Saper giocare con il tempo nello spazio: il paradigma fenomenologico-enattivo della Giocologia

 



 Saper giocare con il tempo nello spazio è un concetto coniato da mister Raffaele Di Pasquale. Esso rappresenta uno dei fondamenti del paradigma fenomenologico-enattivo della Giocologia e descrive una concezione del gioco profondamente diversa da quella tradizionale.

 

Nella prospettiva classica il gioco viene spesso interpretato come l’applicazione di principi, schemi o movimenti prestabiliti ai quali il giocatore dovrebbe adattarsi. In questa prospettiva il tempo di gioco viene considerato una competenza da insegnare e da riprodurre attraverso la ripetizione.

 

La prospettiva fenomenologico-enattiva propone invece una lettura differente.

 

Il tempo di gioco non costituisce un contenuto da trasmettere, ma una proprietà emergente dell’interazione continua tra il giocatore e il contesto. Non nasce dall’esecuzione di uno schema, ma dall’organizzazione dinamica degli agiti intenzionali in relazione ai compagni, agli avversari, alla palla e allo spazio.

 

Per questa ragione saper giocare con il tempo nello spazio non significa scegliere semplicemente il momento giusto per effettuare un passaggio o uno smarcamento.

 

Significa organizzare continuamente i propri agiti intenzionali all’interno della relazione inseparabile tra tempo, spazio e intenzionalità dell’azione.

 

Si tratta di un costrutto complesso emergente, che non può essere spiegato come la semplice somma di abilità tecniche, tattiche, fisiche o cognitive.

 

Esso emerge dall’interazione enattiva di tre processi fondamentali:

 

Adattabilità, cioè la capacità di modificare continuamente le proprie condotte in funzione delle trasformazioni della configurazione di gioco.

 

Proattività, ossia la capacità di orientare intenzionalmente l’azione verso possibilità future, anticipando l’evoluzione della situazione anziché limitarsi a reagire agli eventi.

 

Riorientamento intenzionale delle condotte, vale a dire la continua riorganizzazione delle proprie intenzioni d’azione in relazione ai cambiamenti del contesto.

 

 

Questi processi non si sviluppano in modo astratto, ma sono profondamente influenzati dai vissuti storici ed emozionali del giocatore.

 

Ogni agito intenzionale nasce dall’incontro tra le possibilità offerte dall’ambiente e la storia personale dell’atleta: le esperienze vissute, gli apprendimenti costruiti, le emozioni sperimentate, le relazioni instaurate e il significato attribuito alle situazioni.

 

Il giocatore non applica una soluzione memorizzata.

 

Egli enatta continuamente la propria azione, costruendo significato nel rapporto dinamico con il contesto.

 

In questa prospettiva anche il concetto di tempo cambia radicalmente significato.

 

Il tempo non rappresenta una variabile esterna da rispettare, così come lo spazio non costituisce un semplice contenitore da occupare.

 

Tempo e spazio formano un’unica dimensione relazionale che prende forma nell’azione.

 

Per questo motivo il “tempo giusto” non viene cercato.

 

Emerge.

 

Ed emerge soltanto quando il giocatore organizza i propri agiti intenzionali attraverso le categorie spazio-temporali, ossia quelle invarianti relazionali che rimangono stabili mentre il gioco si trasforma incessantemente.

 

Le categorie di zona luce e zona ombra, zona forte e zona debole, primo uomo e secondo uomo (e, più in generale, l’intera rete delle relazioni di gioco) non prescrivono condotte.

 

Esse organizzano le condizioni affinché il sistema squadra possa auto-organizzarsi.

 

Conservano la propria validità sia nel tempo di disponibilità della palla sia nel tempo di non disponibilità della palla.

 

Quando cambia il possesso, infatti, non cambiano le categorie.

 

Cambia esclusivamente l’intenzionalità dell’azione.

 

È proprio questa continuità che consente l’emergere di condotte collettive coordinate senza il ricorso a schemi rigidi.

 

In tale prospettiva, anche i cosiddetti tempi di gioco non rappresentano una competenza direttamente insegnabile.

 

Essi sono il risultato dell’organizzazione condivisa delle relazioni.

 

Quando tutti i giocatori interpretano il gioco attraverso le medesime categorie spazio-temporali, il passaggio, lo smarcamento, la pressione e ogni altro agito intenzionale emergono spontaneamente nel momento più funzionale alla situazione.

 

Il “tempo giusto”, dunque, non è un obiettivo da raggiungere, ma la manifestazione visibile di un’organizzazione relazionale efficace.

 

Saper giocare con il tempo nello spazio significa percepire, interpretare e trasformare continuamente le possibilità offerte dal contesto, coordinando i propri agiti intenzionali con quelli dei compagni e degli avversari attraverso un processo permanente di adattabilità, proattività e riorientamento intenzionale.

 

Non è una tecnica.

 

Non è uno schema.

 

Non è una regola.

 

È una competenza emergente che nasce dall’interazione continua tra il giocatore, l’ambiente e la sua storia percettiva, motoria, relazionale ed emozionale.

 

In questa prospettiva il calcio non appare più come una successione di gesti tecnici da eseguire correttamente, ma come un processo incessante di costruzione di significato attraverso l’azione.

 

Ed è proprio in questa continua costruzione relazionale che prende forma il vero significato del saper giocare con il tempo nello spazio.

 

Ø  Saper giocare con il tempo nello spazio è la competenza emergente di adattare, anticipare e riorientare intenzionalmente i propri agiti, coordinandoli continuamente con quelli dei compagni e degli avversari, in relazione alla palla e allo spazio, sulla base della propria storia percettiva, motoria ed emozionale. Il “tempo giusto” non si insegna e non si applica: emerge dall’organizzazione relazionale dell’azione resa possibile dalle categorie spazio-temporali, invarianti universali attraverso cui il gioco si auto-organizza.Le categorie spazio-temporali: le invarianti relazionali dell’azione nel gioco del calcio

 

 

 

Nel precedente articolo abbiamo sostenuto una tesi che ha suscitato numerose osservazioni: i tempi di gioco non si insegnano.

 

L’obiezione più frequente è stata che il tempo del passaggio, dello smarcamento o della pressione possa essere trasmesso attraverso esercitazioni specifiche.

La nostra posizione è diversa.

Il tempo di gioco non è un contenuto da insegnare, ma una proprietà emergente dell’interazione tra il giocatore e il contesto di gioco.

Esso non nasce dall’esecuzione di uno schema, ma dall’organizzazione continua dell’azione in relazione ai compagni, agli avversari, alla palla e allo spazio.

 

Per comprendere questa affermazione occorre introdurre ciò che, a nostro avviso, costituisce il linguaggio fondamentale del gioco: le categorie spazio-temporali.

 

Abbiamo scelto volutamente il termine categorie.

 

Non parliamo di principi, perché un principio suggerisce un comportamento.

 

Non parliamo di regole, perché una regola prescrive ciò che bisogna fare.

 

Non parliamo di concetti, perché un concetto descrive una realtà.

 

Una categoria è, invece, un’invariante relazionale dell’azione: qualcosa che rimane stabile mentre il gioco cambia continuamente e che consente al giocatore di organizzare la propria partecipazione al gioco.

 

Proprio perché sono categorie, esse non appartengono a un particolare momento della partita.

 

Appartengono al gioco.

 

Le quattro categorie spazio-temporali

 

Le categorie fondamentali sono quattro:

 

zona luce e zona ombra;

 

zona forte e zona debole;

 

primo uomo e secondo uomo;

 

terzo uomo, che sarà oggetto di un successivo approfondimento.

 

Esse costituiscono un sistema unitario.

 

Non sono definizioni isolate, ma differenti modi di descrivere le relazioni che organizzano continuamente il gioco.

 

Zona luce e zona ombra

 

La zona luce è lo spazio concretamente disponibile al giocatore che dispone della palla nel tempo dell’azione.

 

Non coincide con tutto ciò che il giocatore vede.

 

Coincide con ciò che può realmente utilizzare.

 

La sua estensione dipende contemporaneamente dalla postura del possessore, dalle sue capacità tecniche, dalla pressione esercitata dal diretto avversario e dalla disposizione degli altri difendenti.

 

La zona ombra rappresenta invece lo spazio che, a causa dell’organizzazione difensiva, non risulta immediatamente accessibile.

 

Zona luce e zona ombra non sono spazi fissi.

 

Si trasformano continuamente insieme al movimento dei giocatori.

Zona forte e zona debole

 

La zona forte coincide con l’area nella quale si sviluppa l’azione della palla.

 

La zona debole è lo spazio lasciato relativamente libero dall’organizzazione avversaria.

 

Ogni organizzazione offensiva tende a trasformare la zona debole nella nuova zona forte.

 

Ogni organizzazione difensiva cerca invece di impedire questa trasformazione.

 

Primo uomo e secondo uomo

 

Il primo uomo è il compagno più vicino al giocatore che dispone della palla.

 

Il secondo uomo è il compagno più vicino al primo uomo.

 

È il primo uomo ad assumere l’iniziativa.

 

Il secondo organizza la propria azione in funzione del movimento del compagno che lo precede rispetto alla palla.

 

Da questa semplice relazione emerge una regola organizzativa estremamente efficace:

 

Ø  Ogni giocatore organizza la propria azione in funzione del movimento del compagno più vicino che si trova fra sé e la palla.

 

In questo modo la squadra costruisce spontaneamente ampiezza, profondità e occupazione razionale degli spazi.

 

Il terzo uomo esiste davvero?

 

Nella pratica del gioco si parla frequentemente di “terzo uomo”.

 

In realtà, dal punto di vista organizzativo, il terzo uomo non esiste mai.

 

Anche un giocatore più lontano continua a organizzare la propria azione osservando il compagno più vicino che si trova tra sé e la palla.

 

Per questo motivo il cosiddetto terzo uomo continua a ragionare come secondo uomo.

 

Il riferimento relazionale non cambia mai ( di questo parleremo in maniera più diffusa e articolata nel prossimo articolo smontando alcuni luoghi comuni e prassi consolidate).

 

L’errore più frequente

 

Fin qui quasi tutta la letteratura  interpreta queste categorie esclusivamente durante il tempo di disponibilità della palla.

 

È comprensibile.

 

Quando una squadra dispone della palla, l’organizzazione offensiva appare più evidente.

 

Ma è proprio qui che, a nostro avviso, nasce un equivoco.

 

Se il calcio è realmente un gioco coopetitivo, nel quale cooperazione e opposizione costituiscono un’unica dinamica relazionale, allora le categorie non possono appartenere soltanto al tempo di disponibilità della palla.

 

Devono necessariamente mantenere la propria validità anche nel tempo di non disponibilità della palla.

 

Ed è proprio questa proprietà che le rende categorie.

 

Le categorie non cambiano

 

Quando cambia la disponibilità della palla non cambiano le categorie.

 

Cambia l’intenzionalità dell’azione.

 

La zona luce continua a esistere.

 

Diventa quella dell’avversario che dispone della palla.

 

Il compito della squadra che non dispone della palla consiste allora nel limitarne progressivamente l’estensione.

 

La zona ombra continua a esistere.

 

Ma ora diventa lo spazio che il difendente costruisce attraverso il proprio orientamento corporeo, la distanza di pressione e la direzione dell’intervento.

 

La zona forte continua a esistere.

 

Ma l’obiettivo diventa impedirne lo spostamento verso la zona debole.

 

Il primo uomo continua a prendere l’iniziativa.

 

Non più nello smarcamento, ma nella pressione.

 

Il secondo uomo continua a organizzare la propria azione in funzione del primo.

 

La relazione rimane identica.

 

Cambiano soltanto gli obiettivi.

La vera natura delle categorie

 

Questo significa che zona luce, zona ombra, zona forte, zona debole, primo uomo e secondo uomo non sono categorie offensive né categorie difensive.

 

Sono categorie relazionali dell’azione.

 

Esse descrivono ciò che rimane stabile mentre cambiano continuamente la disponibilità della palla, le posizioni dei giocatori e le configurazioni dello spazio.

 

La squadra che dispone della palla organizza la propria azione per ampliare le possibilità offerte da quelle relazioni.

 

La squadra che non dispone della palla organizza la propria azione per limitarle.

 

Le relazioni, però, rimangono le stesse.

 

Ed è proprio questa continuità a renderle categorie universali.

 

Possiamo ora ritornare all’affermazione iniziale.

 

I tempi di gioco non si insegnano.

 

Ciò che può essere educata è la capacità dei giocatori di organizzare continuamente la propria azione attraverso categorie condivise.

 

Quando tutti i componenti della squadra partecipano al gioco utilizzando le stesse categorie spazio-temporali, i comportamenti collettivi emergono spontaneamente senza la necessità di essere prescritti.

 

Il tempo del passaggio, dello smarcamento o della pressione non è quindi un contenuto da apprendere.

 

È la conseguenza naturale di un’organizzazione condivisa dell’azione.

 

Per questa ragione preferiamo parlare di categorie spazio-temporali.

 

Esse costituiscono le invarianti relazionali dell’azione: ciò che rimane stabile mentre il gioco, istante dopo istante, continua incessantemente a trasformarsi.

RIASSUNTO.        Le categorie sono le invarianti che consentono l’auto-organizzazione del comportamento collettivo.

 

Le categorie spazio-temporali non costituiscono un repertorio di soluzioni tattiche.

 

Esse rappresentano le invarianti relazionali attraverso le quali il gioco mantiene la propria organizzazione pur trasformandosi continuamente.

 

Per questa ragione esse conservano la propria validità sia nel tempo di disponibilità della palla sia nel tempo di non disponibilità della palla.

 

Non appartengono a un particolare momento del gioco.

 

Appartengono al gioco stesso.

 

Quando cambia la disponibilità della palla cambiano gli obiettivi dell’azione, ma non cambiano le categorie attraverso cui i giocatori organizzano la propria partecipazione.

 

È proprio questa continuità a consentire l’emergere di comportamenti collettivi coordinati.

 

L’organizzazione della squadra non nasce, infatti, dalla ripetizione di schemi o dall’applicazione di movimenti prestabiliti.

 

Essa emerge spontaneamente quando tutti i giocatori condividono le medesime categorie e, attraverso di esse, orientano continuamente la propria azione in relazione ai compagni, agli avversari, alla palla e allo spazio.

 

In questa prospettiva anche i tempi di gioco assumono un significato diverso.

 

Essi non rappresentano un contenuto da insegnare né una competenza da trasmettere direttamente.

 

Sono una proprietà emergente dell’organizzazione collettiva.

 

Quando i giocatori condividono le stesse categorie relazionali, il “tempo giusto” non viene ricercato: emerge come conseguenza naturale della continua coordinazione delle loro azioni.

 

È questa, probabilmente, la funzione più profonda delle categorie spazio-temporali.

 

Non quella di fornire risposte ai giocatori, ma di creare le condizioni affinché le risposte emergano spontaneamente nel fluire del gioco.

Ø  Le categorie spazio-temporali non organizzano il gioco; organizzano le condizioni affinché il gioco possa auto-organizzarsi.

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