TECNICA O GLOBALE? TUTTI E DUE 

 


( Uno dei commenti all’ articolo pubblicato sul blog di Filippo Galli)

Sarò ignorante assai, ma davvero faccio fatica a comprendere questa associazione:

Non perché sia contrario all’integrazione.

Per niente proprio 

È una vita intera che sosteniamo che il giocatore non possa essere pensato per compartimenti stagni: tecnica da una parte, tattica dall’altra, cognizione da un’altra ancora, relazione ed emozione magari in fondo alla lista.

Il problema, però, è capire che cosa intendiamo per globale.

Perché se con “globale” si vuole intendere situazionale, oppure addirittura gioco, allora il termine è semplicemente fuori posto.

GLOBALE NON SIGNIFICA SITUAZIONALE

Nel linguaggio dell’apprendimento motorio, globale significa sostanzialmente eseguire il gesto nella sua totalità, nella sua configurazione complessiva, anziché scomporlo nelle sue singole parti.

Ma questo non significa affatto essere dentro una situazione di gioco.

Un gesto può essere eseguito nella sua interezza e rimanere completamente decontestualizzato.

Posso chiedere a un giocatore di eseguire un passaggio completo.

Posso chiedergli una conduzione completa.

Posso farlo calciare.

Posso fargli ricevere, controllare, dribblare.

Il gesto è globale.

Ma dov’è il gioco?

Dove sono l’avversario?

Dove sono i compagni?

Dove sono le porte?

Dove sono lo spazio, il tempo, l’incertezza, l’intenzionalità, la relazione?

Dove sono le informazioni che rendono quella condotta necessaria, possibile, conveniente o improvvisamente inutile?

Globale e situazionale non sono sinonimi.

E soprattutto:

globale e gioco non sono sinonimi.

Questa distinzione non è terminologica.

È paradigmatica.

E POI C’È L’INTEGRAZIONE

Se invece il senso dell’affermazione fosse un altro, cioè che tecnica e gioco debbano essere integrate, allora siamo perfettamente d’accordo.

Lo sosteniamo da sempre.

Ma proprio qui arriva la questione decisiva.

Non basta dire:

«Facciamo tutti e due».

Perché la domanda vera è:

COME?

DOVE?

QUANDO?

E soprattutto:

A SERVIZIO DI CHE COSA?

Perché mettere insieme due cose precedentemente separate non significa necessariamente aver superato la separazione.

Posso fare tecnica.

Poi fare una situazione.

Poi fare una partita.

E chiamare tutto questo “integrazione”.

Ma magari ho soltanto messo in fila dei pezzi.

L’integrazione, invece, riguarda la natura stessa dell’esperienza.

Ed è qui che la distanza diventa abissale.

E vorrei approfittare per ribadire per l’ennesima volta: non ho nulla contro la tecnica e quindi di conseguenza anche con chi la sa proporre. Ci mancherebbe. 

La tecnica è parte della competenza del giocatore.

Il problema nasce quando il giocatore viene considerato principalmente come qualcuno al quale insegnare una serie di gesti.

Quando il gesto viene isolato dalla condotta.

Quando la condotta viene separata dalla situazione.

Quando la situazione viene successivamente ricostruita sperando che tutto ciò che è stato appreso separatamente ritorni magicamente dentro la complessità del gioco.

È questa la distanza.

Non tra tecnica e globale.

Non tra tecnica e gioco.

Non tra analitico e globale.

La distanza è tra una concezione del giocatore come esecutore di gesti e una concezione del giocatore come organismo che agisce intenzionalmente dentro una situazione di gioco.

E non è una differenza da poco.

L’ANALITICO? LO ABBIAMO SEMPRE FATTO.

E qui vorrei evitare un altro equivoco.

Qualcuno potrebbe pensare che sostenere tutto questo significhi rifiutare l’intervento analitico.

Assolutamente no.

Lo abbiamo detto una quantità enorme di volte.

L’analitico ha una sua funzione, peculiare e significativa.

Ci sono momenti nei quali è utile prendersi cura, focalizzare, enfatizzare, facilitare, esplorare una particolare componente dell’azione.

Ma c’è una differenza enorme tra questo e costruire un’intera pedagogia sulla separazione.

Noi interveniamo analiticamente da sempre.

Ma con una differenza che per noi è sostanziale:

nel gioco,

dal gioco,

dopo il gioco,

per il gioco. 

Ma giammai lontano e avulso dal gioco come principio ordinatore dell’apprendimento.

Questa è la differenza.

NON È UNA QUESTIONE DI “TECNICA O GLOBALE”

La domanda, pur se è posta male, continua nei fatti a proporre una contrapposizione che appartiene a una vecchia grammatica:

tecnica ↔ globale.

No.

La questione è un’altra.

Che idea abbiamo del giocatore?

Se il giocatore è un esecutore, allora dobbiamo insegnargli gli strumenti.

Se il giocatore è un organismo in relazione con l’ambiente, allora dobbiamo creare le condizioni perché possa riconoscere, scegliere, adattarsi, trasformarsi e coevolvere nella situazione.

E la tecnica?

C’è.

Eccome se c’è.

Non come repertorio di gesti da accumulare.

Non come qualcosa che il giocatore deve possedere prima di poter giocare.

La tecnica emerge nella relazione tra intenzione, corpo, ambiente e problema di gioco.

Ed è proprio per questo che, nella nostra prospettiva, preferiamo parlare di condotta e di analitico situato ( che non significa situazione di gioco): vedi l'articolo di Fiorin pubblicato sulla rivista il nuovo calcio.

PERCHÉ IL GIOCO NON È LA SOMMA DELLE SUE PARTI

Questo è il punto:

Se separo:

tecnica;

tattica;

preparazione fisica;

cognizione;

relazione;

emozione;

e poi provo a rimetterle insieme, non ho necessariamente ricostruito il gioco.

Perché il gioco non è la somma delle sue componenti.

Il gioco emerge dalle relazioni tra giocatori, compagni, avversari, spazio, tempo, porte, palla, regole, intenzioni ed emozioni.

È una configurazione dinamica.

È una realtà che continuamente si modifica.

E il giocatore modifica quella realtà mentre ne viene modificato.

Ecco perché è proprio fuori luogo l’idea di scegliere tra “tecnica” e “globale”.

La domanda da porsi con onestà intellettuale dovrebbe essere semmai: 

la tecnica così come la stiamo proponendo appartiene davvero al mondo nel quale il giocatore dovrà utilizzarla?

E ancora:

Quello che stiamo facendo aiuta il giocatore a diventare più capace di agire nel gioco oppure gli insegna semplicemente a eseguire meglio qualcosa che abbiamo deciso noi?

Sono domande molto diverse.

ALLORA SÌ: TECNICA. MA QUALE TECNICA?

La tecnica che interessa alla Giocologia non è una tecnica da mettere in vetrina.

È una tecnica incarnata nella giocazione.

Non è:

prima imparo il gesto → poi imparo a usarlo.

È piuttosto:

gioco → emerge un problema → il giocatore ricerca una soluzione → la condotta si modifica → il gioco restituisce un nuovo problema.

E talvolta, proprio dentro questo processo, posso anche fermarmi.

Posso focalizzare.

Posso intervenire su un dettaglio.

Posso procedere analiticamente.

Posso facilitare una determinata esperienza.

Posso perfino uscire momentaneamente dalla forma autentica del gioco.

Ma torno sempre lì.

Al giocatore.

Alla sua intenzionalità.

Alla relazione.

Alla situazione.

Al gioco.

E ALLORA LA FRASE CHE MI SENTO DI RILANCIARE È UN’ALTRA

Non:

TECNICA O GLOBALE?

E nemmeno:

TECNICA + GLOBALE.

Ma:

TECNICA, SÌ.

MA NELLA LOGICA DEL GIOCO.

Perché il problema non è fare tecnica.

Il problema è separarla dalla vita del giocatore.

Non è utilizzare l’analitico.

Il problema è farne un mondo autosufficiente.

Non è integrare.

Il problema è credere che basti sommare ciò che abbiamo precedentemente separato.

Ed è proprio qui che, dopo una vita passata a insegnare e allenare, continuo a tornare.

Non alleniamo gesti.

Alleniamo condotte intenzionali in situazione.

E per questo:

nel gioco,

dal gioco,

dopo il gioco,

per il gioco.

Perché il gioco non è il luogo nel quale, alla fine, portiamo ciò che abbiamo imparato altrove.

È il luogo nel quale il giocatore impara a giocare.

Tutto parte dal giocatore.

Tutto arriva al gioco.

Tutto ritorna al giocatore.

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