Saper giocare con il tempo nello spazio: il paradigma fenomenologico-enattivo della Giocologia
Nella prospettiva classica il gioco viene spesso
interpretato come l’applicazione di principi, schemi o movimenti prestabiliti
ai quali il giocatore dovrebbe adattarsi. In questa prospettiva il tempo di
gioco viene considerato una competenza da insegnare e da riprodurre attraverso
la ripetizione.
La prospettiva fenomenologico-enattiva propone invece una
lettura differente.
Il tempo di gioco non costituisce un contenuto da
trasmettere, ma una proprietà emergente dell’interazione continua tra il
giocatore e il contesto. Non nasce dall’esecuzione di uno schema, ma
dall’organizzazione dinamica degli agiti intenzionali in relazione ai compagni,
agli avversari, alla palla e allo spazio.
Per questa ragione saper giocare con il tempo nello spazio
non significa scegliere semplicemente il momento giusto per effettuare un
passaggio o uno smarcamento.
Significa organizzare continuamente i propri agiti
intenzionali all’interno della relazione inseparabile tra tempo, spazio e
intenzionalità dell’azione.
Si tratta di un costrutto complesso emergente, che non può
essere spiegato come la semplice somma di abilità tecniche, tattiche, fisiche o
cognitive.
Esso emerge dall’interazione enattiva di tre processi
fondamentali:
Adattabilità, cioè la capacità di modificare continuamente
le proprie condotte in funzione delle trasformazioni della configurazione di
gioco.
Proattività, ossia la capacità di orientare intenzionalmente
l’azione verso possibilità future, anticipando l’evoluzione della situazione
anziché limitarsi a reagire agli eventi.
Riorientamento intenzionale delle condotte, vale a dire la
continua riorganizzazione delle proprie intenzioni d’azione in relazione ai
cambiamenti del contesto.
Questi processi non si sviluppano in modo astratto, ma sono
profondamente influenzati dai vissuti storici ed emozionali del giocatore.
Ogni agito intenzionale nasce dall’incontro tra le
possibilità offerte dall’ambiente e la storia personale dell’atleta: le
esperienze vissute, gli apprendimenti costruiti, le emozioni sperimentate, le
relazioni instaurate e il significato attribuito alle situazioni.
Il giocatore non applica una soluzione memorizzata.
Egli enatta continuamente la propria azione, costruendo
significato nel rapporto dinamico con il contesto.
In questa prospettiva anche il concetto di tempo cambia
radicalmente significato.
Il tempo non rappresenta una variabile esterna da
rispettare, così come lo spazio non costituisce un semplice contenitore da
occupare.
Tempo e spazio formano un’unica dimensione relazionale che
prende forma nell’azione.
Per questo motivo il “tempo giusto” non viene cercato.
Emerge.
Ed emerge soltanto quando il giocatore organizza i propri
agiti intenzionali attraverso le categorie spazio-temporali, ossia quelle
invarianti relazionali che rimangono stabili mentre il gioco si trasforma
incessantemente.
Le categorie di zona luce e zona ombra, zona forte e zona
debole, primo uomo e secondo uomo (e, più in generale, l’intera rete delle
relazioni di gioco) non prescrivono condotte.
Esse organizzano le condizioni affinché il sistema squadra
possa auto-organizzarsi.
Conservano la propria validità sia nel tempo di
disponibilità della palla sia nel tempo di non disponibilità della palla.
Quando cambia il possesso, infatti, non cambiano le
categorie.
Cambia esclusivamente l’intenzionalità dell’azione.
È proprio questa continuità che consente l’emergere di
condotte collettive coordinate senza il ricorso a schemi rigidi.
In tale prospettiva, anche i cosiddetti tempi di gioco non
rappresentano una competenza direttamente insegnabile.
Essi sono il risultato dell’organizzazione condivisa delle
relazioni.
Quando tutti i giocatori interpretano il gioco attraverso le
medesime categorie spazio-temporali, il passaggio, lo smarcamento, la pressione
e ogni altro agito intenzionale emergono spontaneamente nel momento più
funzionale alla situazione.
Il “tempo giusto”, dunque, non è un obiettivo da
raggiungere, ma la manifestazione visibile di un’organizzazione relazionale
efficace.
Saper giocare con il tempo nello spazio significa percepire,
interpretare e trasformare continuamente le possibilità offerte dal contesto,
coordinando i propri agiti intenzionali con quelli dei compagni e degli
avversari attraverso un processo permanente di adattabilità, proattività e
riorientamento intenzionale.
Non è una tecnica.
Non è uno schema.
Non è una regola.
È una competenza emergente che nasce dall’interazione
continua tra il giocatore, l’ambiente e la sua storia percettiva, motoria,
relazionale ed emozionale.
In questa prospettiva il calcio non appare più come una
successione di gesti tecnici da eseguire correttamente, ma come un processo
incessante di costruzione di significato attraverso l’azione.
Ed è proprio in questa continua costruzione relazionale che
prende forma il vero significato del saper giocare con il tempo nello spazio.
Ø
Saper giocare con il tempo nello spazio è la
competenza emergente di adattare, anticipare e riorientare intenzionalmente i
propri agiti, coordinandoli continuamente con quelli dei compagni e degli
avversari, in relazione alla palla e allo spazio, sulla base della propria
storia percettiva, motoria ed emozionale. Il “tempo giusto” non si insegna e
non si applica: emerge dall’organizzazione relazionale dell’azione resa
possibile dalle categorie spazio-temporali, invarianti universali attraverso
cui il gioco si auto-organizza.Le categorie spazio-temporali: le invarianti
relazionali dell’azione nel gioco del calcio
Nel precedente articolo abbiamo sostenuto una tesi che ha
suscitato numerose osservazioni: i tempi di gioco non si insegnano.
L’obiezione più frequente è stata che il tempo del
passaggio, dello smarcamento o della pressione possa essere trasmesso
attraverso esercitazioni specifiche.
La nostra posizione è diversa.
Il tempo di gioco non è un contenuto da insegnare, ma una
proprietà emergente dell’interazione tra il giocatore e il contesto di gioco.
Esso non nasce dall’esecuzione di uno schema, ma
dall’organizzazione continua dell’azione in relazione ai compagni, agli
avversari, alla palla e allo spazio.
Per comprendere questa affermazione occorre introdurre ciò
che, a nostro avviso, costituisce il linguaggio fondamentale del gioco: le
categorie spazio-temporali.
Abbiamo scelto volutamente il termine categorie.
Non parliamo di principi, perché un principio suggerisce un
comportamento.
Non parliamo di regole, perché una regola prescrive ciò che
bisogna fare.
Non parliamo di concetti, perché un concetto descrive una
realtà.
Una categoria è, invece, un’invariante relazionale
dell’azione: qualcosa che rimane stabile mentre il gioco cambia continuamente e
che consente al giocatore di organizzare la propria partecipazione al gioco.
Proprio perché sono categorie, esse non appartengono a un
particolare momento della partita.
Appartengono al gioco.
Le quattro categorie spazio-temporali
Le categorie fondamentali sono quattro:
zona luce e zona ombra;
zona forte e zona debole;
primo uomo e secondo uomo;
terzo uomo, che sarà oggetto di un successivo
approfondimento.
Esse costituiscono un sistema unitario.
Non sono definizioni isolate, ma differenti modi di
descrivere le relazioni che organizzano continuamente il gioco.
Zona luce e zona ombra
La zona luce è lo spazio concretamente disponibile al
giocatore che dispone della palla nel tempo dell’azione.
Non coincide con tutto ciò che il giocatore vede.
Coincide con ciò che può realmente utilizzare.
La sua estensione dipende contemporaneamente dalla postura
del possessore, dalle sue capacità tecniche, dalla pressione esercitata dal
diretto avversario e dalla disposizione degli altri difendenti.
La zona ombra rappresenta invece lo spazio che, a causa
dell’organizzazione difensiva, non risulta immediatamente accessibile.
Zona luce e zona ombra non sono spazi fissi.
Si trasformano continuamente insieme al movimento dei
giocatori.
Zona forte e zona debole
La zona forte coincide con l’area nella quale si sviluppa
l’azione della palla.
La zona debole è lo spazio lasciato relativamente libero
dall’organizzazione avversaria.
Ogni organizzazione offensiva tende a trasformare la zona
debole nella nuova zona forte.
Ogni organizzazione difensiva cerca invece di impedire
questa trasformazione.
Primo uomo e secondo uomo
Il primo uomo è il compagno più vicino al giocatore che
dispone della palla.
Il secondo uomo è il compagno più vicino al primo uomo.
È il primo uomo ad assumere l’iniziativa.
Il secondo organizza la propria azione in funzione del
movimento del compagno che lo precede rispetto alla palla.
Da questa semplice relazione emerge una regola organizzativa
estremamente efficace:
Ø
Ogni giocatore organizza la propria azione in
funzione del movimento del compagno più vicino che si trova fra sé e la palla.
In questo modo la squadra costruisce spontaneamente
ampiezza, profondità e occupazione razionale degli spazi.
Il terzo uomo esiste davvero?
Nella pratica del gioco si parla frequentemente di “terzo
uomo”.
In realtà, dal punto di vista organizzativo, il terzo uomo
non esiste mai.
Anche un giocatore più lontano continua a organizzare la
propria azione osservando il compagno più vicino che si trova tra sé e la
palla.
Per questo motivo il cosiddetto terzo uomo continua a
ragionare come secondo uomo.
Il riferimento relazionale non cambia mai ( di questo
parleremo in maniera più diffusa e articolata nel prossimo articolo smontando
alcuni luoghi comuni e prassi consolidate).
L’errore più frequente
Fin qui quasi tutta la letteratura interpreta queste categorie esclusivamente
durante il tempo di disponibilità della palla.
È comprensibile.
Quando una squadra dispone della palla, l’organizzazione
offensiva appare più evidente.
Ma è proprio qui che, a nostro avviso, nasce un equivoco.
Se il calcio è realmente un gioco coopetitivo, nel quale
cooperazione e opposizione costituiscono un’unica dinamica relazionale, allora
le categorie non possono appartenere soltanto al tempo di disponibilità della
palla.
Devono necessariamente mantenere la propria validità anche
nel tempo di non disponibilità della palla.
Ed è proprio questa proprietà che le rende categorie.
Le categorie non cambiano
Quando cambia la disponibilità della palla non cambiano le
categorie.
Cambia l’intenzionalità dell’azione.
La zona luce continua a esistere.
Diventa quella dell’avversario che dispone della palla.
Il compito della squadra che non dispone della palla
consiste allora nel limitarne progressivamente l’estensione.
La zona ombra continua a esistere.
Ma ora diventa lo spazio che il difendente costruisce
attraverso il proprio orientamento corporeo, la distanza di pressione e la
direzione dell’intervento.
La zona forte continua a esistere.
Ma l’obiettivo diventa impedirne lo spostamento verso la
zona debole.
Il primo uomo continua a prendere l’iniziativa.
Non più nello smarcamento, ma nella pressione.
Il secondo uomo continua a organizzare la propria azione in
funzione del primo.
La relazione rimane identica.
Cambiano soltanto gli obiettivi.
La vera natura delle categorie
Questo significa che zona luce, zona ombra, zona forte, zona
debole, primo uomo e secondo uomo non sono categorie offensive né categorie
difensive.
Sono categorie relazionali dell’azione.
Esse descrivono ciò che rimane stabile mentre cambiano
continuamente la disponibilità della palla, le posizioni dei giocatori e le
configurazioni dello spazio.
La squadra che dispone della palla organizza la propria
azione per ampliare le possibilità offerte da quelle relazioni.
La squadra che non dispone della palla organizza la propria
azione per limitarle.
Le relazioni, però, rimangono le stesse.
Ed è proprio questa continuità a renderle categorie
universali.
Possiamo ora ritornare all’affermazione iniziale.
I tempi di gioco non si insegnano.
Ciò che può essere educata è la capacità dei giocatori di
organizzare continuamente la propria azione attraverso categorie condivise.
Quando tutti i componenti della squadra partecipano al gioco
utilizzando le stesse categorie spazio-temporali, i comportamenti collettivi
emergono spontaneamente senza la necessità di essere prescritti.
Il tempo del passaggio, dello smarcamento o della pressione
non è quindi un contenuto da apprendere.
È la conseguenza naturale di un’organizzazione condivisa
dell’azione.
Per questa ragione preferiamo parlare di categorie
spazio-temporali.
Esse costituiscono le invarianti relazionali dell’azione:
ciò che rimane stabile mentre il gioco, istante dopo istante, continua
incessantemente a trasformarsi.
RIASSUNTO. Le
categorie sono le invarianti che consentono l’auto-organizzazione del
comportamento collettivo.
Le categorie spazio-temporali non costituiscono un
repertorio di soluzioni tattiche.
Esse rappresentano le invarianti relazionali attraverso le
quali il gioco mantiene la propria organizzazione pur trasformandosi
continuamente.
Per questa ragione esse conservano la propria validità sia
nel tempo di disponibilità della palla sia nel tempo di non disponibilità della
palla.
Non appartengono a un particolare momento del gioco.
Appartengono al gioco stesso.
Quando cambia la disponibilità della palla cambiano gli
obiettivi dell’azione, ma non cambiano le categorie attraverso cui i giocatori
organizzano la propria partecipazione.
È proprio questa continuità a consentire l’emergere di
comportamenti collettivi coordinati.
L’organizzazione della squadra non nasce, infatti, dalla
ripetizione di schemi o dall’applicazione di movimenti prestabiliti.
Essa emerge spontaneamente quando tutti i giocatori
condividono le medesime categorie e, attraverso di esse, orientano
continuamente la propria azione in relazione ai compagni, agli avversari, alla
palla e allo spazio.
In questa prospettiva anche i tempi di gioco assumono un
significato diverso.
Essi non rappresentano un contenuto da insegnare né una
competenza da trasmettere direttamente.
Sono una proprietà emergente dell’organizzazione collettiva.
Quando i giocatori condividono le stesse categorie
relazionali, il “tempo giusto” non viene ricercato: emerge come conseguenza
naturale della continua coordinazione delle loro azioni.
È questa, probabilmente, la funzione più profonda delle
categorie spazio-temporali.
Non quella di fornire risposte ai giocatori, ma di creare le
condizioni affinché le risposte emergano spontaneamente nel fluire del gioco.
Ø
Le categorie spazio-temporali non organizzano il
gioco; organizzano le condizioni affinché il gioco possa auto-organizzarsi.

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