PERCHÉ LA PAROLA “GIOCAZIONE”
Quando le parole non bastano più
Ci sono momenti, nel percorso di una ricerca, nei quali ci si accorge che il problema non è più soltanto quello di trovare nuove risposte.
Il problema diventa trovare le parole giuste per dire ciò che si è cominciato a vedere.
È successo anche a me.
Nel momento in cui il percorso che avevo iniziato con l'Approccio Fenomenologico-Enattivo è progressivamente approdato alla Giocologia, mi sono trovato davanti a una difficoltà che, inizialmente, poteva sembrare soltanto terminologica.
Non lo era.
Mi sono accorto che continuare a utilizzare la parola allenamento significava, in qualche modo, continuare a stare dentro una semantica dalla quale, invece, avevo progressivamente preso le distanze.
Non perché la parola fosse sbagliata in assoluto.
Ma perché non riusciva più a rappresentare ciò che stavo cercando di dire.
E quando una parola non intercetta più il senso di ciò che vuoi esprimere, prima o poi sei costretto a cercarne un'altra.
È da questa necessità che nasce GIOCAZIONE.
Non come artificio linguistico.
Non come sostituzione terminologica.
Ma come esigenza epistemologica.
ALLENAMENTO NON È PIÙ SUFFICIENTE
La parola allenamento porta con sé una storia, una cultura e una determinata idea dell'apprendimento.
Allenarsi significa, nella sua accezione più consolidata, prepararsi, esercitarsi, migliorare una prestazione, acquisire o consolidare delle capacità attraverso una pratica intenzionalmente organizzata.
Questa concezione ha avuto e continua ad avere una sua legittimità.
Il problema nasce quando la si assume come categoria sufficiente per descrivere tutto ciò che accade quando un giocatore entra nel gioco.
Perché lì qualcosa non torna più.
Io posso progettare un allenamento.
Posso stabilire uno spazio, decidere il numero dei giocatori, introdurre regole, vincoli, tempi, direzioni, obiettivi.
Posso persino prevedere alcune delle problematiche che vorrei far emergere.
Ma non posso programmare completamente ciò che accadrà.
Non posso sapere in anticipo quale significato assumerà una determinata situazione per ciascun giocatore.
Non posso stabilire quale informazione verrà percepita come rilevante.
Non posso prescrivere tutte le decisioni che verranno prese.
E soprattutto non posso separare ciò che il giocatore apprende da ciò che vive mentre gioca.
È proprio qui che la parola allenamento comincia a mostrarmi i suoi limiti.
Perché io non sto più pensando a un giocatore che si esercita per imparare a giocare.
Sto pensando a un giocatore che apprende mentre gioca, nel gioco e dal gioco, in costante e dialogica relazione con il gioco.
E questo cambia tutto.
GIOCAZIONE NON SIGNIFICA SEMPLICEMENTE “GIOCARE”
È importante chiarirlo, perché altrimenti rischiamo un equivoco.
Quando ho iniziato a utilizzare la parola giocazione, non intendevo semplicemente dire:
“invece di allenarsi, facciamo giocare”.
Sarebbe troppo semplice.
E soprattutto sarebbe completamente estraneo al significato che attribuisco oggi alla Giocologia.
La giocazione non coincide con il semplice atto di giocare.
La giocazione è il processo attraverso il quale il gioco prende forma nell'esperienza del giocatore e attraverso l'azione del giocatore.
È qualcosa di più profondo.
Quando un giocatore entra in una situazione di gioco, non si limita a eseguire ciò che vede.
Entra in relazione con quella situazione.
Percepisce.
Seleziona informazioni.
Attribuisce significati.
Anticipa.
Decide.
Agisce.
E, agendo, modifica la situazione dalla quale era partito.
Quella nuova situazione produce a sua volta nuove informazioni, nuove possibilità, nuovi problemi.
E il giocatore torna nuovamente a percepire, interpretare e agire.
È un processo continuo.
È questo processo che chiamo giocazione.
LA GIOCAZIONE È IL GIOCO NEL SUO DIVENIRE
Forse il modo più semplice che ho trovato per spiegare la giocazione è questo:
la giocazione è il gioco mentre diventa.
Il gioco non è completamente presente prima che i giocatori inizino ad agire.
Certo, esistono le regole, il campo, la palla, i compagni, gli avversari.
Ma ciò che accadrà non è ancora determinato.
Il gioco prende forma attraverso le relazioni che si instaurano in quel momento.
Un compagno si avvicina e cambia una possibilità.
Un avversario chiude una linea e ne apre un'altra.
Un giocatore attira una pressione e libera uno spazio.
Un movimento modifica il tempo di un altro movimento.
Un passaggio produce una nuova configurazione.
Una scelta modifica la scelta successiva.
E così via.
Il gioco è continuamente in divenire.
La giocazione è precisamente questo divenire vissuto dal giocatore.
Per questo non è semplicemente “giocare”.
È un modo di essere nel gioco.
PERCHÉ È UNA PAROLA NECESSARIA AL PARADIGMA FENOMENOLOGICO-ENATTIVO
A questo punto si comprende anche perché la parola giocazione diventa necessaria all'interno del paradigma fenomenologico-enattivo.
La fenomenologia mi porta a considerare il gioco non come qualcosa che il giocatore osserva dall'esterno, ma come qualcosa che viene vissuto.
L'enattivismo aggiunge una questione per me ancora più importante: il giocatore non si limita a ricevere passivamente una realtà già costituita.
Attraverso la propria azione contribuisce a farla emergere.
E allora non basta più parlare di allenamento.
Perché “allenamento” descrive soprattutto l'intenzionalità di chi organizza l'esperienza.
Giocazione descrive invece il processo vissuto e generativo che prende forma dentro quell'esperienza.
Questa distinzione è fondamentale.
L'allenatore può progettare.
Il Giocologo può predisporre.
Ma è nella giocazione che il giocatore costruisce il proprio rapporto con il gioco.
Ecco perché la giocazione rappresenta, per me, il cuore operativo del paradigma fenomenologico-enattivo.
DAL “FARE ESERCIZI” AL “GENERARE ESPERIENZA”
Questa differenza cambia anche il modo di guardare a ciò che accade sul campo.
Se penso all'allenamento come a una successione di esercizi, il mio problema principale diventa trovare l'esercizio giusto.
Se penso in termini di giocazione, la domanda cambia.
Non mi chiedo più soltanto:
“Quale esercizio devo proporre?”
Mi chiedo:
“Quale esperienza di gioco voglio generare?”
È una domanda completamente diversa.
Perché un'esperienza non è fatta soltanto dalla struttura esterna della proposta.
È fatta da ciò che il giocatore vive al suo interno.
Due gruppi possono svolgere la stessa attività e vivere due esperienze completamente differenti.
Perché differenti sono i giocatori, le loro storie, le loro competenze, le relazioni che si instaurano, il modo in cui percepiscono i problemi e le soluzioni che riescono a costruire.
La giocazione tiene dentro tutto questo.
Ecco perché non può essere ridotta a una semplice esercitazione.
LA GIOCAZIONE È RELAZIONE
Più rifletto sul gioco, più mi convinco che la giocazione non appartenga al singolo giocatore.
Nasce nella relazione.
Tra giocatore e compagno.
Tra giocatore e avversario.
Tra giocatore e palla.
Tra giocatore e spazio.
Tra giocatore e tempo.
Tra ciò che il giocatore percepisce e ciò che decide di fare.
È una rete continuamente in trasformazione.
Per questo una stessa azione non ha mai un significato assoluto.
Un passaggio può essere sicuro o rischioso, utile o inutile, efficace o inefficace, a seconda di ciò che sta accadendo in quel momento.
Il significato non è contenuto esclusivamente nel gesto.
Il significato emerge dalla relazione tra il gesto e la situazione.
Ed è qui che la giocazione si distingue ancora una volta dall'idea tradizionale di allenamento.
Non sto allenando semplicemente un gesto.
Sto creando le condizioni affinché quel gesto possa assumere significato dentro una situazione.
IL GIOCAT(T)ORE NASCE DALLA GIOCAZIONE
A questo punto anche la nascita della parola giocat(t)ore diventa più comprensibile.
Se il giocatore è soltanto un esecutore, posso continuare a chiamarlo giocatore e pensarlo come qualcuno che deve rispondere correttamente alle situazioni.
Ma se riconosco che attraverso la propria azione egli contribuisce alla costruzione del gioco, allora ho bisogno di evidenziare questa dimensione generativa.
Il giocat(t)ore non si limita a giocare ciò che trova.
Contribuisce a far emergere ciò che ancora non c'è.
Un movimento può creare uno spazio.
Una postura può indurre un avversario a muoversi.
Un'accelerazione può modificare il comportamento di tutta la situazione.
Una pausa può creare un tempo che prima non esisteva.
Una relazione può generare un'altra relazione.
Il giocat(t)ore è quindi il prodotto della giocazione, ma contemporaneamente ne è anche il produttore.
Ed è questa circolarità che mi interessa.
Il gioco forma il giocatore e il giocatore, attraverso la giocazione, contribuisce a formare il gioco.
E IL GIOCOLOGO?
Anche qui la parola non nasce per il gusto di cambiare nome all'allenatore.
Se cambia il modo di intendere il gioco, se cambia il modo di intendere il giocatore e se cambia il modo di intendere l'allenamento, inevitabilmente deve cambiare anche il ruolo di chi progetta le esperienze.
Ecco perché nasce il Giocologo.
Il Giocologo non è semplicemente un allenatore con un nome diverso.
È una diversa posizione epistemologica rispetto al gioco.
Non parte dall'esercizio.
Parte dal fenomeno.
Non cerca innanzitutto di trasmettere una soluzione.
Cerca di creare le condizioni affinché il giocatore possa costruire soluzioni pertinenti.
Non pretende di controllare tutto ciò che accade.
Osserva ciò che emerge e, quando necessario, interviene sulle condizioni.
In questo senso il Giocologo diventa progettista della giocazione.
Ed è qui che, per me, le tre parole cominciano a stare insieme:
GIOCOLOGIA → GIOCOLOGO → GIOCAT(T)ORE → GIOCAZIONE → GIOCO.
Non sono cinque parole indipendenti.
Sono parti di uno stesso pensiero.
LA GIOCAZIONE È LA STRADA
E allora ritorno alla frase che, forse, sintetizza meglio tutto il percorso:
IL GIOCATORE È IL PUNTO DI PARTENZA.
LA GIOCAZIONE È LA STRADA.
IL GIOCO È LA META.
Ma anche questa frase non va interpretata in maniera lineare.
Perché quando il giocatore arriva al gioco, il gioco ritorna sul giocatore e lo trasforma.
E quindi:
TUTTO PARTE DAL GIOCATORE.
TUTTO ARRIVA AL GIOCO.
TUTTO RITORNA AL GIOCATORE.
È un movimento circolare.
Ed è proprio questa circolarità che la parola “allenamento”, da sola, non riusciva più a rappresentare.
Avevo bisogno di una parola che comprendesse il progettare, il vivere, il percepire, il decidere, l'agire, il relazionarsi, il modificare ed essere modificati.
Avevo bisogno di una parola che non descrivesse soltanto ciò che fa l'allenatore, ma ciò che accade tra il giocatore e il gioco.
Avevo bisogno di una parola che potesse stare dentro il paradigma fenomenologico-enattivo senza tradirne il significato.
Quella parola è diventata GIOCAZIONE.
NON È UNA PAROLA NUOVA. È UN ALTRO MODO DI GUARDARE IL GIOCO.
È importante che questo venga compreso.
Non sto proponendo una nuova parola per rendere più originale una pratica vecchia.
Sto cercando di dare un nome a una pratica che, cambiando il modo di intendere il gioco, ha necessariamente cambiato anche il proprio linguaggio.
Perché le parole non sono neutre.
Le parole orientano il pensiero.
E se continuo a dire “allenamento”, rischio di continuare a pensare secondo la semantica dell'allenamento.
Se dico “giocazione”, sono costretto a interrogarmi su ciò che accade quando il giocatore entra realmente nel gioco.
È questo, in fondo, il motivo per cui ho sentito la necessità di introdurre questo vocabolo.
Non per cancellare la parola allenamento dalla lingua del calcio.
Ma per dichiarare che non tutto ciò che accade sul campo può essere ricondotto alla semantica dell'allenamento.
C'è qualcosa di più.
C'è l'esperienza.
C'è la relazione.
C'è l'emergenza.
C'è il significato che il giocatore costruisce mentre agisce.
C'è il gioco che prende forma attraverso di lui.
C'è la giocazione.
Ed è proprio lì che, per me, comincia veramente la Giocologia.
Questo pensiero, come tutto il percorso che mi ha condotto alla Giocologia, non è un punto di arrivo definitivo. È un punto del cammino. Molte delle idee qui espresse sono il risultato di anni di riflessioni, esperienze e confronti, tra i quali hanno avuto un'importanza particolare quelli continui e sistematici con Francesco Quaranta, una delle figure più illuminate che abbia incontrato nella mia carriera. Anche per questo considero queste pagine non come un sistema chiuso, ma come una ricerca ancora aperta.
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