OLTRE LE FASI DI GIOCO LA COOPETIZIONE E LO SGUARDO DELLA GIOCOLOGIA SUI GIOCHI DI INVASIONE
Dalla Configurazione di gioco coopetitiva alla Giocazione: una prospettiva per comprendere la complessità del gioco
Premessa
Il termine *coopetizione* non rappresenta una novità sul
piano lessicale. Nato nell’ambito socioeconomico e diffusosi soprattutto negli
anni Novanta grazie ai contributi di Adam M. Brandenburger e Barry J. Nalebuff,
il concetto descrive una dinamica nella quale cooperazione e competizione
possono convivere, consentendo anche a soggetti concorrenti di collaborare per
generare vantaggi reciproci. La sua origine appartiene dunque al mondo
dell’economia e delle strategie d’impresa, dove la relazione tra attori distinti
può alternare rivalità e convergenza di interessi.
Quando, tuttavia, il concetto viene assunto all’interno
della Giocologia applicata al calcio, nell’elaborazione di Raffaele Di
Pasquale, il suo significato si sposta su un piano differente. Non si tratta
più soltanto di descrivere una collaborazione strategica tra soggetti in
competizione, ma di interpretare una proprietà costitutiva del gioco: la
relazione inscindibile tra cooperazione e opposizione.
È proprio questa distinzione a rappresentare il punto di
partenza. Nell’accezione economica, la coopetizione nasce dall’incontro tra
cooperazione e competizione; nella prospettiva giocologica, invece, il concetto
viene ricondotto alla relazione dinamica tra cooperazione e opposizione. La
rivalità tra soggetti lascia spazio alla realtà concreta dei giochi di
invasione, nei quali la possibilità di realizzare un’azione dipende
continuamente dalla presenza di un avversario che la contrasta, la condiziona
e, nello stesso tempo, contribuisce a definirla.
Nel calcio, infatti, il compagno non rappresenta una
possibilità indipendente dall’avversario, così come l’opponente non costituisce
un ostacolo esterno a un’azione già concepita. La possibilità di passare,
avanzare, smarcarsi o concludere emerge dalla relazione tra i giocatori, dalle
loro intenzioni motorie e dalle condizioni che si modificano istante dopo
istante. Cooperazione e opposizione non sono due fenomeni semplicemente
affiancati: sono dimensioni reciprocamente dipendenti di un unico evento.
La coopetizione assume così una rilevanza ontologica, perché
riguarda la natura stessa del gioco, ed epistemologica, perché invita a
ripensare il modo in cui il gioco viene conosciuto, interpretato e insegnato.
Il calciatore non agisce prima in un contesto di collaborazione per poi
adattarsi all’opposizione avversaria. Percepisce e agisce in una situazione
nella quale entrambe le dimensioni sono contemporaneamente presenti. La
soluzione non precede la relazione, ma emerge attraverso di essa.
Da questa prospettiva prende forma la tesi centrale di
questo contributo: **per comprendere il gioco non è sufficiente suddividerlo in
fasi; occorre riconoscerne la natura continua, relazionale e coopetitiva.**
È su questo presupposto che la Giocologia propone due
concetti strettamente connessi: la Configurazione di gioco coopetitiva e la
Giocazione. Il primo consente di interpretare la struttura relazionale
dell’evento calcistico; il secondo invita a ripensare il modo in cui il
calciatore apprende, conosce e costruisce il gioco attraverso la propria
esperienza.
Oltre le fasi di gioco: la Configurazione di gioco
coopetitiva
La teoria e la didattica calcistica tradizionali ricorrono
frequentemente alla distinzione tra fase di possesso, fase di non possesso,
transizione positiva e transizione negativa. Questa classificazione può
risultare utile per descrivere determinati comportamenti, organizzare
l’osservazione e orientare il lavoro dell’allenatore. Il problema emerge quando
tali categorie, da strumenti interpretativi, diventano il modello attraverso
cui si presume di restituire integralmente la realtà del gioco.
La suddivisione in fasi risponde a un’esigenza analitica:
separare fenomeni complessi per renderli più facilmente osservabili e
comprensibili. Tuttavia, ciò che può essere distinto sul piano descrittivo non
è necessariamente separato nell’esperienza concreta del calciatore.
Nel momento in cui una squadra ha la disponibilità della
palla, l’altra non è semplicemente in attesa di recuperarla. I suoi giocatori
stanno già orientando le possibilità dell’azione offensiva attraverso le
pressioni, le coperture, le chiusure delle linee di passaggio e il controllo
degli spazi. Parallelamente, i giocatori in disponibilità non stanno soltanto
cooperando tra loro: attraverso i movimenti, le posture e le scelte, cercano di
modificare l’organizzazione degli avversari, sottraendosi ai loro vincoli e
generandone di nuovi.
La cooperazione offensiva è quindi inseparabile
dall’opposizione difensiva. Un passaggio è possibile non soltanto perché esiste
una relazione tra due compagni, ma perché, in quella particolare
configurazione, le condizioni consentono di realizzarla. Lo smarcamento, a sua
volta, acquista significato in rapporto al comportamento del difensore e alle
possibilità che il movimento può aprire per gli altri giocatori.
La Configurazione di gioco coopetitiva permette di
interpretare queste interdipendenze come componenti di una medesima realtà. Il
gioco non viene inteso come una successione di compartimenti stagni, ma come un
sistema dinamico nel quale ogni azione modifica le condizioni delle altre e
ogni possibilità emerge in relazione a determinati vincoli.
In questa prospettiva, anche il concetto di transizione
merita una rilettura. Il cambiamento della disponibilità è un evento riconoscibile e può essere
didatticamente rilevante, ma non introduce una relazione nuova tra cooperazione
e opposizione. Ne modifica immediatamente gli equilibri, le possibilità e i
vincoli. La trasformazione del gioco non comincia dopo la conclusione di una
fase: è una proprietà permanente dell’evento calcistico.
Andare oltre le fasi di gioco non significa, dunque, negare
la loro utilità descrittiva, ma riconoscere che nessuna fase, considerata
isolatamente, esaurisce la complessità della situazione.
La distinzione
analitica non deve essere confusa con una separazione reale dei processi che
costituiscono il gioco.
Per l’allenatore, questa interpretazione comporta una
conseguenza importante. Se il gioco è una configurazione relazionale continua,
la progettazione didattica non può limitarsi a isolare gesti e comportamenti,
trascurando le condizioni nelle quali acquistano significato. Occorre
predisporre situazioni che consentano al calciatore di confrontarsi con la
presenza simultanea dei compagni, degli avversari, dello spazio, del tempo e
degli obiettivi del gioco.
La domanda didattica, pertanto, non riguarda soltanto quale
gesto tecnico insegnare o quale comportamento tattico richiedere, ma quale
configurazione di relazioni predisporre affinché il giocatore possa percepire,
scegliere e agire in modo pertinente.
La Giocazione: dal gesto eseguito al gioco vissuto
Se la Configurazione di gioco coopetitiva riguarda il modo
di interpretare la realtà del calcio, la Giocazione investe direttamente il
modo di concepire l’apprendimento e l’esperienza del calciatore.
Il termine *allenamento* richiama comunemente un insieme di
attività finalizzate al miglioramento della prestazione attraverso
esercitazioni, ripetizioni e progressioni didattiche. Questi strumenti possono
avere una funzione utile, ma diventano problematici quando si fondano sull’idea
che imparare significhi soprattutto riprodurre correttamente un gesto o
eseguire una soluzione stabilita in anticipo dall’allenatore.
Nella prospettiva della Giocologia, la Giocazione propone un
diverso punto di osservazione: il calciatore non è semplicemente un esecutore
che applica informazioni ricevute, ma un soggetto che costruisce significati e
possibilità attraverso l’interazione con l’ambiente di gioco.
Questa interpretazione presenta punti di contatto con le
prospettive dell’enazione, secondo le quali la conoscenza non può essere
ridotta alla ricezione passiva di informazioni esterne, ma prende forma nella
relazione tra organismo e ambiente. Applicata al calcio, tale prospettiva
invita a considerare la percezione e l’azione come dimensioni strettamente
connesse.
Il giocatore riconosce una possibilità di passaggio mentre
si orienta corporalmente verso di essa; individua uno spazio utile attraverso
il movimento dei compagni e degli avversari; modifica la propria intenzione
quando le condizioni della situazione cambiano. Il significato dell’azione non
è interamente definito prima che il gioco abbia luogo, ma emerge dall’incontro
tra le intenzioni del giocatore e le condizioni concrete nelle quali si trova
ad agire.
La Giocazione sposta così l’attenzione dall’istruzione alla
predisposizione di ambienti capaci di sollecitare l’esplorazione, l’adattamento
e l’autonomia. Il ruolo dell’allenatore non scompare e non perde importanza:
cambia il modo in cui viene esercitato. Progettare un’attività significa
individuare vincoli, possibilità e relazioni che permettano ai giocatori di
confrontarsi con problemi autentici, senza pretendere che ogni soluzione sia
necessariamente anticipata o prescritta.
Ciò non implica rinunciare agli obiettivi didattici, alle
correzioni o ai momenti di riflessione. Significa, piuttosto, evitare che
l’obiettivo venga confuso con un’unica risposta motoria prestabilita.
L’allenatore può orientare l’esperienza, modificare le condizioni del compito,
osservare le risposte e proporre domande che aiutino il giocatore a riconoscere
le relazioni significative del gioco.
La Giocazione, dunque, non coincide semplicemente con il
giocare durante una seduta di allenamento. Rappresenta un modo di intendere il
processo attraverso il quale il giocatore abita la situazione, apprende dalle
sue conseguenze e contribuisce alla continua costruzione dell’evento
calcistico.
Questa concezione trova nei principi di reciprocità,
reversibilità, ricorsività e riflessività quattro chiavi interpretative
fondamentali.
Reciprocità: ogni azione è una relazione
Il principio di reciprocità afferma che nessuna azione
calcistica può essere compresa pienamente come un fenomeno isolato. Ogni
giocatore agisce in un contesto nel quale il proprio comportamento influenza
quello degli altri e ne viene, a sua volta, influenzato.
Il portatore di palla, per esempio, non sceglie
esclusivamente sulla base delle proprie intenzioni. Le sue possibilità
dipendono dai movimenti dei compagni, dalle distanze tra i giocatori, dagli
spazi disponibili e dalle risposte degli avversari. Un movimento di smarcamento
può aprire una linea di passaggio, ma può anche indurre un difensore a
spostarsi, creando uno spazio differente per un terzo giocatore. Analogamente,
la postura del difensore può orientare il portatore verso una soluzione che
inizialmente non aveva considerato.
L’azione individuale acquista così significato all’interno
di una rete di influenze reciproche. Non si tratta soltanto di adattare il
proprio comportamento a quello altrui, ma di riconoscere che ciascun
comportamento contribuisce a modificare la situazione comune.
Per l’allenatore, il principio di reciprocità suggerisce di
osservare non soltanto ciò che il singolo giocatore fa, ma anche ciò che la sua
azione genera negli altri. Una giocata apparentemente improduttiva può aver
creato una possibilità per un compagno; un movimento senza ricezione può aver
modificato la struttura difensiva avversaria. La qualità dell’azione non può
quindi essere valutata esclusivamente attraverso il suo esito immediato, ma
anche considerando le relazioni che ha attivato.
La reciprocità rende evidente un aspetto fondamentale della
coopetizione: la possibilità e il vincolo non appartengono a due realtà
separate, ma si definiscono reciprocamente nel corso dell’azione.
Reversibilità: il gioco può cambiare significato in ogni
istante
La reversibilità richiama la possibilità che una situazione
modifichi rapidamente direzione, significato e conseguenze. Nel calcio, una
possibilità favorevole può trasformarsi in una condizione di rischio, mentre
una situazione apparentemente sfavorevole può aprire nuove opportunità.
Un passaggio intercettato, un controllo impreciso o una
variazione improvvisa della pressione avversaria possono modificare in un
istante le condizioni dell’azione. Ciò che fino a un momento prima costituiva
una possibilità offensiva può diventare un problema difensivo; ciò che appariva
come un vincolo può trasformarsi in uno spazio da attaccare.
La reversibilità non significa semplicemente che le squadre
si alternano nel possesso. Indica, più profondamente, che il significato delle
relazioni non è definitivo e che ogni situazione rimane esposta alla
trasformazione prodotta dalle azioni dei partecipanti.
Da questa prospettiva, le transizioni non vengono negate
come fenomeni osservabili, ma ricondotte alla continuità di un sistema che
cambia configurazione. Il giocatore non può limitarsi a completare un’azione e
soltanto dopo iniziare a considerare quella successiva: deve agire mantenendo
la disponibilità ad aggiornare la propria interpretazione della situazione.
Sul piano didattico, questo principio invita a proporre
esperienze nelle quali i giocatori possano confrontarsi con cambiamenti reali e
non completamente prevedibili. L’obiettivo non è abituarli a una successione
rigida di risposte, ma favorire la capacità di riconoscere quando le condizioni
del gioco sono cambiate e di riorganizzare di conseguenza il proprio
comportamento.
La reversibilità conferma così che il gioco non è scandito
da passaggi obbligati tra stati separati: ogni istante può ridefinire il
significato di quello precedente e aprire possibilità differenti per quello
successivo.
Ricorsività: ogni
azione modifica le condizioni di quelle successive
La ricorsività descrive un processo nel quale gli effetti
delle azioni ritornano sulla situazione che li ha generati, modificandone le
condizioni. Il gioco, in questa prospettiva, non procede come una sequenza
lineare nella quale ogni evento si esaurisce una volta prodotto il proprio
risultato.
Si pensi a una combinazione tra tre giocatori. La prima
giocata modifica la posizione dei difensori; la loro risposta condiziona la
seconda giocata; quest’ultima genera nuovi spazi e nuove relazioni, che possono
consentire una terza soluzione. Se la stessa combinazione si presenta
nuovamente, il contesto non è più identico: i giocatori hanno posizioni
differenti, gli avversari possono aver modificato i propri comportamenti e le
possibilità disponibili sono cambiate.
La ricorsività permette quindi di comprendere perché
ripetere una situazione di gioco non significhi riprodurre ogni volta lo stesso
evento. Anche quando una struttura relazionale si ripresenta, essa viene
continuamente rielaborata dalle conseguenze delle azioni precedenti.
Questo principio ha implicazioni importanti per la
progettazione didattica. Riproporre una situazione può essere utile non perché
garantisca la ripetizione identica di una risposta, ma perché offre al
giocatore nuove occasioni di confrontarsi con un problema riconoscibile in
condizioni variabili. L’apprendimento si sviluppa attraverso la continuità
dell’esperienza, le differenze tra le situazioni e la possibilità di adattare
le proprie soluzioni.
L’allenatore può favorire la ricorsività predisponendo
contesti nei quali le azioni producano conseguenze significative e queste
conseguenze diventino parte delle informazioni disponibili per le scelte
successive. Il gioco non viene semplicemente ripetuto: viene continuamente
rigenerato.
In questa prospettiva, la ricorsività rappresenta anche un
superamento della concezione della ripetizione come riproduzione meccanica. Non
si tratta di ripetere una risposta ideale, ma di ritornare su problemi di gioco
che, proprio perché inseriti in un sistema dinamico, si presentano ogni volta
in una configurazione differente.
Riflessività:
conoscere attraverso l’azione
Il principio di riflessività riguarda la capacità del
giocatore di modificare il proprio comportamento mentre agisce, riorganizzando
la propria relazione con la situazione. Non si riferisce soltanto alla
riflessione verbale che può avvenire dopo un’esercitazione, ma alla possibilità
di cogliere e rielaborare le informazioni pertinenti nel corso stesso
dell’azione.
Nel calcio, un giocatore può iniziare un movimento per
ricevere il pallone e modificarlo quando riconosce che un avversario sta
chiudendo la linea di passaggio. Può orientare diversamente il corpo, cambiare
direzione o rinunciare alla ricezione per liberare spazio a un compagno. Queste
modifiche non richiedono necessariamente un’interruzione dell’azione né una
deliberazione cosciente articolata in ogni suo passaggio. Sono forme di
adattamento nelle quali percezione, esperienza e movimento si integrano.
La riflessività mette così in discussione una concezione
puramente meccanica dell’apprendimento, fondata sulla corrispondenza stabile
tra uno stimolo e una risposta. Il calciatore non si limita a reagire a
informazioni esterne: interpreta la situazione attraverso le proprie capacità e
la propria esperienza, modificando continuamente il modo in cui vi partecipa.
La stessa prospettiva può essere estesa alla dimensione
collettiva. La squadra si riorganizza attraverso le interazioni tra i
giocatori: le distanze cambiano, le coperture si adattano, le linee di
passaggio vengono aperte o chiuse e le intenzioni individuali si modificano in
relazione alle risposte dei compagni e degli avversari. La squadra può così
essere considerata un sistema capace di riorganizzarsi attraverso le relazioni
che lo costituiscono, anziché soltanto un esecutore unitario di uno schema prestabilito.
Per l’allenatore, la riflessività suggerisce di creare
condizioni che permettano ai giocatori di riconoscere le conseguenze delle
proprie azioni e di adattarsi autonomamente. Le domande, il confronto e la
rielaborazione dell’esperienza possono sostenere questo processo, purché non
sostituiscano sistematicamente l’esplorazione con una spiegazione preventiva di
ogni possibile soluzione.
Il giocatore, in definitiva, non si limita a pensare prima
di agire o a riflettere dopo aver agito: conosce anche attraverso il proprio
agire. È in questa integrazione tra percezione, decisione e movimento che la
Giocazione trova una delle sue espressioni più significative.
Dalla teoria alla didattica: progettare condizioni, non
prescrivere risposte
I quattro principi non rappresentano compartimenti
indipendenti. La reciprocità evidenzia l’influenza reciproca dei giocatori; la
reversibilità richiama la continua trasformazione delle situazioni; la
ricorsività mostra come le conseguenze delle azioni modifichino le condizioni
successive; la riflessività riguarda la capacità di riorganizzare il proprio
comportamento durante l’esperienza. Insieme, offrono una chiave di lettura
integrata della Giocazione.
Per chi allena, la questione centrale diventa allora come
tradurre questa interpretazione in scelte didattiche concrete.
Una possibilità consiste nel privilegiare attività nelle
quali il giocatore debba percepire contemporaneamente compagni, avversari,
spazio, tempo e obiettivi di gioco. Situazioni a numeri ridotti, giochi di
posizione, esercitazioni con obiettivi variabili e partite condizionate possono
essere strumenti utili, a condizione che i vincoli introdotti conservino una
relazione significativa con il problema che si intende affrontare.
Non è tuttavia sufficiente utilizzare una partita o
un’esercitazione globale per garantire un apprendimento coerente con la
Giocologia. Ciò che conta è la qualità delle relazioni che l’attività rende
possibili, il tipo di informazioni che offre ai giocatori e il margine di
autonomia che lascia loro nella ricerca delle soluzioni.
Un’attività può essere formalmente simile al gioco reale e,
nello stesso tempo, ridurre eccessivamente le possibilità decisionali
attraverso prescrizioni rigide. Al contrario, una situazione opportunamente
progettata può rendere più evidente un determinato problema senza separarlo
completamente dal contesto nel quale acquista significato.
Il compito dell’allenatore diventa quindi quello di
osservare come i giocatori interpretano le situazioni, quali possibilità
riescono a riconoscere, quali vincoli condizionano le loro scelte e come le
loro azioni modificano il comportamento degli altri. Sulla base di queste
osservazioni, può intervenire sulla struttura dell’attività, variando spazi,
numeri, obiettivi o regole per favorire nuove forme di esplorazione.
In questa prospettiva, l’intervento didattico non scompare,
ma assume una funzione diversa: non consiste soltanto nel correggere una
risposta rispetto a un modello prestabilito, bensì nel predisporre e regolare
le condizioni attraverso cui il giocatore può costruire risposte pertinenti
alla situazione.
Il passaggio fondamentale è dunque dal controllo preventivo
delle soluzioni alla progettazione delle condizioni di gioco. Non significa
rinunciare alla competenza dell’allenatore, ma esercitarla attraverso una
capacità più raffinata di osservazione, progettazione e interpretazione delle
dinamiche che emergono sul campo.
Conclusione: comprendere il gioco nella sua unità
Andare oltre le fasi di gioco significa riconoscere che il
calcio non è semplicemente un insieme di gesti tecnici, comportamenti tattici e
momenti da apprendere separatamente. È una realtà relazionale nella quale
cooperazione e opposizione si definiscono reciprocamente, generando
continuamente possibilità e vincoli.
La Configurazione di gioco coopetitiva consente di
interpretare questa realtà nella sua continuità, superando l’idea che il gioco
possa essere compreso esclusivamente attraverso la separazione dei suoi
momenti. La Giocazione, dal canto suo, propone di considerare il calciatore
come un soggetto attivo, capace di costruire conoscenza attraverso
l’interazione corporea, percettiva e motoria con l’ambiente.
Reciprocità, reversibilità, ricorsività e riflessività
descrivono alcune delle dinamiche attraverso cui questa esperienza prende
forma. Non sono formule da memorizzare né nuove categorie da aggiungere a un
elenco di principi tattici, ma strumenti concettuali per osservare il gioco e
interrogare le scelte didattiche dell’allenatore.
La conseguenza più significativa riguarda il modo di
intendere l’apprendimento: non si tratta soltanto di preparare il calciatore a
eseguire determinate azioni, ma di metterlo nelle condizioni di riconoscere le
possibilità, affrontare i vincoli e costruire soluzioni pertinenti in un
ambiente in continua trasformazione.
Le fasi possono continuare a essere utilizzate per
descrivere, analizzare e comunicare aspetti del gioco. Ciò che cambia è il loro
statuto: non più realtà autonome che si succedono nel tempo, ma categorie
interpretative attraverso le quali osservare un evento unitario, continuo e
dinamico.
È in questo passaggio che la coopetizione assume il suo
valore centrale nella prospettiva giocologica: non un semplice incontro tra
cooperazione e competizione, ma una chiave per comprendere come le possibilità
dell’azione emergano dall’interazione permanente tra compagni e opponenti.
Perché il gioco non è una successione di fasi che il
calciatore deve imparare a riconoscere e attraversare. È una configurazione di
relazioni che egli contribuisce continuamente a trasformare.
**E allenare, in questa prospettiva, significa creare le
condizioni affinché il calciatore possa abitare questa complessità,
comprenderla attraverso l’azione e diventare protagonista della costruzione del
gioco.**

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