioni presenti.
Possiamo però osservare il modo in cui percezione, corpo, intenzione e ambiente si sono organizzati in quell’istante.
Possiamo chiederci quali esperienze abbiano contribuito a renderlo possibile.
E possiamo progettare nuove situazioni nelle quali quella possibilità venga esplorata, trasformata e verificata.
In quel lampo non c’è soltanto un gesto tecnico.
C’è una storia che incontra una situazione.
C’è un corpo che percepisce mentre agisce.
C’è un ambiente che offre possibilità e impone vincoli.
C’è un senso che prende forma.
C’è un evento.
C’è, se vogliamo usare la metafora dalla quale siamo partiti, un aoristo del gioco.
E allora torno a quelle file davanti ai coni.
Non sono necessariamente inutili. Possono avere una funzione, se rispondono a un bisogno preciso e se il loro impiego è coerente con il percorso di apprendimento.
Ma nessuna fila di coni, per quanto ben disegnata, può da sola restituire tutta la complessità di un gioco che vive di avversari, compagni, intenzioni, incertezze e possibilità che cambiano continuamente.
Il problema non è il cono.
È pensare che il calcio possa essere appreso soltanto attraverso ciò che rimane quando il gioco è stato tolto.
Perché il gioco non è il luogo nel quale applichiamo ciò che abbiamo imparato altrove.
È anche il luogo nel quale scopriamo ciò che siamo ancora capaci di imparare.
E forse è proprio questo che mia figlia, senza saperlo, stava cercando di spiegare a quel ragazzo davanti al suo compito di greco.
Una forma grammaticale non è soltanto un’etichetta da sostituire con un’altra.
È un modo di guardare un evento.
Così come un gesto calcistico non è soltanto una tecnica da eseguire.
È un modo di entrare in relazione con il mondo.
Il gioco non aspetta che il bambino abbia imparato tutto per cominciare ad accadere. È mentre accade che il bambino può imparare a giocare.
E l’aoristo, in questa storia, non è una teoria del calcio.
È la domanda che ci costringe a guardarlo di nuovo.
Non soltanto come qualcosa da preparare.
Ma come qualcosa che, ogni volta, deve ancora accadere.
Il mio giudizio sulla versione arricchita
Ci sono tre elementi che, secondo me, rendono il testo più forte.
. L’aoristo diventa una chiave interpretativa, non una dimostrazione grammaticale. Questo è importante per evitare un’obiezione filologica facilmente prevedibile. Il valore dell’analogia sta nel modo in cui ci invita a osservare l’evento, non nell’affermare che l’aoristo greco equivalga al qui e ora del gioco.
La progressione dell’Unità di Apprendimento assume una logica pedagogica più leggibile. La partita iniziale permette di individuare problemi autentici; il 4 contro 4 con sponde modifica le condizioni d’interazione; il lavoro nei quadrati concentra l’attenzione su aspetti specifici mantenendo avversari e riferimenti; la partita finale consente di verificare che cosa emerga nuovamente nel gioco globale.
L’allenatore non viene contrapposto artificialmente alla spontaneità del bambino. Il suo ruolo diventa quello di progettare condizioni, osservare le risposte e riprogettare l’esperienza. È una posizione più difendibile sul piano pedagogico e più coerente con una prospettiva ecologica ed enattiva.


Commenti
Posta un commento