NON GIOCATORI ESECUTORI, MA GIOCATORI IMMERSI NEL GIOCO E TRASFORMATI DAL GIOCO
Il gioco non è obbedienza.
Non è la capacità del giocatore di eseguire una successione di prescrizioni, ordini e soluzioni ricevute dalla panchina.
Una partita non è un copione già scritto.
È un ambiente in continuo cambiamento, nel quale situazioni, spazi, avversari, compagni, tempi e possibilità si modificano continuamente.
Per questo non abbiamo bisogno di giocatori che aspettino di sapere cosa fare.
Abbiamo bisogno di giocatori capaci di interpretare cosa sta succedendo.
Giocatori capaci di osservare, riconoscere, scegliere, decidere e adattarsi.
Il ruolo dell'allenatore, allora, non è quello di sostituirsi al giocatore nelle decisioni.
È quello di creare le condizioni affinché il giocatore impari a prendere decisioni sempre migliori.
Allenare non significa dire loro cosa devono fare.
Significa metterli nelle condizioni di capire perché, quando e a cosa serve farlo.
Il vero apprendimento avviene quando il giocatore non ripete semplicemente una soluzione, ma comprende il problema che quella soluzione cerca di risolvere.
Perché se cambia la situazione, deve poter cambiare anche la risposta.
Un giocatore che esegue bene un'istruzione è utile.
Un giocatore che sa vivere il gioco e trovare una soluzione quando l'istruzione non è più sufficiente è un giocatore realmente formato.
IL GIOCATORE DEVE ESSERE DENTRO IL GIOCO
Essere immersi nel gioco significa non essere spettatori delle situazioni che accadono.
Significa percepirle, interpretarle e lasciarsi interrogare da esse.
Il giocatore deve imparare a chiedersi:
Cosa sta succedendo?
Perché sta succedendo?
Cosa posso fare?
Qual è la soluzione più efficace in questo momento?
Cosa cambia se scelgo un'altra soluzione?
In questo processo il giocatore non è semplicemente colui che riceve informazioni.
È colui che costruisce significati.
E proprio perché il gioco è imprevedibile, l'obiettivo dell'allenamento non può essere eliminare l'incertezza.
Dobbiamo, piuttosto, educare il giocatore a vivere dentro l'incertezza.
A non avere paura di ciò che non è previsto.
A non bloccarsi quando qualcosa va diversamente da come era stato immaginato.
A riconoscere il cambiamento e ad adattarsi.
L'ALLENATORE NON DEVE OCCUPARE LO SPAZIO DECISIONALE DEL GIOCATORE
Più l'allenatore decide al posto del giocatore, meno il giocatore impara a decidere.
Questo non significa lasciare il giocatore solo.
Significa accompagnarlo.
Significa costruire contesti nei quali possa sperimentare, sbagliare, correggere, confrontare soluzioni e sviluppare una propria autonomia.
L'allenatore deve essere capace di porre problemi, non soltanto di fornire risposte.
Deve creare domande attraverso l'allenamento.
Deve costruire situazioni che sollecitino il giocatore a percepire prima di agire, pensare mentre agisce e apprendere da ciò che è accaduto.
L'errore, in questa prospettiva, non è semplicemente qualcosa da eliminare.
È un'informazione.
È una possibilità di comprendere meglio.
È parte del processo attraverso il quale il giocatore costruisce competenza.
DALLA TECNICA ALL'INTELLIGENZA DEL GIOCO
La tecnica non dovrebbe essere separata dal significato che assume nel gioco.
Un passaggio non è soltanto un gesto tecnico.
È una scelta.
Un controllo non è soltanto un'esecuzione.
È la preparazione di ciò che potrebbe accadere dopo.
Un movimento non è semplicemente uno spostamento.
È una risposta a ciò che il giocatore vede, percepisce e anticipa.
Per questo dobbiamo educare giocatori che sappiano mettere la propria tecnica al servizio della situazione.
Non giocatori che sappiano fare le cose.
Ma giocatori che sappiano scegliere quale cosa fare, in quale momento e per quale motivo.
IL GIOCO COME AMBIENTE DI TRASFORMAZIONE
Il gioco non deve soltanto essere utilizzato per insegnare qualcosa al giocatore.
Deve essere capace di trasformarlo.
Trasformare il modo in cui osserva.
Il modo in cui pensa.
Il modo in cui percepisce il compagno e l'avversario.
Il modo in cui affronta l'errore.
Il modo in cui prende responsabilità.
Il modo in cui affronta l'imprevisto.
L'obiettivo finale non è avere giocatori che conoscano più esercizi.
È avere giocatori che, grazie alle esperienze vissute, vedano più cose, comprendano più situazioni e siano capaci di scegliere meglio.
Il gioco deve lasciare qualcosa al giocatore.
Deve renderlo diverso da come era prima.
Più autonomo.
Più consapevole.
Più curioso.
Più coraggioso.
Più capace di adattarsi.
ALLENARE È CREARE POSSIBILITÀ
Allenare significa quindi creare ambienti di apprendimento nei quali il giocatore possa sviluppare la propria capacità di stare nel gioco.
Non riempire la testa di risposte.
Ma costruire strumenti per trovare risposte.
Non controllare ogni scelta.
Ma educare alla scelta.
Non eliminare ogni errore.
Ma insegnare a leggerlo.
Non chiedere soltanto di eseguire.
Ma chiedere di comprendere.
Perché alla fine della formazione non vogliamo giocatori che durante la partita si chiedano:
"Cosa vuole che faccia l'allenatore?"
Vogliamo giocatori che sappiano chiedersi:
"Cosa sta succedendo?
Cosa posso determinare?
Quali possibilità ho?
Qual è la scelta migliore in questo momento?"
Questo significa formare giocatori.
Non esecutori di un'idea altrui.
Ma persone capaci di vivere il gioco, interpretarlo e trasformarlo con le proprie decisioni.
E questa è la funzione della Giocazione:
non preparare il giocatore a ripetere ciò che abbiamo previsto,
ma prepararlo a essere competente quando accadrà ciò che non avevamo previsto.
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