QUANDO EBBI IL PRIVILEGIO DI CONFRONTARMI CON HORST WEIN

 LA CONSIDERAZIONE DI PEP MI HA RIPORTATO A TUNISI DI 10 ANNI FA


Ci sono incontri professionali che ricordi per ciò che hai imparato.


E ce ne sono altri che ricordi perché, in qualche modo, ti hanno aiutato a dare un nome a qualcosa che già sentivi dentro.


Per me, l'incontro con Horst Wein appartiene a questa seconda categoria.


Ho avuto il privilegio di partecipare come relatore a un seminario con lui. Confrontarsi con il suo pensiero, parlare di calcio giovanile e poter discutere direttamente con una figura di quella levatura è stata un'esperienza che ancora oggi considero particolarmente significativa.


Durante il dibattito nacque una riflessione che, a distanza di anni, continua ad accompagnarmi.


Dissi:


«Il 3x3 fa emergere la giocata; il 5x5 fa emergere il gioco.»


Wein mostrò immediatamente un grande interesse per questa distinzione.


Ma ciò che raccolse la sua attenzione non fu soltanto la frase.


Fu il ragionamento che c'era dietro.


Perché il 5x5, a differenza del 3x3, contiene già, nella sua struttura, le principali funzioni che caratterizzano il gioco collettivo.


Quando una squadra è in possesso della palla, nel 5x5 sono presenti contemporaneamente:


- l'iniziativa individuale del giocatore in possesso;

- l'appoggio a destra e a sinistra;

- la profondità;

- il sostegno.


E quando la palla passa agli avversari, la stessa struttura genera le funzioni difensive fondamentali:


- la pressione individuale;

- il raddoppio;

- la copertura;

- la marcatura.


Questa è, a mio avviso, la ragione profonda per cui il 5x5 fa emergere il gioco.


Non perché ci siano semplicemente cinque giocatori per parte.


Ma perché cinque giocatori costituiscono una configurazione nella quale possono manifestarsi, in relazione reciproca, le principali funzioni del gioco: attacco e difesa, possesso e non possesso, iniziativa individuale e collaborazione, profondità e sostegno, pressione e copertura.


Il gioco, quindi, non è più soltanto nella giocata del singolo.


È nella relazione tra le funzioni.


Il giocatore con la palla può iniziare l'azione, ma la qualità della sua scelta dipende anche dalle possibilità offerte dai compagni.


L'appoggio a destra e quello a sinistra ampliano le possibilità di scelta.


La profondità modifica lo spazio disponibile.


Il sostegno garantisce una soluzione alle spalle.


E contemporaneamente gli avversari reagiscono: uno può esercitare la pressione, un secondo può raddoppiare, un altro garantire la copertura, mentre qualcuno deve occuparsi della marcatura.


Tutto questo accade nello stesso momento.


Ecco perché il 5x5 non è semplicemente un «3x3 con due giocatori in più».


È un'altra qualità di complessità.


Nel 3x3 il bambino è immerso soprattutto nella necessità di risolvere il problema presente: emerge con grande frequenza la giocata.


Nel 5x5, invece, la giocata è inserita dentro una trama di relazioni.


La scelta di uno modifica le possibilità degli altri.


Il comportamento di un avversario modifica quello dei compagni.


Uno spazio occupato può liberarne un altro.


Un movimento può creare una linea di passaggio.


Una pressione può generare un raddoppio.


Una copertura può permettere a un compagno di uscire in pressione.


Il gioco comincia a generare gioco.


È questa, credo, la differenza fondamentale.


E ripensandoci oggi, mi rendo conto che quella intuizione avrebbe avuto, negli anni successivi, uno sviluppo ancora più ampio.


Il 5x5 è diventato per me l'unità minima generativa del paradigma fenomenologico-enattivo della Giocologia.


Il termine generativa non è casuale.


Perché nel 5x5 non abbiamo semplicemente una fotografia ridotta del calcio degli adulti.


Abbiamo una struttura capace di generare le condizioni fondamentali del gioco.


Il gioco prende forma attraverso l'interazione continua tra giocatori, avversari, palla, spazio e tempo.


Non c'è prima una tecnica e poi il gioco.


Non c'è prima la decisione del singolo e poi, eventualmente, la collaborazione.


C'è un sistema di relazioni nel quale ogni azione modifica il campo delle possibilità per tutti gli altri.


È proprio questa dimensione fenomenologica ed enattiva che mi interessa: il giocatore non si limita a eseguire qualcosa che ha già deciso mentalmente, ma costruisce la propria azione nella relazione con ciò che percepisce e con ciò che gli altri fanno.


Il gioco, in questo senso, emerge dall'interazione.


Ed è qui che, probabilmente, ritrovo ancora oggi il senso di quella conversazione con Wein.


In molti, nel corso degli anni, mi hanno detto:


«Il tuo modo di lavorare assomiglia molto a quello di Horst Wein.»


È una frase che mi fa piacere.


Ma più passa il tempo, più penso che la somiglianza non debba essere cercata negli esercizi, nelle dimensioni dei campi o nelle formule numeriche.


La vera affinità è, forse, nella convinzione che il bambino debba essere messo nelle condizioni di percepire, scegliere, agire e comprendere.


Non dobbiamo continuamente anticipargli la soluzione.


Dobbiamo costruire ambienti nei quali il gioco gli ponga problemi significativi e gli permetta di trovare risposte.


Ed è proprio qui che torna quella frase pronunciata durante quel seminario:


il 3x3 fa emergere la giocata; il 5x5 fa emergere il gioco.


Oggi, dopo tanti anni di ricerca, aggiungerei che il motivo è strutturale.


Il 5x5 contiene già le condizioni minime perché possano emergere le funzioni fondamentali del gioco.


In attacco: iniziativa individuale, appoggio a destra e a sinistra, profondità e sostegno.


In difesa: pressione individuale, raddoppio, copertura e marcatura.


Queste funzioni non sono compartimenti separati.


Vivono contemporaneamente, si condizionano reciprocamente e si trasformano continuamente.


È da questa relazione che emerge il gioco.


E forse fu proprio questo che Wein riconobbe in quella mia osservazione.


Non una semplice preferenza per il 5x5.


Ma l'idea che una certa configurazione di gioco possieda in sé la capacità di generare le condizioni fondamentali dell'esperienza calcistica.


Quella conversazione è durata forse pochi minuti.


Ma alcune intuizioni, quando incontrano qualcuno capace di riconoscerle, rimangono molto più a lungo.


Da allora, quella frase ha continuato a lavorare dentro di me.


Il 3x3 fa emergere la giocata.

Il 5x5 fa emergere il gioco.


E negli anni successivi quella distinzione è diventata ricerca, metodo e, infine, una parte fondante della mia idea di Giocologia.


Perché il punto, in fondo, non è insegnare al bambino a fare più cose.


È metterlo nelle condizioni di scoprire le relazioni che fanno nascere il gioco.

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