NON SPAVENTIAMOCI SE I BAMBINI SI AMMASSANO INTORNO ALLA PALLA: È DA LÌ CHE INIZIA IL LORO VIAGGIO

 

L’articolo di ieri ha suscitato molto interesse e, soprattutto, mi ha fatto arrivare tanti messaggi da parte di allenatori, dirigenti e genitori.


Quasi tutti mi hanno raccontato la stessa cosa:


“Raffaele, quando giocano sono tutti intorno alla palla!”


Ed è proprio da qui che vorrei partire.


Perché non dobbiamo spaventarci.


Anzi, dobbiamo imparare a guardare quella scena con occhi diversi.


Quando vediamo cinque, sei, sette bambini che corrono tutti dietro alla palla, la prima tentazione dell’adulto è pensare che ci sia qualcosa che non funziona. Pensiamo che siano disordinati, che non sappiano stare in campo, che non abbiano capito dove posizionarsi.


E allora iniziano le indicazioni:

“Apriti!”

“Vai largo!”

“Passa!”

“Non stare tutti sulla palla!”

“Guarda il compagno!”


Ma siamo sicuri che il bambino sia già pronto per fare tutto questo?


Io credo che, prima di correggere, dobbiamo imparare ad osservare.


Perché quel bambino che corre verso la palla non sta necessariamente sbagliando.


Sta giocando secondo le possibilità che ha in quel momento.


La palla è ciò che vede, ciò che comprende, ciò che lo attrae. È il centro della sua esperienza. Il compagno, lo spazio, l'avversario, la porta, le relazioni che si creano intorno a lui devono ancora entrare progressivamente nel suo modo di leggere il gioco.


E allora quel famoso “ammassarsi” intorno alla palla può essere semplicemente una fase naturale del processo di sviluppo.


Non è qualcosa da eliminare con la bacchetta magica.


È qualcosa da accompagnare.


IL BAMBINO NON DEVE ARRIVARE SUBITO DOVE SIAMO NOI


Questo, secondo me, è uno degli errori più frequenti dell'adulto.


Noi adulti conosciamo già il gioco, almeno dovrebbe essere così. 


Sappiamo che bisogna occupare lo spazio, guardare prima di ricevere, riconoscere il compagno libero, percepire l'avversario, scegliere quando passare, quando condurre, quando smarcarsi.


Ma il bambino queste cose non le possiede tutte già dentro di sé.


Le deve scoprire.


E soprattutto deve scoprirle giocando.


Per questo il compito del Giocologo non è quello di prendere il bambino che si trova nella fase “anarchica” e trasformarlo immediatamente in un bambino che gioca in maniera “strutturata”.


Il nostro compito è accompagnarlo nel passaggio successivo.


Prima deve imparare a vedere qualcosa in più.


Poi a percepire qualcosa in più.


Poi a comprendere una relazione.


Poi a scegliere.


Poi a collaborare.


E piano piano quello che prima era un gruppo di bambini tutti intorno alla palla diventa un gioco nel quale cominciano ad apparire spazi, distanze, compagni, avversari, intenzioni e relazioni.


È un processo.


E i processi hanno bisogno di tempo.


LA ZONA DI SVILUPPO PROSSIMALE: È QUI CHE DEVE ENTRARE IL GIOCOLOGO


Ed è proprio qui che, a mio avviso, diventa fondamentale il concetto di Zona di Sviluppo Prossimale.


Io la immagino come una piccola finestra che si apre davanti al bambino.


Da una parte c'è quello che sa già fare da solo.


Dall'altra c'è ciò che ancora non riesce a fare.


In mezzo c'è ciò che può imparare a fare con un piccolo aiuto.


Ecco.


È lì che dobbiamo stare.


Non troppo indietro, perché altrimenti il bambino non viene stimolato.


Non troppo avanti, perché rischiamo di chiedergli qualcosa che ancora non può comprendere.


Dobbiamo stare un passo avanti a lui, non dieci.


E questa, secondo me, è una delle qualità più importanti di un buon Giocologo.


Saper capire:


> “Dove si trova oggi questo bambino e qual è il prossimo passo che può compiere?”

Non il passo che vorrei io.


Non quello che mi piacerebbe vedere.


Quello che può realmente compiere lui.


E COME SI FA, CONCRETAMENTE?


Si parte dall'osservazione.


Se vedo tutti i bambini intorno alla palla, non intervengo immediatamente dicendo:


> “Sparpagliatevi!”


Mi fermo e guardo.


Perché sono tutti lì?


Che cosa stanno cercando?


Che cosa riescono a percepire?


Che cosa ancora non vedono?


E poi provo a creare una situazione che permetta loro di scoprire qualcosa di nuovo.


Posso modificare lo spazio.


Posso cambiare il numero dei giocatori.


Posso inserire una seconda porta.


Posso creare una zona-obiettivo.


Posso introdurre un compagno che diventa improvvisamente importante.


Posso modificare una regola.


Posso semplicemente proporre una giocazione diversa.


Non sto dicendo al bambino:


“Devi stare lì.”


Sto costruendo un ambiente nel quale, ad un certo punto, il bambino può scoprire:


> “Se mi sposto da qui, posso ricevere.”


Oppure:


> “Se guardo dall'altra parte, c'è un compagno libero.”


Oppure:


> “Se non corro subito sulla palla, posso trovare uno spazio.”


Quella scoperta vale molto di più di un comando.


Perché non l'ha semplicemente eseguita: l'ha capita attraverso il gioco.


A VOLTE BASTA UNA DOMANDA


Anche le nostre parole devono cambiare.


Invece di dire continuamente:


“Passa!”


“Vai!”


“Apriti!”


“Stai largo!”


possiamo provare a chiedere:


“Cosa hai visto?”


“Dove potevi andare?”


“C'era qualcuno libero?”


“Prima di ricevere, cosa potevi guardare?”


Sono domande semplici, ma cambiano completamente il rapporto con il bambino.


Perché non gli stiamo dando la soluzione.


Gli stiamo chiedendo di cercarla.


E quando il bambino comincia a cercare, comincia anche a costruire la propria autonomia.


POI ARRIVA IL MOMENTO PIÙ DIFFICILE: TOGLIERSI


C'è un'altra cosa che noi adulti dobbiamo imparare.


A volte dobbiamo fare un passo indietro.


Perché se continuiamo ad aiutare il bambino anche quando non ne ha più bisogno, quell'aiuto diventa una dipendenza.


Il nostro intervento dovrebbe essere come un'impalcatura.


Serve mentre si costruisce.


Poi, quando il bambino è diventato capace di stare in piedi da solo, l'impalcatura va tolta.


Questo significa:


osservo → intervengo → aiuto → lascio provare → mi allontano.


E torno ad osservare.


Perché la vera crescita avviene quando il bambino riesce a fare da solo qualcosa che prima riusciva a fare soltanto con il nostro aiuto.


QUELLA PALLA, ALLORA, NON È IL PROBLEMA


Ecco perché vorrei tranquillizzare tutti quegli allenatori che ieri mi hanno scritto raccontandomi dei bambini “tutti sulla palla”.


Non spaventiamoci.


Quella immagine non deve diventare immediatamente una fotografia negativa.


Può essere, semplicemente, la fotografia di un momento del loro percorso.


Dal gioco anarchico nascerà progressivamente una maggiore capacità di decentrarsi.


Dalla palla inizieranno a vedere lo spazio.


Dallo spazio inizieranno a vedere il compagno.


Dal compagno inizieranno a comprendere la relazione.


Dalla relazione nascerà una maggiore organizzazione.


E dall'organizzazione arriveranno, piano piano, la cooperazione, la flessibilità, la scelta e una sempre maggiore autonomia.


Non dobbiamo bruciare queste tappe.


Dobbiamo accompagnarle.


Ed è proprio questa, per me, la differenza tra un adulto che insegna al bambino come deve giocare e un Giocologo che aiuta il bambino a scoprire come può giocare.


Il primo cerca una risposta.


Il secondo crea le condizioni perché il bambino possa trovarla.


E forse è proprio qui che si trova il senso più profondo del nostro lavoro:


> non togliere al bambino il problema da risolvere, ma metterlo nelle condizioni di poterlo risolvere.


Perché quando il bambino trova da solo una soluzione che prima non riusciva a trovare, non ha imparato soltanto un gesto calcistico.

IL VALORE DELLA GIOCAZIONE BIDIREZIONALE E MULTIDIREZIONALE


E allora, se non dobbiamo spaventaci quando i bambini si ammassano intorno alla palla, dobbiamo anche chiederci quale ambiente di gioco possa accompagnarli, progressivamente, oltre quella prima forma di esperienza.


Ed è qui che, per me, assume un valore particolare la Giocazione bidirezionale e multidirezionale.


Non perché la giocazione monodirezionale sia da rifiutare.


Al contrario.


Può rappresentare una possibilità, un passaggio, una configurazione utile in determinati momenti dell'apprendimento.


Ma il bambino, per costruire progressivamente la propria capacità di riconoscere, scegliere e adattarsi, ha bisogno di incontrare un gioco nel quale le possibilità non siano già tutte determinate.


IL GIOCO NON VA VERSO UNA SOLA DIREZIONE


Quando il gioco è bidirezionale, qualcosa cambia profondamente.


La squadra non deve soltanto andare verso una porta.


Deve anche preoccuparsi di ciò che può accadere quando perde la palla.


Deve attaccare e difendere.


Deve avanzare e arretrare.


Deve sostenere il compagno e, nello stesso tempo, essere pronta a reagire alla sua perdita.


Una stessa azione può diventare, in un istante, qualcos'altro.


Il passaggio che per me è un'opportunità può diventare per l'avversario una possibilità di intercettazione.


La mia conduzione può creare spazio per un compagno, ma può anche attirare un avversario.


La conquista della palla non è soltanto una conquista.


È contemporaneamente una perturbazione per l'altro.


E la perdita della palla non è semplicemente la fine di un'azione.


È l'inizio di una nuova configurazione.


Questo è il valore della bidirezionalità:


il bambino non vive più il gioco come una successione di azioni separate, ma dentro una relazione continuamente trasformativa.


POI IL GIOCO PUÒ DIVENTARE MULTIDIREZIONALE


La multidirezionalità compie un ulteriore passo.


Non significa semplicemente aggiungere più porte, più palloni o più direzioni.


Significa creare un ambiente nel quale il bambino debba continuamente riconoscere dove si trova la possibilità di azione.


La direzione non è più stabilita una volta per tutte.


Può emergere.


Può cambiare.


Può essere scelta.


Può essere modificata dall'azione di un compagno, dalla posizione di un avversario, dallo spazio disponibile, dal tempo che abbiamo a disposizione.


Il bambino può attaccare da una parte e, un istante dopo, riconoscere una possibilità dall'altra.


Può cambiare direzione.


Può cambiare intenzione.


Può cambiare relazione.


E soprattutto può scoprire che non esiste una sola soluzione valida prima che la situazione accada.


Esistono possibilità che emergono nella relazione tra lui, i compagni, gli avversari, la palla, lo spazio, il tempo e le regole.


NON È UNA QUESTIONE DI “OBBLIGARE” ALLA BIDIREZIONALITÀ


Anche qui dobbiamo stare attenti.


Se trasformiamo la bidirezionalità o la multidirezionalità in una nuova prescrizione, rischiamo di perdere il significato della Giocologia.


Non dobbiamo dire:


> “Da oggi si gioca sempre in modo bidirezionale.”




E nemmeno:


> “Il bambino deve attaccare e difendere contemporaneamente.”




Dobbiamo piuttosto chiederci:


quale configurazione di gioco può permettere oggi a quel bambino di fare un passo in avanti?


A volte sarà utile una giocazione più semplice.


A volte una situazione bidirezionale.


A volte una proposta multidirezionale.


A volte sarà necessario facilitare.


A volte sarà necessario togliere la facilitazione.


E, soprattutto, sarà necessario osservare.


Perché la configurazione del gioco non è il fine.


È l'ambiente attraverso il quale il bambino può fare esperienza.


DALLA PALLA ALLE RELAZIONI


Ricordiamoci da dove siamo partiti.


Il bambino che corre verso la palla.


All'inizio vede soprattutto quella.


Poi, attraverso il gioco, comincia a vedere qualcosa in più.


Vede uno spazio.


Poi un compagno.


Poi un avversario.


Poi comprende che il compagno può avere bisogno del suo movimento.


Poi scopre che il suo movimento può modificare quello dell'avversario.


Poi comprende che una scelta può aprire una possibilità per qualcun altro.


È qui che la Giocazione bidirezionale e multidirezionale assume un valore straordinario.


Perché amplia progressivamente il campo delle possibilità di azione.


Il bambino non viene semplicemente invitato a fare più cose.


Viene immerso in un ambiente nel quale deve riconoscere più possibilità.


E questa è una differenza enorme.


IL GIOCO COMINCIA A DIVENTARE UNA RELAZIONE


Quando il bambino comprende che la propria azione modifica quella degli altri e che, contemporaneamente, l'azione degli altri modifica la propria, qualcosa cambia.


Non è più soltanto:


io → palla → porta.


Diventa:


io ↔ compagni ↔ avversari ↔ spazio ↔ palla ↔ porta.


E quella relazione non è mai definitivamente stabilita.


È continuamente in trasformazione.


Questa, per me, è la vera ricchezza della giocazione.


Il bambino non deve imparare uno schema di comportamento da ripetere.


Deve progressivamente diventare capace di stare dentro l'incertezza del gioco, riconoscere ciò che accade e costruire una risposta coerente con quella situazione.


E TORNIAMO ALL'AMPIEZZA


A questo punto possiamo tornare anche all'esempio dell'ampiezza da cui siamo partiti.


Non voglio un bambino che sappia semplicemente:


> “Quando abbiamo la palla devo stare largo.”




Voglio un bambino che, dentro il gioco, possa arrivare a riconoscere:


> “Se mi allargo, posso creare una possibilità per il mio compagno.”




E magari, un'altra volta:


> “Se tutti sono da questa parte, posso trovare spazio dall'altra.”




E ancora:


> “Se l'avversario viene verso di me, posso giocare con un compagno.”




Non gli abbiamo insegnato una posizione.


Gli abbiamo permesso di costruire una relazione significativa tra spazio, compagni, avversari e intenzione.


Ed è proprio qui che la bidirezionalità e la multidirezionalità diventano preziose.


IL VALORE NON È NELLA FORMA. È NELL'ESPERIENZA CHE LA FORMA RENDE POSSIBILE.


Questo è un punto sul quale insisto molto.


Non dobbiamo innamorarci delle nostre proposte.


Nemmeno di quelle che chiamiamo bidirezionali o multidirezionali.


Perché anche una giocazione multidirezionale può diventare una gabbia se è costruita in modo eccessivamente prescrittivo.


La domanda non dovrebbe essere:


“È bidirezionale?”


oppure:


“È multidirezionale?”


La domanda dovrebbe essere:


“Che cosa permette al bambino di percepire, riconoscere, scegliere e trasformare?”


Questa è la domanda del Giocologo.


DAL CONTROLLO ALLA POSSIBILITÀ


E allora ritorna il filo conduttore di tutto questo ragionamento.


Non vogliamo togliere il problema al bambino.


Non vogliamo anticipargli continuamente la soluzione.


Non vogliamo trasformare il gioco in una sequenza di istruzioni.


Vogliamo costruire ambienti nei quali il problema sia accessibile, ma continui ad essere autenticamente suo.


La facilitazione serve a questo.


La bidirezionalità serve a questo.


La multidirezionalità serve a questo.


Le domande servono a questo.


E anche il nostro progressivo allontanarci serve a questo.


Perché il traguardo non è che il bambino faccia quello che abbiamo pensato noi.


Il traguardo è che diventi sempre più capace di pensare, percepire e agire nel gioco.


IL VIAGGIO È QUESTO


Forse, allora, possiamo rileggere tutto il percorso.


Prima il bambino è vicino alla palla.


Poi comincia a percepire lo spazio.


Poi riconosce il compagno.


Poi l'avversario.


Poi la relazione.


Poi comprende che la propria azione può modificare quella degli altri.


Poi scopre che il gioco può cambiare direzione.


E, progressivamente, diventa capace di scegliere dentro questa complessità.


Non abbiamo cancellato il suo punto di partenza.


Lo abbiamo trasformato in un punto di partenza per andare oltre.


Ed è per questo che non dobbiamo avere paura del bambino che si ammassa intorno alla palla.


Dobbiamo avere paura, semmai, di un adulto che non sa cosa fare di quella situazione e decide di risolverla immediatamente con un comando.


Perché quella confusione apparente può contenere già l'inizio di un processo straordinario.


Il nostro compito non è mettere ordine al posto loro.


È creare le condizioni perché un'organizzazione possa emergere da loro.


E forse è proprio qui che si comprende il valore più profondo della Giocazione:


non portare il bambino dal caos all'ordine che abbiamo già deciso noi, ma accompagnarlo dal suo modo attuale di giocare verso possibilità sempre più ricche di percezione, relazione, scelta e autonomia.


La giocazione bidirezionale e multidirezionale non è, quindi, un esercizio da aggiungere al nostro repertorio.


È una possibilità per allargare il mondo del bambino dentro il gioco.


E quando quel mondo si allarga, non si allarga soltanto il campo.


Si allarga il suo modo di vedere.


Si allarga il suo modo di percepire.


Si allarga il suo modo di relazionarsi.


Si allarga il suo modo di scegliere.


Si allarga, finalmente, la sua possibilità di giocare.


Ed è forse questa la vera ampiezza che dobbiamo cercare.


Non soltanto quella del campo.

Ma quella delle possibilità del giocatore.


Il Giocologo non deve avere fretta di arrivare.

Deve avere cura del viaggio.


Nel gioco, dal gioco, dopo il gioco.

Ha fatto qualcosa di molto più importante:


ha fatto un passo in avanti nel proprio modo di pensare, percepire, scegliere e stare con gli altri.


E noi, in quel momento, dobbiamo avere la sensibilità di riconoscerlo.


Il Giocologo non deve avere fretta di arrivare.

Deve avere cura del viaggio.

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