SÌ, È VERO: OCCORRONO METODOLOGIA E METODO. MA, DOPO.

 




Dopo l'ontologia, l'epistemologia e la logica del gioco. Senza queste, nulla cambia.

Ogni volta che si parla di formazione calcistica, prima o poi si arriva alla stessa domanda: quale metodologia dobbiamo adottare? Quale metodo dobbiamo utilizzare? Quali proposte dobbiamo organizzare per favorire l'apprendimento dei giocatori?

Sono domande legittime. Anzi, necessarie.

Ma c'è un problema: siamo sicuri di dover partire da qui?

Personalmente, ritengo di no.

Credo che una delle ragioni per cui, nel calcio, continuiamo a cambiare metodi senza riuscire a trasformare davvero il nostro modo di pensare la formazione risieda proprio in questo equivoco: cominciamo a discutere di *come fare* prima di esserci interrogati su *che cosa sia il gioco, come possiamo conoscerlo e quale logica lo caratterizzi*.

In altre parole, partiamo dalle risposte senza esserci posti le domande fondamentali.

 1. Prima l'ontologia: che cos'è il gioco?

L'ontologia ci invita a interrogarci sull'essere del gioco, sulla sua natura più profonda.

Il gioco è una somma di gesti tecnici da coordinare? Una successione di situazioni da riconoscere? Un insieme di principi da applicare?

Oppure è un fenomeno complesso, irriducibile alla somma delle sue parti, che emerge dalle relazioni tra giocatori, compagni, avversari, palla, spazio, tempo, regole ed emozioni?

La risposta non è una questione puramente teorica.

Se considero il gioco una somma di elementi separabili, tenderò a scomporlo, allenare le parti e ricomporle successivamente, nella convinzione che il tutto possa derivare dalla loro integrazione.

Se, invece, riconosco il gioco come un fenomeno relazionale ed emergente, cambia radicalmente il mio modo di concepire la formazione.

Le parti non scompaiono. Cambia il loro significato: diventano comprensibili nella relazione con il tutto.

**Non è il gioco a essere una somma di giocatori. Sono i giocatori, nelle loro relazioni, a far emergere il gioco.**

E allora la prima domanda non è quale esercizio proporre, ma quale idea di gioco orienti le nostre scelte.

2. Poi l'epistemologia: come conosciamo il gioco?

Una volta interrogata la natura del gioco, dobbiamo chiederci come possiamo conoscerlo e come i giocatori possano imparare a conoscerlo.

Possiamo pensare che conoscere significhi acquisire informazioni, memorizzare soluzioni, riconoscere situazioni già incontrate e applicare risposte prestabilite.

Ma possiamo anche riconoscere che il giocatore conosce attraverso la propria esperienza incarnata, attraverso ciò che percepisce, sente, anticipa e realizza nelle relazioni con l'ambiente.

In questa seconda prospettiva, il giocatore non è un esecutore che riceve informazioni dall'esterno e le traduce in comportamenti.

È un soggetto attivo, intenzionale, che costruisce significati e possibilità d'azione mentre partecipa al gioco.

Non si limita a osservare una situazione: la vive. Non si limita a ricevere una soluzione: ricerca quella pertinente. Non si limita ad adattarsi passivamente all'ambiente: entra con esso in una relazione dinamica dalla quale possono emergere nuove possibilità d'azione.

Questo cambia anche il ruolo dell'allenatore.

L'allenatore non deve rinunciare alla propria competenza, né lasciare tutto al caso. Deve, piuttosto, interrogarsi sulla qualità delle esperienze che propone e sulle possibilità di apprendimento che queste rendono accessibili.

**Non basta chiedersi che cosa vogliamo insegnare. Dobbiamo chiederci quale esperienza permetta al giocatore di apprendere ciò che gli serve nel gioco, dal gioco e per il gioco.**

 3. Poi la logica del gioco: quali relazioni lo fanno emergere?

Il gioco del calcio possiede una propria logica, che non coincide con un elenco di principi da ripetere.

È la logica delle relazioni tra la palla, i compagni, gli avversari, le porte, lo spazio, il tempo e le regole.

Quando cambia una relazione, cambiano le possibilità d'azione. Quando si modifica la posizione di un compagno o di un avversario, una possibilità può emergere, trasformarsi oppure scomparire.

Il giocatore non agisce in un ambiente statico, nel quale una soluzione corretta attende soltanto di essere eseguita. Agisce in una realtà che cambia continuamente e alla quale partecipa con le proprie intenzioni.

Per questo, nella formazione, non possiamo separare la decisione dall'azione, la tecnica dalla tattica, la percezione dal movimento, il pensiero dalle emozioni e dalle relazioni.

Sono dimensioni distinguibili sul piano dell'analisi, ma profondamente intrecciate nell'esperienza concreta del giocatore.

È proprio questa complessità che dobbiamo imparare a riconoscere, senza pretendere di governarla attraverso la prescrizione di risposte prestabilite.

Ecco perché la forma del gioco non è un dettaglio organizzativo. È una scelta pedagogica.

Un contesto può offrire al giocatore determinate possibilità d'azione e impedirne altre. Può favorire l'iniziativa individuale, il sostegno, l'appoggio a destra e a sinistra, la profondità, oppure ridurre le relazioni necessarie perché queste condotte possano emergere.

**Non basta che un'attività assomigli al calcio. Occorre chiedersi se conservi le relazioni che rendono possibile il gioco che intendiamo far apprendere.**

4. E soltanto dopo arrivano metodologia e metodo

A questo punto, sì: occorrono metodologia e metodo.

Occorre progettare, organizzare, osservare, intervenire e verificare. Occorre scegliere le forme di gioco, predisporre esperienze, individuare eventuali difficoltà e accompagnare i giocatori nei loro percorsi di apprendimento.

Ma queste scelte devono essere coerenti con le risposte alle domande precedenti.

La metodologia non può precedere la concezione del fenomeno che intende affrontare.

Il metodo non può diventare il punto di partenza, perché ogni metodo incorpora, anche quando non ne siamo consapevoli, un'idea di essere umano, di conoscenza, di apprendimento e di gioco.

Possiamo cambiare esercizi, attrezzature, terminologie e organizzazione delle sedute. Possiamo sostituire i cinesini con altri strumenti, modificare le dimensioni del campo, introdurre nuove proposte e adottare parole più moderne.

Ma se continuiamo a considerare il giocatore come un esecutore, l'apprendimento come acquisizione di risposte e il gioco come un prodotto da costruire attraverso l'assemblaggio delle parti, **avremo cambiato gli strumenti, non il paradigma.**

Ecco il punto.

Non si tratta di rifiutare il metodo. Si tratta di restituirgli il suo posto.

Il metodo deve essere una conseguenza coerente del nostro modo di intendere il gioco, non un sostituto della riflessione sul gioco.

5. È da qui che nasce il paradigma fenomenologico-enattivo della GIOCOLOGIA

La Giocologia non nasce dalla ricerca dell'ennesimo metodo da proporre agli allenatori.

Nasce dalla necessità di ripensare il rapporto tra giocatore, esperienza e gioco, mettendo in discussione le convinzioni che hanno orientato per lungo tempo la formazione calcistica.

Il punto di partenza è il giocatore, nella sua singolarità, nella sua intenzionalità e nella sua capacità di entrare in relazione con gli altri e con l'ambiente.

Il punto d'arrivo è il gioco, non come prodotto confezionato dall'allenatore, ma come fenomeno che emerge dall'accoppiamento dinamico tra i giocatori e il contesto.

E il gioco, a sua volta, ritorna al giocatore, trasformando le sue esperienze, le sue possibilità d'azione e il suo modo di partecipare.

**Tutto parte dal giocatore. Tutto arriva al gioco. Tutto ritorna al giocatore.**

Questa circolarità non è uno slogan da collocare in apertura di un articolo. È un criterio per orientare le nostre scelte pedagogiche.

Ci invita a partire dal tutto, a distinguere ciò che merita attenzione, a intervenire sulle parti quando necessario e a ritornare al tutto, perché ciò che abbiamo analizzato possa ritrovare significato nell'esperienza autentica del gioco.

È qui che anche l'intervento analitico può trovare una sua collocazione: nel gioco, dal gioco, dopo il gioco e per il gioco.

Non come universo separato, ma come possibilità d'intervento subordinata alla comprensione del fenomeno nella sua interezza.

Una domanda che riguarda tutti noi

Non ho la pretesa di possedere risposte definitive. Dopo oltre quarant'anni di insegnamento e una lunga esperienza sui campi di calcio, ho imparato che le domande più importanti sono spesso quelle che ci costringono a rimettere in discussione le nostre certezze.

Per questo continuo a studiare, a confrontarmi e a riflettere con gli allenatori che condividono questo percorso.

E torno alla domanda iniziale.

Sì, è vero: occorrono metodologia e metodo. Ma, dopo.

Dopo esserci interrogati su che cosa sia il gioco.

Dopo aver compreso come il giocatore conosca, apprenda e costruisca possibilità d'azione attraverso l'esperienza.

Dopo aver riconosciuto la logica relazionale che fa emergere il gioco.

Perché, se non cambiamo il nostro modo di concepire il gioco, continueremo a cercare nuovi strumenti per riprodurre le stesse idee.

E se non cambiamo le idee che guidano la formazione, i cambiamenti resteranno prevalentemente superficiali.

Il vero cambiamento non comincia dal metodo che scegliamo. Comincia dalle domande che siamo disposti a porci prima di scegliere un metodo.

È questa, per me, la responsabilità di un allenatore: non applicare semplicemente un modo di fare, ma comprendere perché fa ciò che fa, quale idea di giocatore porta con sé e quale gioco contribuisce a far emergere.

Perché il metodo può aiutarci a fare meglio.

Ma soltanto un cambiamento del paradigma può aiutarci a comprendere se stiamo facendo la cosa giusta.

6. La prima formazione: il luogo in cui il paradigma diventa esperienza

Se tutto questo è il nostro punto di partenza, allora la prima formazione rappresenta il luogo in cui siamo chiamati a dare concretezza alle nostre idee.

È qui che il paradigma fenomenologico-enattivo della GIOCOLOGIA incontra la sua responsabilità più grande: accompagnare il bambino nella scoperta del gioco, senza anticipare risposte che soltanto l'esperienza può aiutarlo a costruire.

Nella prima formazione, infatti, non siamo semplicemente chiamati a insegnare il calcio. Siamo chiamati a creare le condizioni affinché il bambino possa entrare in relazione con il gioco, viverlo, esplorarlo e, attraverso di esso, scoprire progressivamente le proprie possibilità d'azione.

Il bambino non è un adulto in miniatura, né un contenitore da riempire di competenze tecniche, principi tattici e comportamenti prestabiliti. È una persona in divenire, con una propria storia, una propria sensibilità, propri tempi e un modo singolare di entrare in relazione con il mondo.

Per questo, prima di chiederci che cosa debba saper fare un bambino, dovremmo domandarci quali esperienze gli stiamo offrendo e quale relazione con il gioco stiamo contribuendo a costruire.

La prima formazione non dovrebbe cominciare da ciò che vogliamo che il bambino sappia fare, ma dalle possibilità che vogliamo permettergli di scoprire attraverso il gioco.

Questo significa riconoscere il valore del gioco nella sua interezza, senza trasformarlo prematuramente in una successione di esercizi finalizzati alla riproduzione di gesti corretti. Significa permettere al bambino di incontrare la palla, gli altri, gli avversari, gli spazi, gli obiettivi e le regole attraverso esperienze nelle quali possa percepire, scegliere, agire e trasformare continuamente il proprio comportamento.

Non perché ogni intervento dell'allenatore sia superfluo, ma perché il suo intervento acquista significato quando è capace di ampliare le possibilità di apprendimento, anziché sostituirsi all'esperienza del giocatore.

L'allenatore, in questa prospettiva, non è colui che dispone ogni elemento affinché il bambino arrivi necessariamente alla soluzione desiderata. È colui che sa predisporre contesti significativi, osservare ciò che accade, riconoscere le difficoltà e intervenire quando il suo contributo può aprire nuove possibilità.

La sua competenza non si misura soltanto nella capacità di spiegare un gesto o correggere un errore, ma anche nella capacità di comprendere che cosa quell'errore racconti della relazione tra il bambino, il compito e l'ambiente.

Un bambino che perde il pallone non ha necessariamente bisogno di una correzione tecnica immediata. Potrebbe aver bisogno di più tempo, di uno spazio diverso, di un avversario meno distante, di un compagno che offra una possibilità di sostegno oppure semplicemente di nuove occasioni per esplorare.

Non esiste una risposta valida in ogni situazione. Esiste la responsabilità di comprendere la situazione prima di intervenire.

Ecco perché, nella prima formazione, anche la dimensione emotiva, il piacere di giocare, la curiosità, la fiducia e la libertà di provare non possono essere considerate aspetti secondari. Fanno parte dell'esperienza attraverso cui il bambino costruisce il proprio rapporto con il gioco e con gli altri.

Se vogliamo che il bambino impari a partecipare, dobbiamo offrirgli occasioni reali di partecipazione. Se vogliamo che impari a scegliere, dobbiamo consentirgli di affrontare situazioni nelle quali esistano possibilità differenti. Se vogliamo che impari a collaborare, dobbiamo permettergli di sperimentare relazioni che rendano significativa la collaborazione.

Non basta chiedere al bambino di prendere una decisione: dobbiamo costruire condizioni nelle quali quella decisione abbia senso.

Non basta parlare di creatività: dobbiamo evitare che ogni iniziativa venga immediatamente ricondotta alla soluzione immaginata dall'adulto.

Non basta dichiarare che il bambino è al centro: dobbiamo verificare se le nostre proposte gli consentano davvero di essere protagonista dell'esperienza.

Mettere il bambino al centro non significa organizzare il gioco intorno alle sue esigenze apparenti, ma riconoscere la sua capacità di partecipare attivamente alla costruzione del gioco stesso.

Questo richiede anche un cambiamento nel nostro modo di osservare e valutare la formazione. Non possiamo limitarci a verificare se il bambino esegua correttamente un comportamento richiesto. Dobbiamo osservare come esplora le possibilità, come reagisce ai cambiamenti, come entra in relazione con i compagni e gli avversari, come affronta l'incertezza e come modifica le proprie azioni in funzione di ciò che accade.

Non per rinunciare all'apprendimento tecnico, ma per restituirgli il suo significato: la tecnica è una risorsa del giocatore, che prende forma e valore nelle situazioni in cui diventa funzionale al gioco.

Allo stesso modo, non si tratta di lasciare il bambino solo davanti alla complessità. Si tratta di renderla accessibile, rispettando le sue caratteristiche e predisponendo esperienze adeguate alle sue possibilità, senza impoverire inutilmente le relazioni che danno senso al calcio.

È qui che la forma del gioco diventa una scelta pedagogica decisiva. Le dimensioni del campo, il numero dei partecipanti, le regole, gli obiettivi e le condizioni dell'attività non sono elementi neutri: contribuiscono a determinare quali possibilità il bambino possa incontrare, esplorare e trasformare in esperienza.

La domanda, quindi, non è soltanto quale attività proporre, ma quale gioco rendere possibile.

E soprattutto: quale bambino stiamo aiutando a diventare attraverso il modo in cui gli permettiamo di giocare?

Perché la prima formazione non riguarda soltanto la costruzione del futuro calciatore. Riguarda la relazione che una persona instaura con il movimento, con gli altri, con le difficoltà, con la scoperta e con il piacere di apprendere.

Il risultato non può essere misurato esclusivamente attraverso ciò che il bambino sa eseguire oggi. Dobbiamo considerare anche le possibilità che stiamo contribuendo a mantenere aperte per il suo domani.

Ed è proprio qui che la GIOCOLOGIA trova una delle sue ragioni più profonde.

Non nel proporre un repertorio alternativo di esercizi. Non nel sostituire un metodo con un altro. Non nel rivestire vecchie convinzioni di un linguaggio nuovo.

Ma nel cambiare il modo in cui guardiamo il bambino, comprendiamo il gioco e assumiamo la responsabilità di organizzare le esperienze attraverso cui il bambino può apprendere.

Perché la prima formazione è il luogo in cui le nostre convinzioni diventano quotidianamente visibili: nel modo in cui organizziamo un'attività, interveniamo davanti a un errore, gestiamo una difficoltà, riconosciamo un'iniziativa e decidiamo se lasciare spazio alla ricerca oppure imporre una soluzione.

È lì che il paradigma smette di essere teoria e diventa pratica.

E allora, forse, la domanda conclusiva non dovrebbe essere: quale metodo è più efficace per insegnare calcio ai bambini?

Dovremmo chiederci, piuttosto: **quale idea di bambino, di apprendimento e di gioco guida le esperienze che stiamo offrendo loro?**

Perché non è soltanto il bambino che, attraverso il gioco, impara a giocare.

È anche il modo in cui noi adulti concepiamo il gioco che determina le possibilità di apprendimento che siamo capaci di riconoscergli e di offrirgli.

Se vogliamo cambiare davvero la formazione calcistica, dobbiamo avere il coraggio di partire da qui.

Dall'ontologia del gioco, dall'epistemologia dell'apprendimento, dalla logica delle relazioni e, infine, dalla responsabilità pedagogica di chi ogni giorno accompagna i bambini sul campo.

La prima formazione non è il luogo in cui anticipare il calcio degli adulti. È il luogo in cui permettere al bambino di incontrare il gioco, costruire la propria esperienza e scoprire, attraverso di esso, chi può diventare.

È da questa consapevolezza che la GIOCOLOGIA intende ripartire.

Non per insegnare prima.

Ma per comprendere meglio che cosa significhi, davvero, aiutare un bambino a imparare.


© 2026 Prof. Raffaele Di Pasquale

**Allenatore UEFA PRO**

**Tutti i diritti riservati.**

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